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Danni all’udito: i più gravi dai lettori Mp3
L’Università del Michigan e quella della California hanno condotto un’indagine che rivela che la musica ascoltata con i lettori Mp3 provoca più danni all’udito dell’inquinamento acustico provocato da rumori forti come quelli del traffico stradale o quelli delle fabbriche.
Secondo una precedente ricerca dell’Università di Yale, i danni provocati all’udito dall’iPod sono pari a quelli provocati da un aereo al momento del decollo. Per arrivare a questa conclusione, i ricercatori statunitensi hanno intervistato 4.500 abitanti di New York che normalmente usano i mezzi pubblici, e ne hanno testato la capacità uditiva; dalle risposte date dai cittadini è emerso che il livello di fastidio per i rumori del traffico era considerato alto per il 10% di loro ma per il 90% il livello di fastidio provocato dall’ascolto della musica con i lettori Mp3 è risultato altissimo.
Rick Neitzel, dell’University of Michigan School of Public Health, autore della ricerca, ha spiegato al Telegraph: «È sorprendente che due persone su tre siano maggiormente esposte al rumore causato dall’ascolto della musica tramite apparecchi portatili, perché finora si era pensato che il posto di lavoro fosse la causa principale di pericolo. Ma le implicazioni delle nostre conclusioni sono altrettanto incredibili, perché confermano quanto serio sia diventato il problema: infatti, se questa situazione di rischio fosse causata da altri fattori non sarebbe mai tollerata, mentre lo facciamo con il rumore, anche se numerosi studi hanno dimostrato come questo problema sia fonte di svariati disturbi fisici, come stress, perdita di sonno e malattie cardiache».
La Commissione Europea già dal 2006 ha imposto nuove regole per la produzione di dispositivi audio, in seguito all’allarme lanciato dai medici americani sull’aumento impressionante dei casi di calo dell’udito che si sta verificando soprattutto fra i giovani e giovanissimi.
Fonte: corriere.it, 23 dicembre 2011
Dislessia: troppe le diagnosi
Nelle scuole materne ed elementari di Roma, è stata condotta un’indagine, da cui è emerso che venivano ritenuti a rischio di Dsa (Disturbi Specifici dell’Apprendimento, uno dei quali è la dislessia) circa il 23% dei bambini, quelli cioè che presentavano significative difficoltà nel leggere, scrivere e nel ragionamento matematico; facendo però ulteriori approfondimenti ed escludendo i bambini che presentavano difficoltà minori, o secondarie, la percentuale scendeva ad appena il 4% circa.
Su un totale di 1.175 bambini oggetto dell’indagine, solo 41 sono stati ritenuti a rischio di Dsa e avviati a una terapia specifica. Federico Bianchi di Castelbianco, direttore dell’Istituto Italiano di Ortofonologia, spiega: «Troppi bambini in Italia sono considerati dislessici, ma in realtà hanno solo disturbi comuni: un bambino su cinque presenta disturbi dell’apprendimento ma questo non vuol dire che sia dislessico, eppure viene ritenuto tale e inserito in un percorso specifico che rischia di procurargli danni notevoli, avendo in realtà solo disturbi comuni.
Segnalare come dislessici bambini che in realtà non lo sono, comporta due gravi rischi, perché sono dirottati su percorsi alternativi come portatori di una disabilità che non hanno, con oneri economici non sostenibili o totalmente inutili, mentre il loro problema non solo non verrà affrontato, ma lascerà un vuoto di conoscenze che si ripercuoterà pesantemente sul loro percorso di studi».
L’indagine è stata condotta dall’associazione di scuole ‘Una Rete per la qualità’, nell’ambito del progetto ‘Ora sì’.
Fonte: corriere.it, 16 dicembre 2011
Una molecola contro l’invecchiamento cerebrale
La rivista scientifica Proceedings of the National Academy of Sciences Usa (Pnas) ha pubblicato la ricerca di un gruppo di ricercatori italiani dell’Università Cattolica di Roma, che hanno scoperto una molecola, chiamata Creb1, che si attiva in seguito a diete a basso contenuto calorico e che contribuisce al buon funzionamento del cervello.
Perché si attivi la capacità della molecola di proteggere i neuroni bisogna diminuire del 30% le calorie che si assumono ogni giorno. La ricerca è stata condotta dal gruppo di Giovambattista Pani, dell’Istituto di Patologia Generale della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’università romana, in collaborazione con il gruppo di studio di Claudio Grassi dell’Istituto di Fisiologia Umana.
La funzione regolatrice di Creb1 viene spiegata da Grassi: «I neuroni comunicano fra loro mediante giunzioni specializzate, le sinapsi, la cui funzione è essenziale non solo per la trasmissione delle informazioni nelle reti neurali, ma anche per il loro immagazzinamento, cioè la formazione dei ricordi. La corretta funzione delle sinapsi è quindi determinante per l’apprendimento e la memoria, mentre le alterazioni delle sinapsi sono alla base del declino cognitivo che si osserva nella malattia di Alzheimer e in altre forme di demenza.
La restrizione calorica, come abbiamo visto e dimostrato, potenzia le capacità delle sinapsi di memorizzare le informazioni, e tale azione benefica è mediata proprio da Creb1».
Che la ‘restrizione calorica’ mantenesse attivo e giovane il cervello era già stato ipotizzato da vari studi pubblicati su Science e su Nature, osservando che l’obesità provoca l’invecchiamento precoce delle funzioni del cervello. Osserva Pani: «L’obiettivo, ora, è di trovare il modo di attivare Creb1, per esempio attraverso nuovi farmaci, anche senza doverci sottoporre a una dieta ferrea.
La restrizione calorica è stata per noi più che altro un espediente sperimentale per scoprire e accendere un circuito protettivo del cervello che coinvolge Creb1 e altri geni responsabili della longevità, le sirtuine (Sirt)».
Fonte: corriere.it, 20 dicembre 2011
Con il vaccino anti-Hpv due terzi in meno di casi: un appello da Pavia
Il direttore della Struttura complessa di Ostetricia e Ginecologia del Policlinico San Matteo di Pavia, Arsenio Spinillo, raccomanda alle famiglie di accogliere l’invito dell’Asl a far vaccinare le ragazze che abbiano compiuto i 12 anni contro il papilloma virus, per prevenire il cancro all’utero: «Il valore della vaccinazione contro l’Hpv è indiscusso, sia dal punto di vista scientifico che di esperienza concreta. Si tratta certamente di una scoperta epocale, a maggior ragione se si pensa che a essere vaccinate sono ragazzine, prima dell’esordio dell’attività sessuale, proprio per proteggerle da adulte da un tumore che colpisce l’area riproduttiva. Meno della metà dei casi di neoplasia invasiva viene diagnosticata precocemente, più spesso il tumore del collo dell’utero viene scoperto quando ormai è già troppo tardi.
È la prima volta che oltre al Pap test abbiamo a disposizione un vaccino in grado di prevenire il cancro, e questa opportunità andrebbe sfruttata al meglio; per questo, forse mai come stavolta, è fondamentale una comunicazione capillare e corretta, che prima di tutto deve essere condivisa con i medici di famiglia e i pediatri, che rappresentano il primo interlocutore, e il cui rapporto privilegiato con le famiglie è in grado di fare la differenza. Secondo uno studio italiano se almeno il 70% delle giovani fra i 12 e i 25 anni facesse il vaccino, i casi si ridurrebbero di due terzi».
Le Aziende Sanitarie della Lombardia stanno inviando la lettera con l’invito a vaccinarsi a oltre 42.500 ragazze di 12 anni; il vaccino è gratuito fino ai 15 anni, ma quelle fra i 16 e i 25 potranno richiederlo a prezzo scontato. Attualmente la copertura della vaccinazione è del 50-60% ma l’obiettivo della nuova campagna vaccinale è di aumentarla.
Fonte: Pharmakronos, 7 dicembre 2011
Cancro alla pelle: gli uomini più esposti mancanza di antiossidanti
Secondo una ricerca condotta dal Comprehensive Cancer Center dell’Ohio State University di Columbus, gli uomini sarebbero più predisposti al carcinoma a cellule squamose, un tumore della pelle fra i più frequenti, a causa dei bassi livelli di un antiossidante, la catalasi.
La catalasi è un enzima antiossidante, che catalizza la scissione dell’acqua ossigenata in acqua e ossigeno molecolare all’interno delle cellule ed è presente in tutti gli organismi viventi; i ricercatori statunitensi hanno scoperto che i topi maschi che si ammalano di questo tipo di cancro hanno livelli più bassi di questo enzima rispetto alle femmine, e inoltre accumulano il 55% in più di un tipo di globuli bianchi che sono coinvolti nel processo infiammatorio; l’accumulo di questi globuli può essere ridotto somministrando catalasi per via epidermica.
Uno degli autori della ricerca, l’oncologo Gregory Lesinski, osserva: «È probabile che gli uomini siano più sensibili allo stress ossidativo nella pelle e quindi siano più esposti al rischio di questo tipo di cancro».
Lo studio è stato pubblicato sul Journal of Investigative Epidemiology.
Fonte: Sanità News, 6 dicembre 2011
Sterilità maschile: un nuovo integratore alimentare per combatterla
La Società Italiana di Andrologia Medica e di Medicina della Sessualità (Siams) ha organizzato a Lecce un convegno nel corso del quale è stato annunciato un nuovo integratore alimentare messo a punto per combattere la sterilità maschile; l’integratore contiene Acido D-Aspartico, Coenzima Q10 e Zinco. Il seme maschile può essere danneggiato a livello cellulare dalla presenza di radicali liberi che non siano equilibrati dalle naturali difese antiossidanti; lo stress ossidativo provoca una riduzione della qualità del liquido seminale, ed è quindi causa di subfertilità in una percentuale che va dal 30% all’80% del casi. Il 30% circa dell’infertilità delle coppie è provocata dall’infertilità maschile e in un ulteriore 15-25% dei casi è una delle concause.
L’Acido D-Aspartico è presente nei tessuti neuroendocrini dell’uomo e stimola fra l’altro, la produzione di testosterone; è contenuto nelle proteine della carne bovina e suina e del pesce, e in alimenti come legumi e latticini. Il Coenzima Q10 è coinvolto nella produzione di energia degli organismi e ha effetti antiossidanti; è presente nella carne, nel pesce e nella frutta secca.
Lo Zinco è indispensabile per il funzionamento di molti ormoni ed è contenuto nelle ostriche, nei cereali, nella carne rossa, nel cioccolato fondente. Gli ultimi due elementi, Coenzima Q10 e Zinco, hanno la funzione di proteggere dai danni dei radicali liberi i costituenti cellulari, particolarmente quelli del Dna.
Il nuovo integratore è stato creato per supplire alle carenze di questi elementi.
Fonte: Sanità News, 1 dicembre 2011
Farmaci acquistati online: sostanze pericolose e imbrogli
Un allarme è stato lanciato da Altroconsumo, riguarda l’acquisto online di farmaci: non è sicuro né economicamente conveniente, a quanto risulta dall’inchiesta che l’associazione per l’informazione e la tutela dei consumatori ha affidato al Q-tech Research and Study Centre dell’Università degli Studi di Brescia.
Il 96% dei siti internet specializzati vendono infatti farmaci contraffatti, che contengono dosaggi sbagliati ed elementi potenzialmente tossici. L’indagine è stata realizzata cercando su internet farmaci che contenessero fluoxetina, il principio attivo di un antidepressivo che può essere venduto solo su presentazione della ricetta del medico: il Prozac.
Riguardo alle ricette mediche, sulla rete si registrano diversi atteggiamenti: i siti in versione inglese richiedono la ricetta, ma gli stessi siti, se hanno anche la versione italiana, in questa versione non la richiedono; su un altro sito la ricetta viene richiesta ma per farsi inviare il farmaco è sufficiente impegnarsi a inviarla e poi non farlo.
Quanto all’aspetto economico e alla qualità, la situazione è ancora peggiore: dei 98 siti che promettevano la vendita di farmaci contenenti fluoxetina, 34 erano doppioni o dopo pochi giorni non erano più attivi; i restanti 64 avrebbero consentito l’acquisto senza la prescrizione ma solo con 19 di loro l’acquisto è stato concluso. Ben sei, cioè il 31% dei 19 prodotti pagati, non sono mai stati consegnati, con la conseguente perdita del denaro, perché non è previsto il rimborso.
Il costo dei 13 prodotti arrivati a destinazione è risultato più alto rispetto a quello delle farmacie: mediamente 1,70 euro, cifra che comprende le spese di spedizione, contro 30 centesimi.
La qualità dei prodotti è scadente.
Analizzati in atmosfera sterile per evitare possibili contaminazioni, in otto casi sono state trovate tracce di solventi potenzialmente cancerogeni come stirene o cloroformio, in sette sono stati trovati metalli pesanti e impurezze che la farmacopea esclude, in due la quantità di principio attivo era inferiore del 10% a quanto riportato sulla confezione.
Nello stesso ambiente sterile la stessa équipe di ricercatori ha esaminato il farmaco generico in vendita regolarmente nelle farmacie, trovandolo perfettamente in regola.
Persino i foglietti illustrativi mancavano o, in un caso, era scritto in turco, e l’attesa per ricevere il farmaco è arrivata in un caso a 83 giorni. Secondo Altroconsumo, “Comprare online senza ricetta è un espediente che costa caro alla salute e al portafogli”. Inoltre, ormai sono in vendita online non più solo anabolizzanti o anoressizzanti o viagra, ora ci sono anche farmaci salvavita per il cuore e contro il cancro.
L’Unione Europea aveva già condotto un’indagine sui medicinali contraffatti: Fake medicines: a global issue (Medicine false: un problema globale), da cui è emerso che in rete nel 94% dei casi il farmacista non è verificabile, che il 90% di questi siti vende medicinali senza la necessaria prescrizione, e che il 62% dei farmaci venduti in rete è falso.
Fonte: repubblica.it, 24 novembre 2011
Il rischio di fratture da fragilità ossea predetto da un test online
La SIR, Società Italiana di Reumatologia, e la Siommms, Società Italiana dell’Osteoporosi, del Metabolismo Minerale e delle Malattie dello Scheletro, hanno elaborato un test di autodiagnosi per scoprire il proprio rischio di fratture ossee; rispondendo a semplici domande, le donne, che dopo i 50 anni sono più soggette al rischio di fratture da fragilità ossea provocata dall’osteoporosi, potranno conoscere il loro livello di rischio di incorrere in una frattura nei successivi 10 anni e potranno conoscere alcune regole di prevenzione.
Silvano Adami che ha curato l’ideazione del test, è Ordinario di Reumatologia presso l’Università degli Studi di Verona e spiega: «Lo strumento si basa su un algoritmo che consente di documentare in maniera oggettiva la gravità e il potenziale impatto dell’osteoporosi nella singola utente, stimando il rischio che entro dieci anni ha di fratturarsi il femore o incorrere in qualsiasi frattura clinica.
Certamente, aver effettuato una Moc (Mineralometria Ossea Computerizzata), che è uno degli esami di routine per porre una diagnosi di osteoporosi, consente di definire questo rischio ancora più precisamente, ma è molto importante anche la valutazione di abitudini personali, prima di tutto la propensione al fumo.
Anche la considerazione dello stato fisico generale della donna, cioè se è molto magra, se è andata in menopausa precoce, se c’è una storia familiare di fratture o se ha patologie correlabili all’osteoporosi, quali quelle reumatiche, sono variabili importanti che condizionano il risultato finale. Mettendo a disposizione dell’intera popolazione femminile over 50 anni questo test, vogliamo contribuire a migliorare la gestione dell’osteoporosi severa, aumentando la percezione del rischio sia da parte delle pazienti che degli altri operatori sanitari, soprattutto per arrivare a una più tempestiva, e certa, diagnosi del problema».
L’indrizzo del sito è: www.stopallefratture.it
Fonte: Sanità News, 24 novembre 2011
In farmacia consulenze psicologiche
Nelle farmacie di molte città, come Milano, Varese, Trieste, Perugia, si stanno riservando spazi appositi per consulenze psicologiche gratuite ai cittadini che sentono di avere problemi.
Lo Psicologo in Farmacia è l’iniziativa che mette a disposizione dei cittadini di Roma e Viterbo, e delle relative Provincie, giovani medici specializzati, volontari, per un numero massimo di tre colloqui individuali di 45 minuti, completamente gratuiti, in uno spazio riservato all’interno delle farmacie che aderiscono all’iniziativa.
La coordinatrice del progetto, Roberta Fuga, precisa: «Se verifichiamo che esiste la necessità di una terapia, indirizziamo la persona alle strutture del territorio». (www.lospicologoinfarmacia.com ).
Fonte: La Repubblica Salute, 22 novembre 2011
Per le donne, farmaci studiati per donne, non per uomini
Si è recentemente svolto a Bruxelles, nella sede del Parlamento europeo, il primo Summit europeo di genere; la scelta della sede dimostra l’evidenza che si vuole dare allo studio delle differenze legate al genere di appartenenza, avviato ormai più di vent’anni fa: fisiologia, diagnosi, farmaci e terapie sviluppati in modo diverso per maschi e femmine.
Finora le donne negli studi clinici sono state considerate una ‘mera variabile’ degli uomini, sostiene Falvia Franconi, docente di Farmacia all’Università di Sassari e fondatrice del primo Dottorato di Farmacologia di Genere in Europa; un ‘Manifesto per un’azione integrata sulla dimensione di genere nella scienza’, con le linee guida da adottare in Europa è la sua proposta a Bruxelles; spiega Franconi: «I dosaggi dei farmaci vengono stabiliti e prescritti secondo un modello di maschio caucasico, dunque bianco, di 70 chili. Ma ci sono molti pregiudizi anche a danno del maschio: per esempio, l’osteoporosi è studiata solo sulle donne in quanto ne soffrono in quattro milioni, ma gli uomini con osteoporosi sono ben 800mila e gli studi su di loro sono nulli. Così per il tumore alla mammella, che colpisce gli uomini, anche se pochi.
Quella che si vuole perseguire è una medicina equa e basata sull’evidenza, sui maschi, sulle femmine ed evidenza anche sui bambini, divisi per genere. Una volta che si adottano gli occhiali di genere, si vedono pregiudizi da tutte le parti: le cinture per le auto sono calcolate sugli uomini, così i gradini per salire sui treni; e se le donne soffrono di più dell’altro sesso di dolori osteoarticolari, non è legittimo chiedersi se, almeno in parte, questo non dipenda dal fatto che tutti gli strumenti di lavoro sono disegnati per gli uomini?».
La statunitense Food and Drug Administration lamenta che sia ancora troppo scarsa la sperimentazione dei farmaci sulle donne, per quanto sia in crescita negli ultimi anni. Salvo, naturalmente, quella sui farmaci per la riproduzione, cosa che ha spinto alcuni a coniare il termine di ‘medicina del bikini’ per indicare come unica medicina riconosciuta specifica per le donne quella che riguarda seno e apparato genitale.
Umberto Veronesi è favorevole a questi studi e, sulla personalizzazione di diagnosi e cure, osserva: «Siamo ormai in era post-genomica e all’orizzonte si profila una terapia disegnata su misura del profilo genetico del singolo. Nei grandi trials, cioè nei grandi studi clinici che ho condiviso o diretto, una delle sfide scientifiche è stata proprio quella di adeguare il dosaggio dei farmaci, quasi sempre concepito ‘al maschile’, non solo diminuendolo, il che è tutto sommato semplice, ma operando una sorta di concertazione tra le caratteristiche del farmaco e le caratteristiche specifiche di un tumore che si instaura in un organismo di donna e che risponde a dinamiche (ormonali, ma non solo) che sono proprie del sesso femminile».
In Italia, il Comitato Nazionale di Bioetica raccomanda per i farmaci ´´di attuare la sperimentazione distinta per sesso, anche se poco redditizia´´.
Fonte: fondazioneveronesi.it
Sarà in vendita la ‘pillola dei 5 giorni dopo’ ma dopo il test di gravidanza
EllaOne (acetato di ulipristal) è un contraccettivo di emergenza che si può assumere fino a 120 ore dopo un rapporto sessuale a rischio, e solo dopo aver escluso che sia già in corso la gravidanza. Dopo anni di attesa, a breve sarà dunque in vendita la cosiddetta ‘pillola dei cinque giorni dopo’.
L’associazione Scienza & Vita è critica sull’approvazione del farmaco, come sottolinea il suo presidente, Lucio Romano: «Con il definitivo via libera alla pillola dei cinque giorni dopo, assistiamo all’ultimo atto di una progressiva banalizzazione dell’aborto».
Nei 21 paesi europei dove ellaOne è in commercio da anni, a un prezzo inferiore a quello che sarà praticato in Italia (circa 35 euro, contro i 24 della Francia), non è necessario fare il test di gravidanza; osserva Gianni Fattorini, dell’Associazione Ginecologi Territoriali (Agite): «Si tratta di un modo per scoraggiare le donne: le persone che vengono nei nostri ambulatori sono in uno stato emotivo particolare, hanno fretta e non hanno voglia di fare esami».
Anche la Hra Pharma, che produce ellaOne, ritiene poco chiara la necessità dell’esame di sangue prima di assumere la pillola, che allungherà i tempi prima dell’assunzione perché andrà eseguito in laboratorio, e per questo probabilmente farà ricorso al tribunale; spiega il responsabile di Hra Pharma Italia, Alberto Aiuto: «Nel testo si prevede un accertamento con ´´dosaggio delle Beta Hcg„ ma in quel modo funzionano anche i test sull’urina che si acquistano in farmacia; abbiamo chiesto a medici legali e ginecologi e ci hanno detto che per come è scritto il parere potrebbe andare bene anche questo».
Anche Fattorini si esprime contro la necessità del test: «Per le associazioni scientifiche dei ginecologi è una proposta irrazionale: per quanto riguarda il sangue, se questa contraccezione è di emergenza, non ha senso aspettare l’esito degli esami. E poi non ci sono prove che il farmaco faccia male se si prende a fecondazione avvenuta».
Fonte: repubblica.it
, 11 novembre 2011
Danni dell’alcol: tre volte più veloci per le donne
Un team di studiosi dell’Università di Göteborg ha verificato che i danni che l’alcol provoca al sistema nervoso delle donne sono tre volte più rapidi che negli uomini. Nel corso dello studio, sono stati osservati due gruppi di persone: un gruppo di donne che ha bevuto 12 bottiglie di vino alla settimana per quattro anni e un gruppo di uomini che ha bevuto la stessa quantità di alcol ma nel corso di 12 anni. Il risultato è stato che il livello di serotonina (chiamato anche ‘ormone del buonumore’, è un neurotrasmettitore coinvolto nella regolazione dell’umore, nel controllo degli impulsi e in molti processi fisiologici) in quattro anni si era ridotto alla metà, nel cervello delle donne, mentre negli uomini lo stesso calo si è riscontrato dopo un tempo triplo: 12 anni. Lo studio svedese è stato coordinato da Kristina Berglund che osserva: «Abbiamo scoperto che il danno alle funzioni della serotonina era esattamente uguale tra uomini e donne; verificare che le funzioni della serotonina erano compromesse in individui con dipendenza dall’alcol non ci ha sorpreso. Ci ha stupiti invece constatare quanto le donne siano più vulnerabili degli uomini». La ricerca è stata condotta dal dipartimento di Psicologia dell’Università svedese con la collaborazione di due ricercatori della Facoltà di Scienza della Salute.
Fonte: Sanità News, 9 novembre 2011
Le ossa hanno anche funzioni biologiche: producono ormoni
Lo scheletro, secondo una recente scoperta, funziona come una ghiandola endocrina, che produce ormoni e interagisce con gli altri sistemi dell’organismo, come spiega l’endocrinologo della Sapienza, Università di Roma, Andrea Lenzi: «L’osso comunica con un meccanismo di feedback e assistiamo a molte correlazioni, una volta impensabili, fra lo scheletro e altri organi del corpo.
Si sapeva che gli osteoblasti, cellule che compongono le ossa, attraverso dei ricettori specifici ricevevano da parte di alcuni ormoni degli input a produrre l’osso stesso. Adesso, invece, sappiamo che avviene anche il contrario e che gli osteoblasti si comportano anche come cellule endocrine, producendo ormoni e inviando messaggi al pancreas, ai testicoli, all’ovaio e alle cellule adipose, oltre che rimandando segnali allo stesso osso per la sua neoformazione.
Lo scheletro non è quindi solo un apparato di sostegno che riceve ordini dal corpo, ma contribuisce attivamente al metabolismo energetico del corpo, producendo esso stesso ormoni importantissimi». Roberto Civitelli, che lavora alla divisione Patologie ossee e minerali della Washington University School of Medicine di St. Louis nel Missouri, osserva: «L’osso regola la produzione di insulina.
L’osteocalcina in particolare, prodotta dagli osteoblasti presenti nella matrice ossea, aumenta la sensibilità, la secrezione e il consumo di insulina e, contemporaneamente, l’insulina stimola l’attività degli osteoblasti. Si innesca in loop di numerose interazioni positive fra gli osteoblasti e l’osteocalcina dell’osso con le cellule beta del pancreas, oltre che con la leptina prodotta dal tessuto adiposo. L’osso è coinvolto nella riduzione del peso corporeo e nella massa grassa, così come nella regolazione della produzione del FGF23 (Fibroblast Growth Factor 23) in grado di ridurre il riassorbimento del fosfato nelle cellule dei tubuli prossimali del rene. La produzione anormale del gene FGF23 causa una forma di rachitismo. Gli osteoblasti, dunque, sono delle autentiche cellule endocrine».
L’importanza delle ossa in termini endocrini è stata recentemente provata dal fatto che attraverso l’esame della circonferenza del polso di un bambino è possibile stabilire se è a rischio di insulino-resistenza. Sia l’osteocalcina che l’insulina sono coinvolte nella concentrazione di glucosio nel sangue e l’osteocalcina sembrerebbe favorire la produzione di insulina ma è influenzata negativamente dal tessuto adiposo addominale, infatti tanto più il grasso è abbondante, tanto minori sono la quantità di osteocalcina e la densità minerale ossea.
Conclude Lenzi: «Ipotizziamo quindi che se l’osso è fragile può alterarsi il metabolismo e aumentare il rischio diabetico e cardiovascolare». Conseguenza di queste scoperte saranno nuove terapie farmacologiche che stimoleranno la secrezione pancreatica e ridurranno l’insulino-resistenza grazie all’uso di osteocalcina.
Patricia Ducy, del Columbia University Medical Center di New York, spiega il rapporto fra osteocalcina e ormoni sessuali: «Si sa che gli ormoni steroidei hanno un profondo effetto sul rimodellamento osseo ma, secondo il meccanismo di feedback appena scoperto, ora si sa anche che lo stesso osso influenza la produzione di steroidi da parte del testicolo e delle ovaie, quindi la fertilità negli uomini e nelle donne. Le analisi genetiche confermano che è l’osteocalcina prodotta dagli osteoblasti dell’osso ad agire come un ormone. Noi abbiamo dimostrato che l’osteocalcina interviene nell’espressione di alcuni geni necessari per la sintesi del testosterone e che, inoltre, previene l’apoptosi (autodistruzione) delle cellule germinali, cioè la morte degli spermatozoi, e favorisce la sterilità. Lo scheletro è quindi un importante regolatore endocrino nella produzione di steroidi sessuali e nella sterilità».
Anche gli osteoclasti, altre cellule che compongono le ossa, hanno capacità ormonali, come spiega Simone Cenci, ricercatore sulle malattie dell’invecchiamento del San Raffaele di Milano: «La biologia degli osteoclasti è ancora oggi in parte sconosciuta; abbiamo osservato che anch’essi possiedono una sorprendente capacità secretoria. Inoltre, liberando calcio, gli osteoclasti regolano anche l’attività della ghiandole paratiroidi; il calcio è a tutti gli effetti, un ormone attivato dagli osteoclasti e, fra le altre funzioni, serve alle cellule staminali del sangue per localizzarsi nell’osso e creare nuove cellule. È lecito ora attendersi importanti novità in questo campo».
Questi e altri lavori scientifici sono stati presentati nel corso di un convegno che si è tenuto recentemente a Roma.
Fonte: corriere.it, 7 novembre 2011
Italiani: le 12 dimensioni del loro benessere
L’Istat ha posto a un campione di 45mila cittadini italiani una serie di domande sull’importanza che attribuiscono alle 15 condizioni che corrispondono ad altrettante dimensioni del benessere, assegnando punteggi da zero a dieci; per i cittadini la scelta è stata difficile, infatti i giudizi sono stati omogenei fra le persone diverse per età, sesso e luogo di residenza e i punteggi hanno segnato differenze minime. L’essere in buona salute è la condizione che il 79,9% degli Italiani di oltre 14 anni di età ritiene più importante, assegnandole dieci come punteggio; segue la possibilità di dare un futuro ai figli, assicurando loro un benessere pari a quello attuale, con un punteggio medio di 9,3 e il 66,1% di dieci; un lavoro dignitoso ha ottenuto un voto medio di 9,2 e un reddito adeguato il 9,1 (con, rispettivamente, il 59,5% e il 56% di dieci) e 8,9 è stato il voto medio ottenuto dalla preoccupazione per l’ambiente.
Cnel e Istat hanno avviato (come avviene, fra gli altri, in Germania, Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti, Messico) la costituzione di un ‘Gruppo di indirizzo sulla misura del progresso della società italiana’ per sviluppare una definizione condivisa del progresso e del benessere della società italiana e integrare il Pil (indicatore dell’attività economica) con altri indicatori, compresi quelli relativi alle disuguaglianze e alla sostenibilità economica, sociale e ambientale.
Antonio Marzano, presidente del Cnel, ed Enrico Giovannini, presidente dell’Istat, hanno presentato le 12 dimensioni del benessere che sono state suddivise in 12 àmbiti, o domìni, di maggiore rilievo: Ambiente, Salute, Benessere economico, Istruzione e formazione, Lavoro e conciliazione dei tempi di vita, Relazioni sociali, Sicurezza, Benessere soggettivo, Paesaggio e patrimonio culturale, Ricerca e innovazione, Qualità dei servizi, Politica e istituzioni.
Tutti i cittadini sono invitati a esprimere la loro opinione sul sito www.misuredelbenessere.it, creato per raccogliere contributi sulla natura e sull’importanza delle dimensioni del benessere; sul sito è possibile rispondere alle domande di un questionario sulle 12 dimensioni del benessere proposte, e collaborare a un blog per approfondire la problematica delle misure del benessere.
Fonte: istat.it, 4 novembre 2011
Poca informazione sull’Hpv: solo il 7% delle donne sono vaccinate
Il Censis (Centro Studi Investimenti Sociali) ha presentato nei giorni scorsi a Roma una ricerca condotta su 3.500 donne fra i 18 e i 55 anni da cui emerge che solo il 7,2% delle donne fino ai 55 anni si è vaccinata contro l’Hpv, ma questo dato è molto variabile a causa delle differenze fra le fasce d’età e delle scelte nazionali e regionali sulla gratuità del vaccino per le ragazze di 11 anni.
Quattro donne su cinque ritengono insufficienti le informazioni che hanno a disposizione sul Papilloma virus umano (Hpv) e per questo chiedono chiarimenti; dalla ricerca emerge che l’80% delle donne intervistate sanno cos’è l’Hpv ma questo dato è variabile: sale infatti la percentuale fra le donne del Centro-Nord, fra quelle più istruite e fra quelle che hanno figlie nella fascia di età coinvolta nella campagne pubbliche di vaccinazione.
I servizi vaccinali delle Asl sono stati la fonte principale d’informazione, al momento della convocazione per proporre la vaccinazione, per il 62% delle donne che hanno fatto vaccinare le figlie che avevano dai 10 ai 15 anni.
La gratuità della vaccinazione e la sua estensione anche alle ragazze più grandi è valutata positivamente dall’81% delle intervistate e per il 78% andrebbe estesa anche ai coetanei maschi. Fra le donne che sanno cosa sia l’Hpv, la quasi totalità (il 94%) sa che può portare a tumori come quello al collo dell’utero, e l’83% sa che può provocare altre patologie dell’apparato genitale; solo meno della metà di loro sa che è legato ai condilomi genitali e quasi il 70%, sbagliando, crede che non colpisca gli uomini ma esclusivamente le donne.
Meno del 20% è al corrente del rischio di infettarsi anche con i rapporti protetti e infatti il 64% ritiene che ci si infetti solo attraverso un rapporto sessuale completo, senza preservativo. I media sono la principale fonte d’informazione: il 30% circa delle donne sono aggiornate dai giornali o dalla televisione, mentre solo il 12% è aggiornata dai medici, in particolare dal ginecologo.
Il direttore del dipartimento di prevenzione della Asl di Taranto e presidente designato della Siti (Società Italiana di Igiene – Medicina Preventiva e Sanità Pubblica), Michele Conversano, spiega: «Bisogna agire soprattutto a livello dei medici di medicina generale, perché spesso le pazienti sono ragazzine in un periodo delicato, dato che non sono più in cura dal pediatra che le visitava regolarmente e poteva fornire informazioni».
Fonte: Adnkronos, 3 novembre 2011
Fertilità maschile: migliora con lo sport e una buona alimentazione
Nel corso del meeting annuale dell’Asrm (American Society for Reproductive Medicine) che si è tenuto a Orlando, in Florida, sono state presentate tre ricerche che sono tutte concordi nel ritenere che una dieta sana come quella mediterranea e una giusta quantità di attività fisica influenzi positivamente la qualità dello sperma e quindi la fertilità maschile.
Gli studiosi dell’Harvard School of Public Health di Boston hanno presentato due ricerche, una di queste indica i benefici della dieta: la motilità dello sperma può aumentare dell’11% seguendo una dieta ricca di frutta, verdura, legumi e pesce.
La differenza però la fanno anche i grassi, come dimostra l’altra ricerca americana: se lo 0,7% delle calorie giornaliere è costituito da grassi tipici degli alimenti come i fritti, la concentrazione di spermatozoi è di 79milioni per millilitro di liquido seminale, se la percentuale di grassi sale all’1,3%, la concentrazione scende a 48 milioni.
Audrey Gaskins spiega il problema della motilità: «La motilità dello sperma è molto importante per le coppie che vogliono concepire naturalmente; un piccolo aumento può portare a una piccola crescita della fertilità».
Il terzo studio, condotto dall’Università giapponese di Yamaguchi, ha dimostrato che, rispetto alla sedentarietà, l’attività fisica moderata migliora la motilità dello sperma.
Fonte: ilsole24ore.com, 21 ottobre 2011
Fertilità femminile: scoperto l’interruttore
Sgk1, questo il nome dell’enzima che secondo un gruppo di ricercatori dell’Imperial College di Londra, regola nelle donne la fertilità, funzionando come una sorta di interruttore.
Jan Brosens, dell’Università di Warwick, ha spiegato che l’enzima è stato isolato nel tessuto uterino di donne che si erano rivolte ai medici sia per problemi di sterilità che per aborti spontanei ricorrenti.
I ricercatori inglesi hanno osservato che le donne con problemi di fertilità avevano un’alta concentrazione dell’enzima, mentre quelle che avevano aborti ricorrenti ne avevano una bassa concentrazione.
Questa nuova scoperta potrebbe consentire, regolando i livelli di Sgk1, di abbassare le probabilità di aborto e di risolvere i problemi legati alla sterilità femminile.
La ricerca è stata pubblicata sulla rivista americana Nature Medicine.
Fonte: Sanità News, 18 ottobre 2011
Casa e lavoro: lo stress colpisce di più le donne
Dati allarmanti, anche se prevedibili, quelli che riguardano lo stress femminile, causato soprattutto dal lavoro e che colpisce soprattutto le donne giovani, a causa anche delle variazioni ormonali: nove donne su dieci hanno disturbi dell’umore e disagi psichici come l’ansia, che coglie quasi la metà di loro (il 45%), l’insonnia (39%), il pianto frequente (41%), la sindrome pre-mestruale (43%) e quella depressiva (20%); dei nove milioni di Italiani che soffrono di stress, le donne sono il doppio degli uomini.
Varie le cause: doppie responsabilità sul lavoro e a casa, competitività, barriere culturali, le remunerazioni più basse rispetto ai pari grado maschi, oltre alle cause che colpiscono tutti indistintamente come le preoccupazioni per la crisi, il futuro incerto.
Altre ragioni le spiega la rappresentante dell’Associazione Imprenditrici e Donne Dirigenti d’Azienda (Aidda), Emanuela Palazzani: «La ragione va ricercata anche nelle carenze di servizi alla famiglia e di sostanziali supporti sociali come gli asili nido e le strutture attrezzate per gli anziani, aggravate dalla crisi economica. Carenze che limitano la donna nell’ascesa professionale, che provocano sentimenti di grande incertezza per il futuro, e costituiscono una indiscussa fonte di stress da lavoro, con importanti ripercussioni sul piano psicologico, su quello fisico, e sul numero di giornate lavorative perse. I principali disturbi sono mal di testa, insonnia, ipertensione, calo della concentrazione, disturbi cardiocircolatori e gastrointestinali, depressione, attacchi di panico, ansia, calo del desiderio sessuale. Gli allarmanti dati europei confermano che il 60% della popolazione vive la realtà lavorativa come un determinante fattore di stress; in relazione a questo dato, troppo elevato, appare dunque necessario rivolgere una maggiore attenzione al welfare aziendale e al work life balance, cioè alla ricerca di iniziative e azioni a favore di un sano equilibrio fra impegni familiari e lavorativi, con l’introduzione di servizi per alleviare le incombenze quotidiane, come lavanderia, servizi per l’auto e per la casa, consulenza fiscale, e di supporto per i figli, come baby sitting, doposcuola, campus estivi e asilo nido aziendale».
Il governo italiano ha raccomandato alle aziende un’attenzione speciale alla salute psichica delle proprie dipendenti ma sono poche invece, quelle aziende che hanno fatto qualcosa per diminuire i fattori di stress per le donne.
Lo stress da lavoro non è un’esclusiva italiana ma di tutta Europa, dove raggiunge il 60% dei lavoratori, il cui stato di salute risulta alterato.
La rivista European Neuropsychopharmacology ha calcolato l’aumento dei disturbi psichici nei lavoratori europei: dal 27,4% del 2005 a oltre il 38% nel 2010, con una crescita che supera il 10%; i disturbi più frequenti sono quelli d’ansia, che colpiscono 69,1 milioni di persone, poi la depressione unipolare (30,3 milioni), l’insonnia (29,1 milioni), il consumo di alcol (14,6 milioni), tutti con gravi ripercussioni, soprattutto per le donne, anche sul lavoro (come le giornate lavorative perse).
Visto che il costo è stato calcolato intorno all’1% del Prodotto Interno Lordo, è necessario trovare delle soluzioni all’interno delle aziende; Francesca Merzagora, presidente di Onda (Osservatorio Nazionale sulla salute della Donna) osserva: «Questi numeri invitano ad approfondire un tema importante e delicato come quello della salute dei lavoratori, specie delle donne. Nel nostro paese sono ancora poche le aziende che si occupano della tutela della condizione femminile, non soltanto dal punto di vista della salute, ma anche della creazione di iniziative volte a favorire una gestione meno faticosa del carico di impegni e una più serena gestione del proprio tempo; fattori, questi ultimi, che nell’opinione femminile vanno a incidere maggiormente sul benessere e sulla salute psico-fisica. Questo è il motivo per cui Onda si propone alle aziende sensibili a questo tema, mettendo a disposizione, grazie a un accordo con il Fatebenefratelli di Milano, un team di psicologhe in grado di rispondere alle richieste, anche personalizzate, delle aziende, per la gestione dello stress lavoro-correlato. Prevenzione collettiva, contenimento individuale e monitoraggio dello stato di stress sono le attività proposte alle aziende». Direttore del dipartimento di Neuroscienze dell’Azienda Ospedaliera Fatebenefratelli e Oftalmico di Milano è Claudio Mencacci, che spiega: «I risultati preliminari di una ricerca sugli effetti psicosociali dello stress lavoro-correlato, condotta fra il 2008 e il 2010 su 100 candidati, evidenziano nell’88% dei casi la perdita di funzionalità di coping, cioè delle capacità cognitive e comportamentali che consentono a un individuo di mettere in atto strategie di adattamento per far fronte a situazioni stressanti. Capacità che, seppure la ricerca sia ancora in fase di elaborazione, sembrano perdersi, sia nel contesto professionale, sia nelle situazioni di quotidianità.
L’indagine ha però anche messo in luce che nell’81% dei casi, le persone esaminate hanno riacquistato competenze e capacità di coping con un buon sostegno psicologico, mentre nel 52% dei casi hanno tratto beneficio sia da un supporto psicologico, sia da un intervento diretto in azienda. Questi risultati confortanti invitano dunque a una maggiore attenzione e collaborazione fra le istituzioni, realtà aziendale e clinica, non soltanto nella tutela ma anche nella prevenzione della salute psico-fisica dei dipendenti e all’interno degli ambienti di lavoro».
Aifa: primo sì alla pillola dei 5 giorni dopo ma con test di gravidanza negativo
La Cts (Commissione Tecnico-Scientifica) dell’Aifa (Agenzia Italiana del Farmaco) ha dato il primo sì alla commercializzazione della pillola ellaOne (acetato di ulipristal) prodotto dalla Hra Pharma, un contraccettivo d’emergenza efficace fino a 120 ore dopo un rapporto a rischio, ma solo dopo che il test di gravidanza Beta Hcg avrà dato esito negativo; la pillola, infatti, non essendo un farmaco abortivo non può essere somministrata in caso di gravidanza accertata.
Il Consiglio di Amministrazione dell’Aifa dovrà ora ratificare il parere positivo della Commissione, prima che possa essere pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale. Al fine di monitorare gli esiti delle gravidanze delle donne che hanno assunto la pillola ellaOne, l’Ema (Agenzia Europea dei Medicinali) ha richiesto alla Hra Pharma di compilarne un registro, come avviene già in tutti gli altri paesi in cui il farmaco è commercializzato.
ellaOne potrebbe essere messo in vendita, solo dietro presentazione di ricetta medica, entro 30-40 giorni.
Fonte: Sanità News, 12 ottobre 2011
Isterectomia con una nuova tecnica attraverso l’ombelico
Il sistema robotico ‘Da Vinci’ per la prima volta al mondo ha consentito l’asportazione dell’utero di una signora sessantenne attraverso l’ombelico come unica via d’accesso (single port), utilizzando strumenti da 5mm che sono stati inseriti in una microincisione di soli due centimetri; l’operazione è stata eseguita dal team di Vito Cela, coadiuvato da Nicola Pluchino, dell’Unità operativa di Ostetricia e Ginecologia I Universitaria, presso il Centro Interdipartimentale di Chirurgia Robotica dell’Azienda Ospedaliero Universitaria Pisana.
Nel Centro, diretto da Franca Melfi, ogni giorno vengono eseguiti interventi di chirurgia urologica, ginecologica, toracica, bariatrica e trapianti, e, dopo questo intervento, grazie al robot sarà possibile usare l’ombelico come unica via d’accesso per il trattamento chirurgico di patologie ginecologiche, oncologiche o benigne.
Questa tecnica è già utilizzata in laparoscopia ma con difficoltà per la ristrettezza dello spazio in cui dovevano muoversi gli strumenti, che rischiavano la collisione; il problema è stato risolto con l’uso del robot, che al controllo degli strumenti che non rischiano più di urtarsi, aggiunge anche i vantaggi della visione tridimensionale e della mancanza di tremore.
La signora sta bene,è stata dimessa e non porta cicatrici dell’intervento.
Fonte: Sanità News, 12 ottobre 2011
Nelle ansie della coppia un aiuto dal medico
In Italia sono state recentemente condotte da Astra Ricerche, per la multinazionale farmaceutica Eli Lilly, due ricerche sul rapporto degli Italiani con il sesso e i problemi di coppia; il campione era rappresentativo della popolazione fra i 30 e i 60 anni.
L’uomo è centrale nelle ricerche sulla sessuologia, soprattutto per le sue disfunzioni o per le ansie di cui è causa, ma è la donna che, in caso di problemi, spinge per rivolgersi agli specialisti che possono risolverli, e sono i giovani che chiedono aiuto, appena si presentano i problemi.
Nella ricerca, dal titolo esplicativo Gli Italiani, i rapporti sessuali e la disfunzione erettile, si evidenzia l’importanza data dagli intervistati all’assenza di ansia durante il rapporto (salita all’80% dal 58% di due anni fa) e al valore della spontaneità nell’incontro (62%), della passione (58%), del piacere di non avere fretta (52%), tutti valori che vengono solitamente sottolineati e raccomandati dai sessuologi.
La felicità di coppia, secondo le risposte date alla ricerca, si raggiunge quando l’atto amoroso non è solo fisicità ma le si affiancano il sentimento, la reciprocità, la serenità; le risposte sono le stesse della ricerca del 2008, e confermano che il sesso trasgressivo veicolato dai mass media non è poi così apprezzato.
Gli intervistati parlano frequentemente di rapprti sessuali insieme a parole come ‘allegria, felicità, attenzione, curiosità’ mentre solo una percentuale che va dall’1% al 3% si riferisce al sesso con parole come ‘stanchezza, ribrezzo, schifo’; oltre la metà (il 58%) ritiene che l’origine dei problemi sessuali sia psicologica e che sia quindi importante rivolgersi allo specialista, in caso di necessità.
In caso di necessità è anche accettato l’aiuto del farmaco per superare il problema, ma solo il sotto controllo del medico.
Fonte: repubblica.it, 27 settembre 2011
Un ormone delle ossa influenza la fertilità maschile
Una ricerca condotta sui topi ha dimostrato che l’osteocalcina, un ormone rilasciato dalle ossa, influenza il testosterone e quindi la capacità riproduttiva maschile.
Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica Cell, è stato coordinato da Gerard Karsenty, responsabile del Dipartimento di Genetica e Sviluppo del Columbia University Medical Center, che osserva: «Sappiamo che le gonadi, cioè le ghiandole sessuali, hanno tra le varie funzioni quella di stimolare la crescita delle ossa. Poiché la comunicazione fra due organi del corpo raramente è a senso unico, il fatto che le gonadi regolino la massa ossea spinge a fare la domanda: le ossa regolano le gonadi?».
La ricerca americana ha risposto a questa domanda, almeno per quanto riguarda i topi, ma è necessario verificare che anche per gli umani sia valida questa relazione fra ossa e fertilità e poter quindi trovare nuove cure contro l’infertilità.
Gli studiosi americani hanno osservato che i topi maschi le cui ossa non secernevano osteocalcina avevano un tasso di riproduzione più basso, inoltre, la produzione di testosterone aumentava quando l’osteocalcina era presente.
Angela Vita, membro della Sia (Società Italiana di Andrologia) e responsabile dell’Unità Dipartimentale di Andrologia presso l’Ospedale San Carlo di Potenza, spiega: «La somministrazione di osteocalcina fa aumentare il testosterone perché a livello delle cellule testicolari ci sono i recettori dell’osteocalcina che stimolano proprio la sintesi del testosterone. Visto che gli esperimenti sono stati condotti soltanto su topi, resta da verificare se questo meccanismo sia valido anche per gli uomini. Una volta appurato il meccanismo, sarà possibile fare grandi passi in avanti nel campo della diagnosi e forse anche del trattamento dell’infertilità maschile.
Il testosterone è solo però uno dei paramentri che determinano la salute riproduttiva dell’uomo, e i fattori che possono causare un abbassamento del loro livello sono tanti: dall’età, all’ipogonadismo, alle malattie endocrine. Quella della Columbia University è comunque una scoperta importante, perché finora si era scoperta la relazione di quest’ormone con il glucosio, il diabete e l’obesità ma nessuno aveva mai indagato la relazione fra osteocalcina e fertilità».
La prossima risposta che i ricercatori americani dovranno dare è alla domanda se il meccanismo dell’osteocalcina sia veramente strategico per la fertilità degli uomini, misurandone, in quelli che presentano problemi di fertilità, i livelli e verificandone le possibili interazioni con la loro capacità riproduttiva.
La scoperta degli scienziati del dottor Karsenty, riguarda però solo gli uomini, non le donne, infatti non è provato che le ossa influenzino la fertilità femminile, anche se sono state accertate interazioni fra estrogeni e massa ossea.
Gli ormoni maschili e femminili, testosterone ed estrogeni, partecipano allo sviluppo delle ossa e quando, a causa dell’età, i loro livelli diminuiscono, diminuisce anche la massa ossea, soprattutto nelle donne, che sono così esposte a un maggior rischio di osteoporosi.
Fonte: repubblica.it, 22 settembre 2011
Se Sso è Meglio! i problemi della sessualità e dell’affettività dei giovani
Nella Sala del Refettorio della Camera dei Deputati, nel corso della tavola rotonda Affettività e sessualità nell’adolescenza, organizzata dall’Istituto di Ortofonologia (Ido) di Roma con la Società Italiana di Medicina dell’Adolescenza (Sima), il 20 settembre sarà presentata Se Sso è Meglio! una rubrica online di approfondimento sulla sessualità degli adolescenti.
Alla tavola rotonda presenzieranno fra gli altri, Giorgia Meloni, Ministro della Gioventù, e Federico Bianchi di Castelbarco, direttore dell’Ido.
La rubrica Se Sso è Meglio! si trova sul portale diregiovani.it ed è curata da esperti medici e psicologi; si propone di costituire uno spazio che aiuti a chiarire la confusione dei ragazzi sul tema della sessualità e del suo legame con l’affettività, offrendo risposte alle loro domande e conforto alle loro paure.
Secondo una ricerca condotta da psicoterapeuti dell’Ido su oltre 1.600 giovani delle scuole medie e superiori, gli adolescenti italiani vivono un crescente distacco della sessualità dall’affettività: il 70% dei giovani ritiene infatti che non sia necessario l’innamoramento per avere rapporti sessuali; inoltre, l’85% di loro preferisce parlare di amicizia e non di amore e la metà si è innamorato una volta sola. Se Sso è Meglio! è il risultato del lavoro svolto dallo sportello online Chiedilo agli esperti, attivo da quattro anni su diregiovani.it.
Fonte: Ufficio stampa IFO Istituto di Ortofonologia, 13 settembre 2011
Menopausa: il fumo fa aumentare gli ormoni sessuali
Il Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism ha pubblicato una ricerca trasversale che dimostra che il fumo in menopausa provoca un innalzamento dei livelli di ormoni sessuali e che tanto più aumenta il numero delle sigarette fumate, tanto più aumenta il livello degli ormoni.
Questa conclusione è stata raggiunta dopo aver esaminato i risultati delle analisi specifiche condotte su oltre duemila donne, in menopausa e post menopausa, dai 55 agli 81 anni per individuare i tassi degli ormoni sessuali, estrogeni e androgeni.
Gli autori della ricerca ritengono di aver dato alle fumatrici una ragione in più per smettere, visto che questi ormoni sessuali sono associati al rischio di diabete e di tumori al seno, all’endometrio e forse anche all’ovaio.
Fonte: Sanità News, 6 settembre 2011
L’ansia è causata da difetti di comunicazione fra gli emisferi del cervello
Una ricerca italiana avrebbe trovato una spiegazione ai disturbi d’ansia generalizzati (Gad, Generalized Anxiety Disorder), che colpiscono circa il 2-3% della popolazione, provocando problemi di relazioni interpersonali che possono arrivare a compromettere rapporti personali e lavorativi.
La ricerca è stata condotta dall’Irccs Medea di San Vito al Tagliamento con l’Università di Udine e quella di Verona ed è stata coordinata da Paiolo Brambilla che spiega: «Le aree parietali e callosali posteriori dell’emisfero destro si sa che partecipano alla percezione sociale e al riconoscimento del proprio corpo nello spazio. In collaborazione con l’Istituto di Radiologia dell’Università di Udine, abbiamo applicato una metodica relativamente nuova, che permette di compiere degli studi di connettività tra le varie aree del cervello». L’emisfero destro del cervello controlla la risposta allo stress e le emozioni negative: quando ci sono difetti di comunicazione con le altre parti del cervello, si scatena l’ansia.
La ricerca ha studiato l’interconnessione fra il corpo calloso destro e la corteccia parietale di 12 malati e di 15 controlli sani, sottoponendoli a una sessione di imaging con risonanza magnetica; misurando il coefficiente di diffusione dell’acqua (Adcs, Apparent Diffusion Coefficients), che offre informazioni sulle caratteristiche biologiche e strutturali di un tessuto, sono state ottenute anche informazioni sull’organizzazione microstrutturale dei tessuti nella sostanza bianca, che è la porzione del sistema nervoso responsabile del collegamento e della diffusione dei segnali nervosi.
L’alterazione nella connettività dei tessuti è stata riscontrata solo nei pazienti con disturbi d’ansia e non nei controlli.
È intenzione degli autori approfondire lo studio con ulteriori indagini di imaging, come spiega Brambilla: «Per questo studio abbiamo utilizzato sequenze ‘tradizionali’, non destinate specificamente alla ricerca. Con sequenze più sofisticate potremo sicuramente svolgere indagini ancora più approfondite, raccogliendo dati più precisi sull’origine di questo disturbo».
La ricerca è stata pubblicata su Psychological Medicine della Cambridge University Press.
Fonte: repubblica.it, 2 agosto 2011
Il pettegolezzo negativo ci protegge
Due ricercatori della Northeastern University di Boston, Erika Siegel ed Eric Anderson, hanno condotto un esperimento per dimostrare che si ricordano più facilmente i volti delle persone di cui abbiamo sentito palar male; la conseguenza positiva di questo fenomeno è che ci consente di metterci in guardia dalle persone oggetto di gossip negativo.
Gli studiosi americani, si sono basati sulla ‘rivalità binoculare’, (mostrando a ognuno dei due occhi immagini diverse, a un occhio quelle più neutre, all’altro quelle emotivamente e cromaticamente più forti, restano impresse più facilmente e più a lungo queste ultime) e hanno così verificato che i volti che si ricordano più sono quelli associati e emozioni negative, come appunto i pettegolezzi.
Nel corso della ricerca sono state mostrate immagini diverse insieme a immagini di volti: i tempi del ricordo dei volti associati a termini negativi sono stati più lunghi di quelli associati a termini neutri o positivi: in media, 4,9 secondi contro 4,3 secondi.
La ricerca è stata pubblicata su Science.
Fonte: Mente & Cervello n. 79 Luglio 2011
Dopo i 35 anni l’età danneggia gli ovuli
Nel corso del 25° congresso dell’Eshre (European Society of Human Reproduction and Embryonology) che si è concluso nei giorni scorsi a Stoccolma e cui hanno parftecipato novemila esperti di 115 paesi, si è avuta conferma che gli ovuli delle donne in età avanzata, sottoposte a trattamenti farmacologici per la fertilità, hanno un rischio più alto di avere ovociti con alterazioni cromosomiche, e che il rischio si aggrava con l’aumentare dell’età.
La stimolazione ovarica, necessaria perché si liberi il maggior numero di ovociti, danneggia la mielosi che è il processo di duplicazione dei cromosomi; questo può portare ad alterazioni del materiale genetico e al fallimento della fecondazione in vitro, all’aborto o alla nascita di bambini con alterazioni del numero di cromosomi, come la sindrome di Down.
Il giornale Human Reproduction pubblicherà il nuovo studio, nato dalla collaborazione fra l’Università di Bonn e il Sismer (Società Italiana Studi di Medicina della Riproduzione) di Bologna, che ha studiato gli ovociti utilizzando la tecnica microarray Cgh (Comparative Genomic Hybridization).
Spiega il presidente di Eshre e presidente di Sismer, Luca Gianaroli: «Grazie a questa nuova tecnologia microarray si riescono ad analizzare anche da una sola cellula i frammenti di Dna e di conseguenza contare tutte le 23 paia di cromosomi. Analizzando i globuli polari, che sono i prodotti di scarto dell’uovo, prima della fecondazione e dopo l’ingresso dello spermatozoo, siamo riusciti a individuare le anomalie cromosomiche.
Se rimuoviamo gli ovociti patologici, riduciamo il tempo che occorre per arrivare a una gravidanza, tenendo conto che comunque sopra i 35 anni oltre la metà degli ovociti è danneggiata e che dai 43 anni in poi la percentuale sale fino al 70%. Questo studio conferma dunque che l’età della donna influenza in modo severo la qualità degli ovociti.
A settembre continueremo con uno studio prospettico randomizzato su centinaia di pazienti, che durerà un anno e mezzo e coinvolgerà altri cinque centri europei e Israele».
Il direttore del London Bridge Fertility, Gynaecology and Genetics Centre, Alan Handyside spiega l’altro obiettivo dello studio: «Vogliamo analizzare la diversa incidenza di questi errori a seconda del differente regime di stimolazione degli ovociti utilizzato, compreso un regime leggero e un ciclo naturale di Fivet, in cui è prelevato un singolo ovocita per ciclo, fertilizzato e poi ritrasferito nella donna. Il risultato delle nostre ricerche dovrebbe permetterci di identificare le migliori strategie cliniche per ridurre l’incidenza di errori cromosomici nelle donne più anziane che si sottopongono a Fivet».
Joep Geraedts, coordinatore del gruppo di esperti Eshre sugli screening genetici pre-impianto, precisa: «La possibilità di identificare le donne che vorrebbero utilizzare i propri ovociti ma non hanno possibilità di successo ci consentirebbe di indirizzarle verso l’ovodonazione».
L’ovodonazione è vietata in Italia ma la Corte Costituzionale dovrebbe pronunciarsi entro pochi mesi sul ricorso per incostituzionalità della legge 40 presentato dai tribunali di Milano, Firenze e Catania; inoltre, è imminente la sentenza della Grande Camera della Corte europea di Strasburgo sulla fecondazione eterologa e quindi sulla possibilità di donare di gameti femminili e maschili.
Fonte: Repubblica Salute, 5 luglio 2011
Depressi a 40 anni: la felicità ha un andamento a U
Una ricerca europea pubblicata a cura dell’IZA Institute di Bonn ha dimostrato che la depressione colpisce più spesso verso i 40 anni, quando la vita è nel pieno delle soddisfazioni ma anche delle ansie e degli impegni. Un’altra ricerca, britannica, condotta dall’Università di Warwick insieme a quella di Stirling, ha rilevato che almeno il 10% dei quarantenni europei nel 2010 hanno assunto regolarmente almeno un antidepressivo, primi fra tutti i Britannici, seguiti dai Portoghesi, Francesi e Lituani.
Gli Italiani invece ne fanno un uso scarso: solo l’1% dei quarantenni li assume più di quattro volte alla settimana, per la maggior parte donne separate, divorziate o disoccupate; i farmaci più prescritti per il trattamento della depressione e dell’ansia sono gli SSRI e gli SNRI, che agiscono a livello della trasmissione chimica cerebrale e dell’intero sistema nervoso.
La percentuale di Italiani depressi si aggira intorno al 10-15%. Uno dei ricercatori che ha partecipato allo studio, Andrew Oswald, osserva: «Nella nostra società così opulenta e piena di certezze, sono troppe le persone che si affidano alla possibilità di una felicità chimica».
Secondo i ricercatori la ragione per cui la depressione si presenta intorno ai 40 anni sta nell’andamento a ‘U’ della felicità: il benessere psichico che caratterizza in genere la giovane età scende verso i 40 anni per risalire nella maturità; la depressione fa invece il percorso inverso, salendo intorno ai 40 anni a causa degli impegni e del conseguente stress, come sottolinea Oswald: «Da giovani si è felicemente ottimisti ma con aspirazioni difficilmente realizzabili, poi, a metà della strada della vita, ci si rende conto di quanto sia difficile realizzare i sogni della gioventù e si sperimenta il fallimento. Ed è in questa fase che molti chiedono aiuto ai farmaci».
Alberto Siracusano, direttore del Dipartimento di Neuroscienze dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata, conferma: «Il maggior consumo di antidepressivi da parte dei quarantenni segnala la necessità di un trattamento della depressione in una fascia di età delicata perché è quella in cui si cominciano a fare dei bilanci su vari aspetti della vita. Questo però non significa che prima o dopo i 40 anni la depressione non ci sia, solo che la si nega o si cerca di combatterla con i farmaci».
Negli anni successivi l’età rende saggi, consentendo l’accettazione dei propri difetti, fino al ritorno del benessere psicologico intorno ai 60 anni, con un andamento, appunto, a U, corrispondente a quello del consumo di antidepressivi.
Il Journal of the American Academy of Child and Adolescent Psychiatry ha pubblicato una ricerca sulla depressione post parto: i figli delle madri che ne hanno sofferto hanno un rischio quadruplo di depressione nell’adolescenza; spiegano gli autori: «Il rischio aumentato mette in luce la necessità di screening post natali per consentire un intervento precoce. Dalla ricerca è anche emerso che la depressione nei bambini può essere scatenata da un rapporto conflittuale con il partner e da ulteriori episodi di depressione anche lontano dalla nascita».
Il professor Siracusano spiega: «A qualsiasi età una sana relazione madre-figlio è fondamentale: se la mamma è depressa significa che è assente e questo avrà sicuramente un effetto negativo sullo sviluppo del bambino».
Fonte: Repubblica.it, 23 giugno 2011
In aumento le malattie sessualmente trasmesse in Italia e in Europa
L’Ecdc (European Center for Diseases Control) ha pubblicato il primo rapporto annuale che segnala il preoccupante aumento delle malattie a trasmissione sessuale registrato negli ultimi dieci anni: l’incidenza della clamidia è più che raddoppiata (da 143 a 332 casi ogni 100mila abitanti); 344mila i casi concentrati soprattutto in Gran Bretagna, Svezia, Norvegia e Danimarca.
Le donne sono più a rischio con il 60% dei casi insieme ai giovani dai 15 ai 24 anni che registrano il 75% dei casi.
Il rapporto ha monitorato anche altre infezioni: la sifilide (che aumenta in modo più contenuto), la gonorrea e il linfogranuloma venereo (entrambi in lieve calo) ma, come sottolinea Marc Sprenger, direttore dell’Ecdc: «I numeri in realtà sono sicuramente più alti per tutte queste patologie perché non tutti i casi sono riportati correttamente dalle autorità dei vari paesi».
In Italia sono presenti queste infezioni anche se in percentuali più basse, ma pochi mesi fa l’Associazione Microbiologi Clinici ha lanciato l’allarme per la possibile crescita esponenziale di queste malattie nel nostro paese.
Il 33% delle malattie sessuali in Italia è rappresentato dai condilomi; gonorrea e sifilide sono in diminuzione.
Il direttore del Coa (Centro Operativo Aids) dell’Istituto Superiore di Sanità, Barbara Suligoi, spiega: ««La clamidia è anche in Italia fra le infezioni batteriche sessualmente trasmissibili la più diffusa, e i dati della Sorveglianza sentinella basata su 13 laboratori di microbiologia segnalano un andamento annuale in costante aumento. D’altra parte bisogna sottolineare che la sorveglianza dell’Ecdc non prende in esame altre infezioni sessualmente trasmissibili numericamente significative come la condilomatosi e l’herpes genitale, la cui presenza in tutti i paesi dell’Europa occidentale è molto più alta della clamidia». Molte sono le malattie trasmesse attraverso i rapporti sessuali: Aids, sifilide, gonorrea, le infezioni da papilloma virus (Hpv), da herpes genitale, le epatiti virali (A, B, C); alcune provocano perdite di muco o ulcere, altre non manifestano sintomi.
Suligoi precisa: «Gli uomini sono più a rischio per gonorrea e sifilide mentre le donne lo sono di più solo per la clamidia, probabilmente perché le donne sono testate più spesso degli uomini per questo microrganismo che se trascurato può portare gravi complicanze, fino alla sterilità».
Il presidente della Sigo (Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia), Giorgio Vittori, conferma: «Nei giovani la consapevolezza è bassa ma lo è anche nella scuola, nelle famiglie e nella società in generale, con il risultato che stiamo tornando ai livelli di 50 anni fa; è invece importante sapere che queste infezioni, anche quando sono asintomatiche o comunque non troppo forti, possono portare anche all’infertilità delle donne. E capita spesso che ci si accorga di essere stati contagiati solo quando si cerca di avere un figlio».
Barbara Suligoi raccomanda: «La prevenzione sta nel conoscere e quindi riconoscere i sintomi delle diverse malattie sessualmente trasmissibili; non bisogna trascurare gli strani sintomi a livello genitale ma rivolgersi immediatamente al medico di famiglia o allo specialista per curare subito il paziente e il partner. Bisogna usare il preservativo in tutti i rapporti occasionali o con partner non stabili ed effettuare il test Hiv in caso di diagnosi di malattia sessualmente trasmissibile perché in presenza di infezione sessuale è elevato il rischio di acquisire l’Hiv».
Fonte: Repubblica Salute, 16 giugno 2011
Contraccezione d’emergenza: un documento per chiarire
Position paper sulla contraccezione d’emergenza per via orale: questo il titolo del documento che la Società Italiana della Contraccezione (Sic) e la Società Medica Italiana per la Contraccezione (Smic) hanno messo a punto per medici italiani; il documento ribadisce che la pillola del giorno dopo è da considerare contraccezione d’emergenza e non abortivo, perché non danneggia l’eventuale gravidanza in atto ma blocca l’ovulazione, impedendo così la fertilizzazione.
Il documento informa, fra l’altro, sui tempi e le modalità di prescrizione della ‘pillola del giorno dopo’, sui meccanismi in base ai quali agisce e le circostanze che la rendono indicata; una parte rilevante del documento è dedicata agli aspetti medico-legali della prescrizione del farmaco, soprattutto alle minorenni, all’obiezione di coscienza, che consente al medico di non prescrivere la pillola del giorno dopo, ma ricorda anche il vincolo dello stesso medico a informare tempestivamente la donna su dove le sia possibile reperire la ricetta per il farmaco.
Carmine Nappi, presidente della Sic, spiega: «Attraverso questo ‘Position paper’ le nostre società si propongono di fare chiarezza, per quanto possibile, in un campo che presenta numerosi aspetti controversi, sia dal punto di vista scientifico che da quello medico-legale».
Il documento sottolinea che ´´La contraccezione d’emergenza non deve mai sostituire le metodiche contraccettive primarie…„ ma costituisce un importante strumento per prevenire il ricorso all’aborto, a cui le donne ricorrono sempre meno ma non nella fascia fra i 15 e i 19 anni, in cui la diminuzione è minore. Questo vademecum sarà seguito, in autunno, da una capillare campagna che con un opuscolo informerà le donne sui diversi metodi di contraccezione.
Fonte: Repubblica Salute, 14 giugno 2011
Un anticoncezionale maschile da un antinfiammatorio
Una ricerca della Columbia University ha messo a punto un nuovo farmaco anticoncezionale basato su un composto che si lega ai ricettori della vitamina A, fondamentale nella produzione dello sperma.
Il farmaco è stato sperimentato su topi ai quali, anche a basso dosaggio, ha bloccato la produzione degli spermatozoi senza apparenti effetti collaterali; la fertilità è ripresa dopo che è stata sospesa la somministrazione della molecola.
La scoperta è avvenuta casualmente perché il farmaco, un antinfiammatorio, era stato scartato da un esperimento proprio perché interferiva con il processo di spermatogenesi, provocando come effetto collaterale la sterilità.
Sanny Chung, uno dei ricercatori, ha commentato: «Quello che per alcuni è un affetto tossico, per altri è diventato un contraccettivo».
Il farmaco è stato presentato nel corso dell’Annual Meeting ENDO di Boston e probabilmente sarà disponibile nei prossimi anni.
Fonte: Sanità News, 9 giugno 2011
Contro il dolore ‘inutile’ la 10a Giornata Nazionale del Sollievo
‘Chiedi, conosci, curati, combatti il dolore inutile’ è lo slogan adottato per il 29 maggio, giorno della decima edizione della Giornata Nazionale del Sollievo; i 62 gli ospedali italiani premiati con il Bollino Rosa dell’Onda (Osservatorio Nazionale sulla salute della Donna) perché ‘a misura di donna’ hanno partecipato quest’anno all’iniziativa. Sul sito di Onda è possibile trovare l’elenco degli ospedali dove è stato possibile partecipare a convegni e incontri formativi sul tema e avere consulti e visite specialistiche gratuite.
Le donne sono quelle che soffrono di più fisicamente e soffrono spesso di dolore cronico, per queste ragioni l’iniziativa è rivolta alle donne e, per approfondirne lo studio Onda ha scelto l’osteoporosi, con la collaborazione del Centro Studi Mudipharma. Fra le donne che sono state coinvolte nella ricerca sette su 10 soffrono di dolore cronico e per il 48,9% di queste il dolore è di forte intensità ma solo l’11,5% di loro ha avuto terapie soddisfacenti; in oltre la metà dei casi, il 59%, il dolore non è neanche stato misurato.
Da qui la richiesta di una campagna informativa sulle terapie che sono attualmente disponibili, da chi e dove si possono ricevere.
Conclusione dell’iniziativa a Palazzo Marini a Roma, il 31, con la lettura da parte Lella Costa di brani tratti dal libro di Joan Didion L’anno del pensiero magico.
Fonte: Sanità News, 26 maggio 2011
Rischi maggiori di patologie cardiovascolari nelle donne con ovaio policistico
La rivista Fertility Sterility ha pubblicato una ricerca dell’Università Cattolica–Policlinico A. Gemelli di Roma, coordinata da Rosanna Apa dell’Istituto di Clinica Ostetrica e Ginecologica e in collaborazione con l’Istituto di Cardiologia della Cattolica, in base alla quale le donne con ovaio policistico hanno rischi più elevati di sviluppare disturbi metabolici e patologie cardiovascolari, rispetto alle donne con ovaie sane.
Un precedente studio dell’Istituto di Cardiologia della Cattolica aveva rilevato un aumento di una speciale sottopopolazione di linfociti T (CD 28 null) nel sangue periferico di pazienti con angina instabile; sulla base di questo risultato i ricercatori hanno cercato i linfociti nel sangue di 30 donne fra i 18 e i 37 anni, con policistosi ovarica ma senza patologie cardiovascolari, e in quello di un gruppo di controllo di donne sane di pari età.
Il risultato è stato che nelle donne con ovaio policistico i linfociti erano più numerosi, dimostrando un’anomalia del sistema immunitario simile a quella riscontrata nei pazienti con angina.
Grazie alla possibilità che questo possa costituire un marker di rischio cardiovascolare, secondo i ricercatori della Cattolica: «Per limitare questi rischi in questo tipo di pazienti è necessario mettere a punto strategie di prevenzione più accurate».
Fonte: Sanità News, 26 maggio 2011
In menopausa il pesce fa bene al cuore
Il pesce, soprattutto salmone e sgombro possono ridurre del 30% il rischio di patologie cardiache durante la menopausa, se consumato almeno 5 volte alla settimana e cucinato bollito, alla griglia o al forno; se consumato fritto, invece, anche se solo una volta alla settimana, aumenta il rischio anche del 48%.
Nel corso della ricerca, condotta da un team di studiosi della Northwestern University di Chicago coordinato da Donald Lloyd-Jones, sono stati analizzati i diari alimentari di quasi 9.000 donne in menopausa, con il risultato che la salute di quelle che consumavano il pesce bollito o al forno o alla griglia era migliore di quella delle donne che il pesce lo consumavano fritto. Anche la qualità del pesce influenzava la salute delle donne: alla sogliola o all’orata, infatti, è preferibile il pesce azzurro.
La ricerca americana è stata pubblicata sulla rivista dell’American Hearth Association, Circulation: Hearth Failure.
Fonte: Sanità News, 26 maggio 2011
A braccia incrociate per sentire meno dolore
Una ricerca condotta da esperti di varie università (Milano Bicocca, Torino, Sydney e l’University College di Londra) ha dimostrato che incrociando le braccia, mettendo la mano destra sulla parte sinistra del corpo e la sinistra su quella destra, si riesce a ridurre la sensazione dolorosa del 3% circa.
La ragione starebbe nel fatto che assumendo questa posizione quando si sente dolore, si creerebbe confusione nel cervello, che è abituato a ricevere le informazioni che riguardano la parte destra del corpo dalla mano destra e viceversa.
Alberto Gallace, primo firmatario dello studio e ricercatore in Psicobiologia presso l’Università di Milano Bicocca, osserva: «I risultati di questa ricerca sembrerebbero suggerire che questa metodiche possano essere utilizzate con successo nell’ambito della terapia del dolore; abbiamo infatti messo in luce che confondere il cervello sulla localizzazione degli stimoli dolorosi ne attenua l’intensità.
Questa riduzione non riguarda l’attività di aree sensoriali primarie, che si occupano di soltanto di elaborare stimoli tattili o dolorosi, ma piuttosto le attività corticali multisensoriali, di più alto livello. In Australia, presso alcune strutture ospedaliere di Adelaide, il nostro team sta già conducendo esperimenti su pazienti affetti da dolori cronici». La ricerca è stata pubblicata sulla rivista Pain.
Fonte: Sanità News, 24 maggio 2011
Dura fino a sette anni la protezione del vaccino anti Papillomavirus
Al congresso Eurogin, che si è concluso a Lisbona, sono stati presentati i risultati di uno studio clinico condotto in Scandinavia, secondo il quale Gardasil®, il vaccino quadrivalente contro l’Hpv (Papillomavirus umano), mantiene la sua efficacia fino a sette anni dall’inizio della vaccinazione. In questo intervallo di follow up non sono state infatti rilevate patologie correlate ai tipi Hpv 6/11/16/18. Viene così confermata la sicurezza di Gardasil®, la cui esperienza era già stata considerata buona dall’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità) oltre che da medici e dalle autorità sanitarie di tutto il mondo.
Prima della licenza, Gardasil® era stato analizzato per oltre dieci anni sotto il profilo di sicurezza da ampi studi clinici; da allora, nel 2006, sono state distribuite oltre 74 milioni di dosi in tutto il mondo. In futuro saranno resi noti i dati dei follow-up degli studi clinici che proseguiranno nei prossimi anni.
Fonte: Fonte, Adnkronos Salute, 11 maggio 2010
Un nuovo decreto per regolamentare gli apparecchi per uso estetico
Numerose apparecchiature elettromedicali finalizzate all’uso estetico saranno regolate da un nuovo decreto che è stato firmato dal Ministro della Salute, Ferruccio Fazio che ha osservato: «Con questo provvedimento abbiamo compiuto un passo avanti per la tutela del cittadino che vede così garantito in modo ancora più stringente il livello di sicurezza degli apparecchi elettromeccanici per uso estetico come le lampade abbronzanti, i depilatori elettrici, le saune e i bagni turchi.
La regolamentazione dell’utilizzo delle lampade abbronzanti è particolarmente importante per la dimostrata nocività, soprattutto per le persone più giovani, delle radiazioni ultraviolette che espongono a un aumento del rischio di melanoma cutaneo statisticamente significativo».
Il decreto interministeriale, del Ministero della Salute e di quello dello Sviluppo Economico, aggiorna l’elenco delle apparecchiature elettromeccaniche e ne indica le caratteristiche tecnico-dinamiche, le modalità d’esercizio e le cautele d’uso, in attuazione della Legge n. 1 del 4 gennaio 1990 ‘Disciplina dell’attività di estetista’.
Fra le apparecchiature regolamentate dal decreto: Solarium per l’abbronzatura con lampade UV-A o con applicazioni combinate o indipendenti di raggi ultravioletti e infrarossi, saune e bagni di vapore, vaporizzatori con vapore normale e ionizzato non surriscaldato, stimolatori a ultrasuoni e a microcorrenti, apparecchiature per aspirazione di comedoni e levigatura della pelle, apparecchi per massaggi meccanici o elettrici, rulli elettrici o manuali, scaldacera per ceretta, attrezzi per ginnastica estetica, attrezzature per manicure e pedicure, depilatori elettrici o a impulsi luminosi, elettrostimolatori a impulsi, laser estetici per depilazione.
Fonte: Sanità News, 11 maggio 2011
Nel cervello dei maschi l’ormone del potere
La chimica dei maschi, il testosterone come segnale di dominanza, questi gli argomenti principali dello speciale in edicola della rivista Mente & Cervello; gli articoli sono a firma di Laurent Bègue dell’Università di Grenoble e di Nicolas Guéguen dell’Université de Bretagne-Sud.
Il testosterone svolge un ruolo importante nell’organizzazione delle strutture cerebrali e nello sviluppo dei caratteri sessuali secondari del feto; inoltre, influenza le capacità sportive, quelle professionali, la personalità e anche la tolleranza al dolore.
Secondo le ricerche prese in esame, l’ormone influenza tutti e due i sessi ma la sua concentrazione negli uomini è superiore da otto a dieci volte a quella delle donne. Bègue riporta una ricerca sull’autismo condotta dall’Università di Cambridge, secondo la quale dominanza e aggressività sarebbero in relazione con l’esposizione al testosterone, la cui maggiore concentrazione nel liquido amniotico sarebbe la causa dei comportamenti più mascolini nei ragazzi e anche nelle ragazze.
I risultati della ricerca di Allan Mazur, sociologo della New York State University, sono invece riportati da Guéguen: «I ragazzi giudicati più dominanti erano anche quelli che avevano avuto relazioni sessuali precoci. Effetto dovuto a due fattori: questi soggetti apparivano più attraenti a causa dei vantaggi genetici e sociali legati alla dominanza e sembravano molto motivati nella ricerca di relazioni sessuali dalle più elevate concentrazioni di testosterone».
L’ormone non avrebbe influenza solo sull’aspetto, sulla voce e sulla scelta dei giochi: «Un uomo che ha l’anulare più lungo dell’indice è stato esposto a una grande quantità di testosterone nei primi tre mesi di gravidanza; è il ‘digit ratio’: quando si divide la lunghezza dell’indice per quella dell’anulare si ottiene un valore che varia in senso inverso alla concentrazione intra-uterina di testosterone», come riferisce Bègue.
Fonte: Mente & Cervello n. 77 maggio 2011
Scoperto un interruttore per spegnere l’ansia
Nel corso di una ricerca della Stanford University School of Medicine pubblicata su Nature, gli scienziati sono riusciti a modificare lo stato di ansia di alcuni topi con la stessa facilità con cui si può spegnere un interruttore della luce; il controllo avviene infatti attraverso l’optogenetica, una nuova tecnica che si basa sull’integrazione fra ottica e genetica per sondare circuiti neuronali nei mammiferi.
I ricercatori americani coordinati da Karl Deisseroth, sono riusciti a individuare nell’amigdala, la zona del cervello che gestisce le emozioni, il circuito che nei roditori regola l’ansia; usando dei veri colpi di luce attraverso il cervello dei topi, potevano colpire particolari neuroni e attraverso questi indurre coraggio o al contrario, paura.
Grazie a questa scoperta si potranno produrre nuovi farmaci anti-ansia; con un’altra tecnica, la stimolazione magnetica transcranica (Tms), Deisseroth ritiene di poter trattare in modo nuovo gli stati ansiosi.
Fonte: Mente & Cervello n. 77 maggio 2011
‘Il latte della mamma non si scorda mai’ la nuova campagna del Ministero
È partita l’8 maggio la campagna indetta dal Ministero della Salute per incrementare l’allattamento al seno, che ha come slogan ‘Il latte della mamma non si scorda mai’.
Obiettivo della campagna è la prosecuzione dell’allattamento esclusivo e continuo al seno fino almeno a sei mesi dal parto, come raccomanda l’Organizzazione Mondiale della Sanità; in Italia allatta l’80% delle mamme ma spesso smettono dopo il terzo mese, in particolare al Sud.
Per questo la campagna è partita dalla Puglia per concludersi in Calabria. Un camper porterà in giro esperti che sotto un gazebo forniranno gratuitamente consulenze; sarà distribuito materiale informativo e dalle istituzioni locali saranno organizzati intrattenimenti per i bambini e incontri con le neomamme. L’iniziativa è stata presentata dal sottosegretario alla Salute Eugenia Roccella e si vale di testimonial come Fiona May e Paola Maugeri. Dopo Foggia il camper sarà il 14 e 15 maggio a Bari al Molo San Nicola; a Roma il 19 all’Ospedale San Giovanni-Addolorata, il 25 all’Ospedale San Giovanni Calibita Fatebenefratelli, il 26 al Policlinico Agostino Gemelli; a Cosenza il 9 giugno in piazza dei Bruzi; a Reggio Calabria l’11 e il 12 giugno sul Lungomare Falcomatà.
Fonte: Adnkronos.com, 5 maggio 2011
Con l’ovaio policistico maggiori rischi cardiaci
Le donne con la sindrome dell’ovaio policistico, il 5-10% di quelle in età fertile, sarebbero maggiormente esposte al rischio di sviluppare cardiopatie rispetto alle altre, questa la conclusione di una ricerca dell’Aristotle University of Thessaloniki presentata recentemente nel corso dell’European Congress of Endocrinology.
I ricercatori greci, coordinati da Kostantinos Toulis, hanno esaminato 130 analisi di oltre 6.000 pazienti e di 4.500 controlli della stessa fascia di età per verificare l’incidenza dei marker biologici che potessero indicare il rischio cardiovascolare; la conclusione è stata che le donne con ovaio policistico avevano nel sangue sette marker su 10 più alti ed erano quindi maggiormente esposte a un futuro rischio di malattie cardiache.
Fonte: Sanità News, 3 maggio 2011
Sempre più alta l’influenza dell’alcol sul cancro
Ian Oliver, direttore del Cancer Council of Australia ha coordinato un’analisi pubblicata sul Medical Journal of Australia, che rivela come l’alcol sia responsabile dell’insorgenza del cancro in una proporzione più alta di quanto finora creduto.
Il Cancer Council of Australia, il più importante organismo australiano per il monitoraggio del cancro, ha stabilito una nuova linea programmatica che include revisioni verso l’alto dell’incidenza sulla popolazione di quel paese dell’alcol sul cancro: è infatti alla base di oltre la metà dei casi di cancro all’esofago (il 51%), del 41% dei casi di cancro alla bocca e del 7% di quelli all’intestino.
Alla luce delle prove emerse dall’analisi, Olivier osserva che l’alcol può essere considerato come carcinogeno di classe 1, lo stesso livello dell’amianto e del tabacco; il suo consumo quotidiano provoca l’insorgenza del cancro, anche se limitato a due bicchieri di vino o di birra o a due bicchierini di superalcolici, mentre nelle donne l’incidenza è da due a sette volte superiore alle stime precedenti perché è arrivata al 22% dei casi di cancro al seno dal precedente 3-12%.
Fonte: Sanità News, 2 maggio 2011
L’abbronzatura artificiale vietata ai minori di 18 anni
Il 16 maggio si celebrerà la giornata dell’Euromelanoma Day, la campagna europea di prevenzione del tumore della pelle organizzata dalla Società Italiana di Dermatologia medica, chrurgica, Estetica e delle Malattie Sessualmente Trasmesse; nel corso della giornata di sensibilizzazione saranno rivolti inviti a controlli gratuiti della pelle da fare in vari centri specializzati. In vista di questa data è stato approvato un decreto legislativo che ribadisce la proibizione dell’uso di apparecchiature elettromeccaniche per uso estetico da parte dei giovani al di sotto dei 18 anni.
Questa proibizione è dallo scorso anno nelle linee guida dei dermatologi della Sidemast. I divieti riguardano le donne in gravidanza, i soggetti che abbiano o abbiano avuto neoplasie acute e quelli che si scottano facilmente al sole o che non riescono ad abbronzarsi; nei centri estetici sono anche vietati gli apparecchi anti cellulite che utilizzino la tecnica della cavitazione e quelli a luce pulsata per il fotoringiovanimento.
La normativa che regola i lettini abbronzanti e i solarium con raggi ultravioletti impone caratteristiche di sicurezza che sono contenute nelle schede tecnico informative allegate al regolamento predisposto dal Ministero della Salute e da quello dello Sviluppo Economico. Nelle schede si evidenziano i numerosi rischi a cui si va incontro esponendosi alle radiazioni ultraviolette: dall’invecchiamento precoce della pelle e l’aumento del rischio di tumori cutanei, alle infiammazioni agli occhi. Fra l’altro il decreto prevede: "…Bisogna prendere la precauzione di usare sempre gli occhialini protettivi con caratteristiche idonee che devono essere messi a disposizione dei clienti.
Rimuovere ogni tipo di cosmetico, non applicare creme protettive e togliere le lenti a contatto. Prima del trattamento informare il cliente sugli effetti nocivi dell’esposizione". Nei centri si deve raccomandare di non esporsi al sole prima di 48 ore dalla seduta ai raggi Uv e di far passare almeno due giorni fra una seduta e l’altra.
Nel 2009 l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro aveva classificato i dispositivi che espongono ai raggi ultravioletti come cancerogeni per l’uomo e l’Organizzazione Mondiale per la Sanità ne sconsiglia l’uso ma nonostante questo le persone continuano ad abbronzarsi artificialmente, soprattutto i giovanissimi. Il direttore della Clinica Dermatologica Universitaria de L’Aquila, Ketty Peris, sottolinea: «Le lampade fanno male a tutti, non dovrebbero essere usate. Scottano, non abbronzano e aumentano il rischio di melanoma, anche se non c’è predisposizione familiare.
La ricerca della tintarella artificiale è dannosa e insensata». Il decreto sta per essere pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale.
Fonte: corriere.it, 30 aprile 2011
Smettere di fumare fa bene anche al colesterolo buono
Nel 36% dei circa mille fumatori (in media 20 sigarette al giorno) che sono riusciti a smettere di fumare è stato verificato già entro un anno un netto miglioramento dei valori del colesterolo nel sangue: questo il risultato di una ricerca condotta dall’Università del Wisconsin. Il colesterolo ‘cattivo’, Ldl, non è variato ma è aumentato quello ‘buono’, trasportato dalle particelle Hdl (che hanno il compito di trasportare il colesterolo nel circolo sanguigno fino al fegato per impedirne il ristagno nelle arterie).
Secondo il coordinatore della ricerca, Adam. D. Gepner: «I risultati non sono stati condizionati né dal numero di sigarette fumate né dai sistemi usati per smettere. Con il tempo, l’aumento del colesterolo Hdl potrebbe portare a una riduzione del rischio cardiovascolare perché precedenti studi hanno già dimostrato che un incremento di 1mg/dl può ridurre del 2-3% in dieci anni del rischio di infarto o ictus». Pier Mannuccio Mannucci, direttore del Dipartimento di Medicina Interna del Policlinico di Milano aggiunge: «Il fumo è per il cuore uno dei fattori più potenti di rischio, quindi è sempre meglio smettere di fumare anche se si ingrassa un po’. Oggi abbiamo a disposizione farmaci molto potenti per ridurre il colesterolo cattivo ma nulla che incida altrettanto significativamente su quello buono. I valori del colesterolo Hdl non è facile aumentarli perché sono generalmente piuttosto stabili».
Ancora non si sa quale sia il legame fra fumo e colesterolo ma è importante sapere che si possono aumentare i valori di quello buono smettendo di fumare.
Fonte: corriere.it, 28 aprile 2011
Dieta e movimento per dimagrire
In vista delle prossime vacanze si pone il problema dei chili di troppo ma per dimagrire bisogna partire da un punto fondamentale, come spiega Rodolfo Tavana, docente di Medicina dello Sport all’Università dell’Insubria di Varese: «È un principio molto semplice: per dimagrire si devono introdurre meno calorie di quelle che si consumano e consumarne più di quelle che si introducono ma l’ideale è combinare le due cose abbinando un programma di allenamento che ottimizzi il tempo a disposizione a una dieta ipocalorica, non troppo restrittiva, che consenta di gestire lo stimolo della fame».
Antonio Dal Monte, membro della Commissione medica del Comitato Olimpico Internazionale, specifica: «Se si parla di dimagrimento non si può prescindere dalla riduzione delle calorie che vengono dall’alimentazione; l’attività fisica, se non è particolarmente prolungata e intensa, riesce a incidere limitatamente sul peso, fermi restando i benefici che apporta all’organismo, tra cui la trasformazione del grasso in massa magra cioè in muscoli».
Il vantaggio sta anche nella richiesta metabolica del muscolo, di dieci volte superiore a quella del tessuto adiposo per cui, aumentando la massa muscolare (e aumentando così il consumo energetico) si incrementa il metabolismo basale; tanto più intenso è l’allenamento, tanto maggiore e duraturo sarà il funzionamento del metabolismo, come spiega Dal Monte: «Perché il nostro metabolismo funziona come il serbatoio di un’automobile: più è vuoto, cioè l’organismo è svuotato di energia, più tempo ci vorrà per riempirlo e a noi per ricaricarci».
Bruno Carù, presidente della Società italiana di Cardiologia dello Sport, raccomanda: «È fondamentale non avere fretta perché il ‘tutto e subito’ piace ma è poco realistico. I risultati dipendono infatti non solo dalla qualità e dalla quantità del lavoro ma anche e soprattutto dalla costanza e dalla regolarità con cui viene svolto. Solo in questo modo si possono aumentare gradatamente i carichi e l’intensità del lavoro indispensabili per un sano e duraturo dimagrimento».
Secondo Tavana: «Per perdere peso è bene dedicarsi a un’attività che piaccia, altrimenti si abbandoneranno presto tutti i buoni propositi. Chi ha poco tempo o non ha una buona preparazione fisica può dimenticare l’ascensore o, se può, andare al lavoro a piedi o in bicicletta. A questo bisogna aggiungere almeno tre sedute di attività fisica alla settimana che dovranno iniziare con una fase di riscaldamento (corsa leggera o cyclette), proseguire con la tonificazione delle grandi masse muscolari (esercizi con macchine da effettuarsi in palestra o quelli con i manubri, bilancieri e cavigliere da eseguire in casa) perché con la pesistica si utilizza glicogeno e quando si passa all’attività aerobica si hanno meno zuccheri da consumare e si intaccano di più i grassi difficili da bruciare. Si conclude la seduta con lo stretching. È anche importante ricordare che per perdere peso conta il carico che si solleva complessivamente nel corso dell’intera seduta: è inutile sollevare grandi pesi poche volte ma sono meglio pochi pesi, più serie, più chili. Poi è la volta dell’attività aerobica: l’ideale è la corsa, se non ci sono controindicazioni (obesità, legamenti fissi per cui sono indicati la bicicletta o il nuoto) e senza arrivare al ‘fiatone’. Ma se il tempo è poco un po’ di fiatone ci vuole».
Carù però raccomanda: «Le persone sedentarie, che difficilmente saranno in grado di mantenere un’intensità di corsa elevata per molto tempo, possono correre in salita, su un pendio dolce o su un tapis roulant con un’inclinazione del 10-12%. Bisogna però essere cauti e programmare a mesi e non a settimane il traguardo del dimagrimento: il cuore se è sano risponde bene a qualsiasi sollecitazione ma l’attività intensa è rischiosa per muscoli, tendini e articolazioni».
Fonte: corriere.it, 18 aprile 2011
Per un’immigrata su tre l’aborto è usato come contraccettivo
A Roma, nel corso del convegno nazionale ‘Immigrate e contraccezione: diritti negati’, promosso da Sigo (Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia), è stata presentata una ricerca condotta dal Centro di Riferimento Regionale della Toscana per la Prevenzione e la Cura delle Complicazioni delle Mutilazioni Genitali Femminili da cui emerge che il 33% delle immigrate ha abortito almeno una volta, che il 90% di loro conosce la pillola ma solo la metà l’ha provata e che poche usano il preservativo.
Il presidente della Sigo, Nicola Surico spiega: «In Italia un terzo del totale delle interruzioni volontarie di gravidanza è compiuto da appena il 3,5% della popolazione: questa ricerca dimostra che non manca tanto la conoscenza, quanto la possibilità di accedere agli strumenti e ai servizi disponibili. Infatti, le difficoltà sono dovute a numerosi fattori: i mancati collegamenti con le strutture sanitarie, le difficoltà di rapporto con gli operatori, gli ostacoli burocratici, lo scarso collegamento fra il Servizio Sanitario Nazionale e le associazioni di volontariato, la carenza di personale formato e di mediatori culturali.
La sensibilizzazione delle Istituzioni per la specificità delle immigrate è quindi centrale per Sigo ed non a caso il convegno si è svolto presso il Senato della Repubblica; le straniere che arrivano in Italia sono in genere giovani e sane ma la loro condizione può rapidamente peggiorare a causa di condizioni socio-economiche svantaggiate, per lo sradicamento culturale e per gli scarsi livelli di integrazione e di accesso ai servizi socio-sanitari, una situazione ancora più grave se si tratta di persone presenti sul nostro territorio in maniera irregolare. La nostra Società scientifica ha definito nella loro tutela una priorità e ha scelto di puntare sui nuovi Italiani per riuscire a offrire a ogni cittadino pari opportunità di salute».
I bambini nati in Italia da genitori stranieri sono 572.720 e i minorenni 932.675: Sigo è su queste seconde generazioni che concentra i suoi sforzi per prevenire queste criticità. Omar Abdulcadir, coordinatore della ricerca e medico responsabile di quest’area per Sigo osserva: «Sono cittadini a tutti gli effetti, che parlano la nostra lingua, crescono in questa realtà, fanno da tramite per la traduzione, la comunicazione e l’informazione. Rappresentano una risorsa insostituibile perché sono fautori del cambiamento culturale all’interno dei nuclei familiari. È quindi a loro che dobbiamo rivolgerci per avviare una vera contraccezione transculturale, componente fondamentale della salute».
Fonte: Adnkronos, aprile 2011
‘Scuola di fertilità’: l’area è sul portale del Ministero della Salute
Il sottosegretario alla Salute Eugenia Roccella ha inaugurato nello scorso mese di marzo l’iniziativa ‘Scuola di fertilità’ e da alcuni giorni nel portale del Ministero della Salute è on line una nuova area dedicata all’iniziativa.
Il Ministero della Salute spiega in una nota che attraverso il sito è possibile scaricare gli interventi dei relatori e discutere, nel forum moderato dagli esperti della materia, gli argomenti trattati nel corso delle giornate di formazione.
Fonte: salute.gov.it
Contraccezione già subito dopo il parto
La rivista Obstetrics & Gynecology ha pubblicato un’accurata meta-analisi sulla fertilità delle neomamme realizzata selezionando quattro studi fra oltre 1.600 articoli di esaminati.
In tre degli studi sono stati misurati i livelli di pregnadiolo nelle urine, individuando la prima ovulazione fra i 45 e i 94 giorni dal parto; nel quarto studio è stata calcolata l’ovulazione dalla temperatura basale e, dopo una media di 74 giorni, è stata osservata la prima mestruazione preceduta in un caso su tre da regolare ovulazione, potenzialmente fertile al 70%.
Secondo questa ricerca, dunque, per le donne che non allattano il problema della contraccezione è già fondamentale a sei settimane dal parto e qualche volta prima: per gli esperti fino alla prima mestruazione sono consigliabili i contraccettivi di barriera e in seguito, quelle che non allattano possono usare i sistemi più adatti alle proprie esigenze, tenendo conto che quelli ormonali sono i più sicuri.
Fonte: Jackson E, Glasier A. Return of Ovulation and Menses in Postpartum Nonlactating Women: A Systematic Review. Obstetrics & Gynecology Obstetrics & Gynecology 2011; 117(3): 657-662. doi: 10.1097/AOG.0b013e31820ce18c.
Il sovrappeso provoca l’anticipo del ciclo
Una ricerca danese dimostra che il primo ciclo mestruale si presenta in anticipo alle ragazze con problemi di sovrappeso o di obesità rispetto alle coetanee di peso normale, con la conseguenza che ai problemi causati dal peso in eccesso si aggiungono i disturbi legati allo sviluppo precoce, fra cui anche la maggiore predisposizione, da adulte, a sviluppare il cancro al seno.
Gli studiosi hanno osservato che negli ultimi anni l’abbassamento dell’età del menarca è progredito in parallelo con l’aumento dell’incidenza del peso corporeo delle adolescenti: confrontando l’Indice di Massa Corporea (Bmi) di oltre tremila giovanissime con l’età media in cui avevano avuto la prima mestruazione, hanno notato che questa si abbassava con l’aumentare del peso delle ragazze, mediamente dai quattro ai sei mesi. Più esattamente, ogni punto di Bmi superiore alla media corrispondeva all’anticipo di 25 giorni dello sviluppo.
Gli studiosi hanno commentato: «Alcuni ormoni prodotti dal tessuto adiposo, come la leptina, agiscono sull’ipotalamo, che attiva anche l’ipofisi e le ghiandole sessuali, le gonadi».
Negli ultimi 15 anni anche in Italia si è abbassata di almeno due anni l’età della comparsa dei caratteri sessuali secondari come il telarca (l’inizio dello sviluppo delle ghiandole mammarie) e quella del primo ciclo mestruale è arrivata ai 12 anni di media, con dati simili fra il Nord e il Meridione.
La ricerca danese è stata pubblicata sulla rivista Fertility and Sterility.
Fonte: Shrestha A, Olsen J, Ramlau-Hansen CH, et al. Obesity and age at menarche. Fertility and sterility 2011; doi:10.1016/j.fertnstert.2011.02.020.
Presentata a Roma la prima ‘Scuola’ per la prevenzione dell’infertilità
È stata avviata la prima ‘Scuola’ per promuovere la prevenzione dell’infertilità; rivolta a ginecologi, ostetrici, pediatri, medici specialisti in medicina generale e agli operatori del Servizio Sanitario Nazionale coinvolti nella soluzione dei problemi dell’infertilità, la prima edizione dell’iniziativa è stata avviata su iniziativa del Ministero della Salute e presentata nei giorni scorsi presso la sede del Ministero.
I contributi degli esperti scientifici sono coordinati dalla dottoressa Eleonora Porcu, del Policlinico S.Orsola-Malpighi di Bologna e membro del Consiglio Superiore di Sanità. Sono i giovani il primo obiettivo dell’iniziativa perché ignorano che l’infertilità può diventare un problema ma che agendo tempestivamente si può prevenire e risolvere attraverso apposite terapie e l’adozione di stili di vita sani.
La ‘Scuola’ aprirà un’area dedicata all’interno del sito del Ministero, attraverso la quale si potranno scaricare gli interventi dei relatori e partecipare a un forum interattivo per discutere dei vari problemi; inoltre, organizzerà iniziative di informazione e di educazione in tutta Italia e provvederà alla distribuzione di opuscoli informativi.
Attraverso i canali istituzionali saranno distribuiti i testi delle lezioni, che saranno disponibili anche in inglese.
La ‘Scuola’ costituirà un appuntamento annuale del Ministero ed è articolata in quattro fasi educativo-informative: dopo la prima, del 24 marzo, che è stata dedicata all’anatomia e alla fisiologia dell’apparato riproduttivo maschile e femminile, le prossime si terranno il 21 aprile (prevenzione della sterilità dall’infanzia, in relazione ai rischi derivanti dagli stili di vita), il 16 maggio (Pma, i trattamenti di procreazione medicalmente assistita), il 13 giugno (preservazione della fertilità nei pazienti con patologie oncologiche).
Fonte: Sanità News ISS, 24 marzo 2011
Rischio d’infertilità per un maschio su tre: visite gratis per una settimana
Dal 19 al 25 marzo medici specialisti saranno a disposizione in 23 città per visite gratuite e informazioni su come evitare la sterilità maschile; le visite saranno effettuate in ambulatori pubblici o in camper dove saranno anche disponibili materiali informativi. Tutte le notizie sull’iniziativa Androlife di prevenzione nazionale su www.androlife.it; per prenotare le visite è disponibile il numero verde 800 100 122.
La sterilità è in continuo aumento: le ricerche condotte dalla Siams (Società Italiana di Andrologia e Malattie della Sessualità) e dalla Fondazione per Benessere in Andrologia-Amico Andrologo Onlus rivelano che un maschio su tre fra i giovani è a rischio d’infertilità, più dei quarantenni; inoltre, il 15% dei maschi dai 13 ai 55 anni risulta del tutto sterile e la metà delle coppie che ricorrono alla fecondazione artificiale lo fanno per problemi di fertilità dell’uomo.
Carlo Foresta, presidente della Siams spiega: «Ci sono ancora molte cose da capire sulle cause dell’infertilità maschile, per questo l’informazione preventiva diventa strumento di prevenzione primaria: un intervento precoce di rimozione dei fattori di rischio può ridurre o evitare che si instauri un danno irreversibile alla produzione di spermatozoi».
La Siams e Amico Andrologo hanno presentato il Progetto Androlife al Ministero della Salute insieme ai risultati delle ricerche.
Fonte: La Repubblica Salute, 15 marzo 2011
Le vampate precoci proteggono il cuore
La rivista Menopause ha pubblicato una ricerca americana secondo la quale le donne che già all’inizio della menopausa soffrono di forti vampate di calore e di sudorazioni notturne hanno rischi minori di malattie cardiovascolari.
Gli studiosi della Northwestern University e del Brigham and Women’s Hospital, esaminando i dati raccolti durante 10 anni della vita di oltre 60mila donne, hanno osservato che quelle che fin dall’inizio della menopausa avevano lamentato questi disturbi, avevano un rischio minore del 17% di avere un ictus e dell’11% di essere colpite da malattie cardiovascolari.
Fra le donne che invece avevano presentato gli stessi sintomi più tardi la mortalità è stata maggiore e il rischio di infarto più alto del 32%. Scarse le modifiche del rischio di malattie cardiovascolari, invece, per le donne che hanno avuto gli stessi sintomi precoci e che ne hanno sofferto a lungo. Emily Szmuilowicz, che ha collaborato alla realizzazione della ricerca, ha osservato: «I dati del nostro studio sono in antitesi con quelli precedenti che associavano i sintomi menopausali con l’aumento di vari fattori di rischio cardiovascolare come la pressione sanguigna e il colesterolo.
È rassicurante, invece, che sintomi così frequenti fra le donne non siano in relazione con un maggior rischio cardiovascolare. In futuro nuove ricerche dovranno chiarire i meccanismi che collegano il momento di insorgenza dei sintomi menopausali con il rischio cardiovascolare».
Le numerose donne (il 75%) che soffrono di questi spiacevoli disturbi fin dall’inizio della menopausa potranno sopportarli più facilmente grazie al risultato di questa ricerca americana.
Fonte: corriere.it, 10 marzo 2011
Il Rapporto Osservasalute 2010 sulla salute degli Italiani
Oltre duecento clinici, epidemiologi, esperti di sanità pubblica, statistici, economisti di tutta Italia hanno collaborato alla stesura del ‘Rapporto Osservasalute 2010. Stato di salute e qualità dell’assistenza nelle Regioni italiane’ che è stato presentato nei giorni scorsi al Policlinico Universitario Agostino Gemelli di Roma.
L’aspettativa di vita degli Italiani dal 2006 al 2010 è aumentata, secondo i dati del Rapporto: quella degli uomini di sette mesi (da 78,4 anni nel 2006 a 79,1 nel 2010) mentre quella delle donne è cresciuta solo di tre mesi (da 84 anni a 84,3).
È purtroppo aumentato anche il numero di donne adulte (19-64 anni) con consumi di alcol a rischio, cioè che assumono più di 20 grammi di alcol al giorno (1-2 Unità Alcoliche): dall’1,6% del 2006 al 4,9% del 2008. Come ha dichiarato il professor Walter Ricciardi, direttore dell’Istituto di Igiene della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Cattolica di Roma: «I problemi di salute degli Italiani non sono causati solo dalla sedentarietà o dalla scarsa inclinazione a stili di vita corretti, ma anche dalla mancanza, nelle Regioni con difficoltà economiche, soprattutto al Sud, di adeguati interventi di prevenzione. Inoltre, per razionalizzare il sistema sono stati chiusi molti ospedali e questo ha provocato la riduzione dei posti letto e della ricettività per le emergenze. Il problema di questi dieci anni di federalismo sanitario, con la sanità trasferita interamente alle Regioni, è che quelle deboli rischiano di essere travolte e la sanità rischia di essere l’elemento dirompente di tutta la Regione.
L’egemonia che hanno avuto i piani di rientro sul governo dei conti approfondisce il baratro dei servizi e della sostenibilità delle Regioni, erodendo i servizi sociali e sanitari. All’azione di risanamento, necessaria, bisogna affiancare una strategia coerente di programmazione e controllo dei servizi sanitari, che si basi su evidenze epidemiologiche e scientifiche forti: senza queste si aggraveranno progressivamente i problemi delle Regioni in difficoltà».
Gli esperti che hanno concorso alla stesura del Rapporto Osservasalute 2010 operano presso Università e Istituzioni pubbliche nazionali, regionali e aziendali: Ministero della Salute, Istituto Superiore di Sanità, Consiglio Nazionale delle Ricerche, Istat, Istituto Nazionale dei Tumori, Istituto Italiano di Medicina Sociale, Agenzia Italiana del Farmaco, Aziende Ospedaliere e Sanitarie, Osservatori Epidemiologici Regionali, Agenzie Regionali e Provinciali di Sanità Pubblica, Assessorati Regionali e Provinciali alla Salute.
Fonte: Sanità News, 10 marzo 2011 - www.osservasalute.it
I fattori ambientali influenzano la bassa qualità dello sperma
Secondo una ricerca finlandese pubblicata sulla rivista International Journal of Andrology, la qualità del liquido seminale potrebbe risentire in modo negativo delle influenze dell’ambiente, specialmente quello inquinato dalle sostanze chimiche.
Gli studiosi finlandesi hanno verificato la conta degli spermatozoi di quasi 900 uomini nati fra il 1979 e il 1987 e hanno identificato un trend molto negativo: dai 227 milioni dei nati fra il 1979 e il1981 è sceso ai 212 dei nati fra il 1982 e il 1983, mentre fra i più giovani è arrivato a solo 165 milioni.
Fra i nati negli anni ’80 è stato anche riscontrato un aumento dell’incidenza dei tumori ai testicoli rispetto ai nati negli anni ’50.
Jorma Toppari, che ha partecipato allo studio, spiega: «La velocità del calo nella conta degli spermatozoi suggerisce che le cause sono ambientali e che sono quindi prevedibili. Bisognerà proseguire nelle ricerche per capire quali sono le sostanze che producono queste conseguenze e quindi suggerire le misure preventive».
È da sottolineare il fatto che la ricerca è stata condotta in Finlandia, paese che probabilmente a causa del basso tasso di industrializzazione in passato registrava un numero di spermatozoi superiore alla media mondiale.
Fonte: Sanità News, 8 marzo 2011
ARIANNe per le donne con endometriosi
La nuova associazione per le donne che soffrono o hanno sofferto di endometriosi si chiama ARIANNe e ne è Fondatore e Presidente Sonia Cellini. Come dice la dottoressa Cellini: «L’associazione è nata per fornire alle donne malate le informazioni e la formazione su quello che è possibile fare, per sostenersi a vicenda con lo scambio di esperienze, per sensibilizzare la comunità medica e le istituzioni perché istituiscano un registro delle donne affette da endometriosi e ottengano l’esenzione dal pagamento del ticket sanitario».
Morena Zapparoli Funari, testimonial dell’associazione, ha rischiato la vita nel 1999 a causa di un’endometriosi scambiata per appendicite che le ha provocato una grave emorragia interna e spiega: «ARIANNe-endometriosi è un associazione di volontariato che ha lo scopo di dare supporto alle donne affette da endometriosi, formando gruppi di auto-aiuto per condividere i problemi legati alla malattia in termini emotivi e pratici, sulla base delle singole esperienze. Numerose le finalità dell’associazione: il coinvolgimento degli specialisti nelle riunioni per avere aggiornamenti sull’evoluzione delle tecniche di cura, informazioni sui centri specializzati cui rivolgersi, la pubblicazione di bollettini periodici per i soci con notizie ed eventi legati alla malattia, la creazione di un sito internet che sostenga e stimoli la ricerca medico-scientifica sull’endometriosi e ne contenga tutti gli aggiornamenti, la sensibilizzazione delle istituzioni governative e sanitarie sulle problematiche sociali, previdenziali, assistenziali e quelle legate all’attività lavorativa e alla vita familiare».
L’endometriosi è una malattia cronica molto diffusa che colpisce le donne in età fertile: l’Onu valuta il numero di donne affette da questa malattia nel mondo in circa 150 milioni; frequentemente progredisce quando le cellule della mucosa dell’utero escono e vanno a impiantarsi nella vescica, nel rene o nell’intestino, dove sanguinano, stimolate dagli ormoni del ciclo mestruale come se fossero la mucosa uterina. È una patologia benigna caratterizzata da dolore pelvico cronico, dismenorrea (dolori mestruali), dispareunia (dolore in occasione di rapporti sessuali), dischezia (defecazione dolorosa) e disuria (difficoltà dell’emissione di urine); anche la sterilità è fra le possibili conseguenze.
La terapia, non risolutiva in quanto la malattia è cronica, può essere chirurgica, asportando tutti i focolai per evitare le recidive, o medica, estroprogestinica o progestinica, per tenere sotto controllo i sintomi e la progressione della malattia. L’importante è rivolgersi a centri specializzati. L’associazione mette a disposizione di chi voglia informazioni o approfondimenti il sito www.associazionearianne.it.
Fonte: www.associazionearianne.it, marzo 2011
7-13 marzo 2011: settimana europea della consapevolezza dell’endometriosi
Dal 7 marzo inizia la settimana europea di consapevolezza dell’endometriosi con una linea telefonica dedicata (Tel. 8000 31 977) organizzata dall’Associazione Italiana Endometriosi.
Hai forti dolori mestruali? Stai male quando hail flusso e non sai perché? Non riesci a rimanere incinta?
Le risposte al sito www.endoassoc.it
8 marzo: AIDOS e laFeltrinelli per le donne del Burkina Faso
Per il nono anno consecutivo AIDOS festeggia l’8 marzo con laFeltrinelli all’insegna della solidarietà con le donne del Sud del mondo.
Solo l'8 marzo laFeltrinelli donerà ad Aidos 10.000 euro più 20 centesimi per ogni libro acquistato l’8 marzo nelle 103 librerie LaFeltrinelli e online su lafeltrinelli.it, destinati a sostenere il Centro per la salute delle donne e la prevenzione delle mutilazioni dei genitali femminili di Ouagadougou in Burkina Faso (www.aidos.it).
Grazie a questa iniziativa in collaborazione con laFeltrinelli, AIDOS potrà continuare a fornire prestazioni sanitarie gratuite e di qualità, visite specialistiche, consulenze legali e psicologiche a oltre 10 mila ragazze e donne che, diversamente, non potrebbero mai accedere a tali servizi.
Fonte: www.aidos.it, marzo 2011
Innamorati più a lungo grazie alla dopamina
Una ricerca della Stony Brook University di New York dimostra attraverso l’uso della risonanza magnetica funzionale che l’amore può durare a lungo grazie alla dopamina, un neurotrasmettitore associato al piacere.
Sono state analizzate le attività cerebrali di 10 donne e sette uomini, sposati mediamente da 21 anni e ancora innamorati dei rispettivi partner; dopo aver loro mostrato le foto di sconosciuti, di amici e del partner, è emerso che l’area ricca di dopamina, quella segmentale ventrale, rispondeva in modo maggiore se la foto mostrata era quella del partner.
Proprio come nei casi di innamoramento più recente, quelli registrati con lo stesso metodo in persone che avevano dichiarato di essere innamorate da meno di un anno. Inoltre, i soggetti che nei questionari erano risultate più inclini al romanticismo erano anche quelli nei quali si registrava l’attività dopaminergica più elevata.
Fonte: Mente e Cervello, marzo 2011
Danni all’udito per gli adolescenti con l’iPod
Secondo Tony Kay, dell’Aintree University Hospital di Liverpool, le conseguenze dell’ascolto degli mp3 ad alto volume possono provocare danni irreparabili al sistema uditivo.
Nel corso della Tinnitus Awareness Week, promossa dalla British Tinnitus Association, è stato denunciato il notevole aumento del numero di ragazzi affetti da acufeni, o ronzio o tinnito, alle orecchie a causa dell’uso eccessivo di mp3. Ha dichiarato Kay al Daily Mail: «I ragazzi non capiscono quali danni si provocano ascoltando la musica con gli auricolari.
Negli ultimi vent’anni è aumentato enormemente il numero di giovani di età compresa fra la tarda adolescenza e i 20 anni che accusano il tinnito a causa del volume della musica troppo alto. Frequentemente tengono i lettori di musica ad alto volume per coprire il rumore di fondo: se noi riusciamo a sentirli ad alcuni metri di distanza, possiamo immaginare qual è il volume che arriva nelle loro orecchie».
Fonte: Sanità News ISS, 15 febbraio 2011
L’ipotermia, terapia contro la sofferenza cerebrale dei neonati
Conseguenza di un parto difficile è spesso la sofferenza cerebrale provocata dalla carenza di ossigeno al cervello; se non è grave si supera con una buona rianimazione ma nei casi più importanti c’è oggi l’ipotermia terapeutica o cooling, già in uso nel Nord Italia e ora, per primo nel Centro-Sud, all’Ospedale Pediatrico Bambin Gesù di Roma.
Consiste in un materassino refrigerante su cui viene messo il neonato, dopo averlo sedato, a cui viene mantenuta la temperatura interna a 33,5 gradi per 72 ore, controllando attentamente i suoi parametri vitali e monitorando la sua attività cerebrale. Come spiega Maria Roberta Cilio, neurologa del Bambin Gesù: «Obiettivo del raffreddamento controllato è di ridurre il metabolismo cerebrale e la produzione tossica di radicali liberi, in modo da bloccare il processo di morte neuronale e il conseguente danno cerebrale (encefalopatia ipossico ischemica).
È indispensabile il coordinamento ottimale fra i centri di nascita, il servizio di trasporto neonatale e il centro di terapia intensiva neonatale perché il cooling è efficace se viene avviato entro le prime sei ore dalla nascita. Attualmente sono in corso ricerche per individuare una strategia per prolungare la finestra d’intervento oltre le sei ore».
La percentuale di sopravvivenza senza danni cerebrali dei neonati, a termine, trattati con questa terapia è fra il 28 e il 44%. L’ipotermia è internazionalmente riconosciuta come l’unica terapia in grado di contrastare efficacemente il problemi conseguenti l’asfissia perinatale che colpisce 3-4 neonati ogni 1.000 nati vivi.
Fonte: corriere.it, 9 febbraio 2011
Fumo passivo: rischio per citologia cervicale anormale
Un trial del Dipartimento di Ostetricia e Ginecologia dell’Università di Galveston, in Texas, conferma l’associazione fra fumo passivo e citologia cervicale anomala; la ricerca, i cui dati sono stati ricavati da un più ampio studio randomizzato non ancora concluso, è stata condotta su oltre 4mila donne a predominanza ispanica (73%) fra i 18 e i 55 anni (media 30,14).
Per valutare il legame fra l’esposizione al fumo passivo e le anormalità del muco cervicale riscontrate al Pap-test, sono state utilizzate analisi della varianza e regressione logistica multivariata.
È stata riscontrata, senza differenza fra le etnie, un’associazione diretta fra queste due variabili (odds ratio 1,70, intervallo di confidenza 95%: 1,03 – 2,52), nello stesso modo che per il fumo attivo (odds ratio 1,45, intervallo di confidenza 95%: 1,03 – 2,04).
Lesioni epiteliali squamose di basso grado (p<0.05) sono state associate alla durata di esposizione al fumo passivo che in questo modo diventa un importante fattore di rischio per le anormalità citologiche.
Fonte:
Passive smoke exposure and abnormal cervical cytology in a predominantly Hispanic population. Am J Obstet Gynecol 2011 Jan 17 [Epub ahead of print]
In Europa le più magre sono le italiane
La rivista Lancet ha analizzato i dati sull’obesità nel mondo concludendo che dal 1980 a oggi è raddoppiata: mezzo miliardo di persone sono obese, una su dieci, con una prevalenza di donne (297milioni su 205 milioni di uomini).
In Europa le più magre sono le svizzere con un indice di massa corporea di 24,1 ma subito dopo ci sono le italiane con un indice di 24,8.
Le più grasse sono le donne che vivono a Malta (indice 27), poi le britanniche con 26,9 e le irlandesi con 26,6. Ancora irlandesi e maltesi sono gli uomini più grassi con un indice Bmi per entrambi di 27,7 seguiti da spagnoli (27,5) e britannici (27,4).
I francesi sono i più magri con un indice di 25,9 precedendo gli italiani che hanno un indice di massa corporea di 26,5.
Fonte: asca.it, 4 febbraio 2011
Il lifting ‘intimo’ è il boom della chirurgia estetica
Negli ultimi anni è in costante aumento il ricorso alla chirurgia estetica ‘intima’ da parte di donne che in questo modo riescono a superare disagi psicologici.
Partita dagli Stati Uniti, la moda è dilagata nel mondo ed è arrivata anche in Italia; i prezzi medi degli interventi più richiesti si aggirano da 2.200 a 3.400 euro per la lipostruttura delle grandi labbra, da 1.200 a 2.500 euro per la ricostruzione dell’imene, da 4.000 a 5.000 per la vaginoplastica, da 3.000 a 5.000 per il lifting del monte di Venere.
Le donne che ricorrono a questo tipo di plastica sono per la maggior parte professioniste di circa 40 anni, spinte dal disagio dovuto alle conseguenze di gravidanze o di aumenti di peso oppure a traumi. Per l’American Society for Aesthetic Plastic Surgery gli interventi di chirurgia vaginale negli Stati Uniti sono al terzo posto in ordine di crescita del numero totale degli interventi e sono incentivati attraverso campagne pubblicitarie; una persona su dieci ha dichiarato alla rivista americana Self di considerare la chirurgia delle parti intime ‘qualcosa che aiuta a sentirsi meglio e a considerarsi più sexy’.
Secondo una ricerca australiana condotta da Medicare le richieste di operazioni per ringiovanire le parti intime femminili sono triplicate. Anche in Inghilterra le richieste sono aumentate del 30% dal 2006 e nel 2009 il numero di interventi di questo tipo, praticati attraverso il Servizio sanitario nazionale, sono stati il 70% in più rispetto all’anno precedente. In Spagna, mentre la crisi ha ridotto del 30% gli interventi di chirurgia estetica, quelli ‘intimi’ sono cresciuti del 20% solo nell’ultimo anno, come riportato dalla Sociedad Española de Cirurgia Plastica Reparadora y Estetica.
Fonte: Sanità News ISS, 27 gennaio 2011
La pubertà è sempre più precoce
L’alimentazione, insieme a fattori ambientali e genetici, potrebbe essere la causa del telarca (pubertà precoce) che colpisce le ragazzine ormai in tutto il mondo due anni prima rispetto a quindici anni fa. La pubertà precoce è caratterizzata già dai 6/8 anni dai primi segni di maturità sessuale: peluria pubica e inizio delle trasformazione dei seni fino alla comparsa del primo ciclo mestruale, intorno ai 12 anni. Come ha dichiarato all’Ansa la dottoressa Aurora Natalia Rossodivita, del Dipartimento di Pediatria, Ambulatorio e Day Hospital di Endocrinologia Pediatrica del Policlinico Gemelli di Roma, è fra il 3% e il 5% l’aumento dei casi di pubertà precoce dal 1995. Secondo gli studiosi i primi casi di telarca si sono registrati in India ed è da qui che sono iniziati gli studi del fenomeno; anche le bambine che sono state adottate, provenienti da quelle zone, sono soggette alla pubertà precoce e questo potrebbe confermare l’ipotesi di un’origine genetica. Anche i fattori ambientali e le abitudini alimentari potrebbero avere un ruolo: i primi a causa, per esempio, di sostanza chimiche come i cosiddetti perturbatori endocrini (nel DDT); per le altre, come spiega la dottoressa Rossodivita: «Alcuni ormoni come la leptina e l’adiponectina, prodotti dal tessuto adiposo, agiscono sull’ipotalamo che attiva l’ipofisi e le ghiandole sessuali, le gonadi». Che l’eccessivo consumo di carne possa aumentare il rischio di pubertà precoce è confermato da uno studio condotto su tremila ragazze di dodici anni, pubblicato sulla rivista Public Health Nutrition.
Fonte: fieradelbambino.it
La salute mentale è legata all’obesità
Gli obesi soffrono più frequentemente di ansia e di problemi di salute mentale in generale. Lo stato di salute fisica e mentale di oltre 1.200 volontari sono stati esaminati dagli studiosi dell’Università del Queensland Centrale che hanno osservato che i problemi emotivi avevano un impatto maggiore sulle loro attività fra gli obesi di 45 e i 54 anni rispetto ai coetanei più magri; inoltre, nel mese precedente l’inizio dello studio gli obesi si sono sentiti meno tranquilli.
Quello che i ricercatori non hanno ancora stabilito è se i problemi di salute mentale siano causati dall’obesità o ne siano una conseguenza. Brenda Happel, dell’Istituto di Ricerca sulla Salute e le Scienze dell’università australiana, ha scritto sull’Australian Health Review che «Un obeso ha spesso problemi di salute e questo gli provoca ansia e depressione che a loro volta influiscono negativamente sulla sua capacità di dedicarsi all’esercizio fisico e a un’alimentazione sana. Nell’obeso spesso si crea un ‘ciclo’ in cui l’obesità è fonte di ansia e questa lo spinge a uno stile di vita poco sano».
Anche i consigli alimentari delle riviste che contemporaneamente ospitano pubblicità di prodotti dimagranti insieme a quelle di alimenti ricchi di zuccheri possono disorientare chi legge.
In Australia il 61% degli adulti e il 25% dei minori è obeso o sovrappeso.
Fonte: Sanità News ISS, 24 gennaio 2011
Danni gravi all’udito dei bambini a causa del citomegalovirus
Il citomegalovirus (Cmv) contratto dalla madre nel corso della gravidanza potrebbe essere la causa di carenza uditive nei figli. Una ricerca della Venderbilt University di Nashville, condotta su 354 bambini dai quattro anni in su affetti da carenza uditive di vari livelli, ha infatti evidenziato che le forme più gravi di sordità erano presenti nei bambini che alla nascita erano affetti da Cmv (circa il 9%).
Della famiglia degli Herpesvirus, il citomegalovirus una volta contratto rimane latente nell’organismo ma nei soggetti immunodepressi può provocare gravi complicanze a carico degli occhi, del fegato, del sistema nervoso e in quello gastrointestinale.
Le infezioni congenite legate al Cmv sono le più gravi, soprattutto quelle trasmesse durante la gestazione dalla madre al feto, che può subire danni gravi, anche permanenti. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Archives of Otorinolaryngology-Head and Neck Surgery.
Fonte:Sanità News ISS, 24 gennaio 2011
‘Gruppo di lavoro su farmaci e genere’ istituito dall’Aifa
Come ha dichiarato il professor Guido Rasi, direttore generale dell’Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa) «Le differenze biologiche legate al genere non sono ancora state indagate a fondo e troppo spesso sono scarsamente tenute in considerazione nei trattamenti sanitari in generale e in quelli farmacologici in particolare»; per questo, l’Aifa ha istituito il ‘Gruppo di lavoro su farmaci e genere’.
Numerosi gli obiettivi: supporto scientifico alla Commissione Tecnico Scientifica (Cts) nella valutazione di problematiche genere-specifiche; valutazione di modelli sperimentali pre-clinici e clinici volti a indagare le differenze di genere; maggiore informazione al cittadino; coinvolgimento dei Comitati etici nella verifica del reclutamento e della rappresentazione della componente femminile negli studi clinici e nella previsione di protocolli di analisi e valutazione di efficacia e sicurezza nella donna; stesura di Linee guida per la sperimentazione farmacologica di genere e per l’introduzione dell’analisi genere ad alto livello di accuratezza per il miglioramento delle terapie; incentivazione alla ricerca per creare modelli sperimentali pre-clinici e clinici volti a integrare gli studi di farmacocinetica e farmacodinamica con quelli di cronobiologia, farmacogenetica e farmacogenomica, correlati alle varie fasce d’età, ai diversi stadi ormonali e a periodi critici come allattamento, gravidanza, menopausa; supporto alla ricerca di genere, sponsorizzata o indipendente, per ottenere studi sui farmaci in relazione alle diverse fasi del ciclo della vita femminile con particolare attenzione all’uso concomitante di anticoncezionali orali e alla gravidanza.
Fonte: PharmaKronos, 24 gennaio 2011
Le aspettative della ricerca scientifica per le donne nel 2011
Il direttore scientifico dell’Ospedale policlinico specialistico Humanitas, Alberto Mantovani, illustra quali sono le prospettive della ricerca per il prossimo futuro, in particolare quella rivolta alle donne. L’importanza della medicina di genere, infatti, negli ultimi anni è aumentata sia a causa della diversità nella gestione delle pazienti (il problema delle gravidanze: possibilità e conseguenze) sia a causa delle malattie che colpiscono in prevalenza le donne (quelle autoimmuni o immunodegenerative). È quindi necessario impegnarsi per trovarne le cause, per poter fare adeguata prevenzione e per mettere a punto le terapie.
Per la lotta ai tumori negli ultimi anni la ricerca si è orientata verso studi immunologici, per attaccare il tumore là dove cresce e prolifera corrompendo le difese immunitarie e infiammatorie; nel corso del 2011 si dovrebbero raggiungere nuovi risultati grazie al progetto di cui il professor Mantovani è coordinatore, sostenuto da Airc, ‘Innate Immunity in Cancer (Icc): Molecular Targeting and Cellular Therapy’ che ha l’obiettivo di applicare le scoperte fatte in Italia sui meccanismi molecolari e cellulari del sistema immunitario contro il cancro (le cosiddette ‘terapie cellulari’ basate sull’attivazione di componenti dell’immunità innata, le cellule ‘Natural killer’).
Contro il cancro è già in uso il vaccino contro l’epatite B (che consente di prevenire una quota rilevante di cancri del fegato) e quello contro il Papilloma virus (Hpv, causa di cancro della cervice dell’utero e probabilmente anche di alcune forme di tumori alla gola). Per il futuro in Italia e nel mondo si sta lavorando sui vaccini terapeutici che si basano sul riconoscimento da parte del sistema immunitario delle strutture presenti sulla cellula tumorale e sull’uso di ‘cellule sentinella’ che possono scatenare la risposta immunitaria.
Per quanto riguarda le aspettative sulla salute globale, il primo obiettivo è la riduzione di due terzi della mortalità infantile soprattutto nei paesi poveri, dove muoiono ogni anno tre milioni di bambini per malattie come diarree da febbre tifoide, colera e rotavirus, che si possono prevenire con i vaccini di base. Con la ricerca bisogna mettere a punto nuovi vaccini che abbiano un’efficacia più duratura nel tempo, cercando di capire i meccanismi della memoria immunitaria per rendere perenne la ‘memoria’ del sistema immunitario contro i virus. È necessario anche che diminuisca l’intervallo di tempo (ora è di 15-20 anni!) fra la messa a punto del vaccino e il suo trasferimento ai paesi poveri.
Fonte: humanitasalute.it, gennaio 2011
Influenza negativa dell’obesità sul cervello
Un gruppo di ricercatori della New York University School of Medicine ha scoperto che le dimensioni del cervello sono influenzate negativamente dai chili in eccesso e che questo provoca un’alterazione delle aree preposte all’alimentazione che induce a mangiare sempre di più. 63 soggetti sono stati tenuti sotto controllo e 44 di loro, obesi, sono stati sottoposti alla risonanza magnetica funzionale; il risultato è stato confrontato con quello dei ‘magri’: l’amigdala degli obesi contiene più acqua, la loro corteccia orbito-frontale è più piccola e i neuroni di queste aree - che sono proprio quelle che controllano il comportamento alimentare - risultano ‘come rattrappiti’.
Come spiega Antonio Convit, autore della ricerca: «Con questa ricerca abbiamo dimostrato per la prima volta che l’infiammazione provocata nell’organismo dall’obesità compromette l’integrità di alcune delle strutture cerebrali che sono coinvolte nel meccanismi della sazietà e della ricompensa. Secondo i nostri risultati, l’aumento di peso può provocare cambiamenti neurali che aumentano il rischio di mangiare di più in futuro».
La ricerca, pubblicata su Brain Research, conferma la ‘teoria dell’obesità’ secondo la quale il comportamento delle persone obese e quello dei tossicodipendenti, a causa dell’indebolimento dei ricettori del piacere si assomigliano nella necessità di dosi sempre maggiori della sostanza di cui hanno bisogno.
Eric Stice, coordinatore della ricerca, pubblicata su The Journal of Neuroscience, afferma: «Il cibo rilascia le dopamine, gli ormoni del piacere, ma i soggetti obesi, secondo i risultati della nostra ricerca, rispetto ai magri hanno un numero minore di ricettori delle dopamine ed è per compensare questa carenza che negli obesi aumenta la voglia di mangiare e si innesca così un vero circolo vizioso». Questo può essere il meccanismo che rende cronico il disagio dell’obesità.
Fonte: repubblica.it, 19 gennaio 2011
163 sostanze, alcune vietate, nel corpo future mamme
Nella quasi totalità (dal 99 al 100%) delle 268 donne americane incinte esaminate fra il 2003 e il 2004 nel corso di una ricerca condotta dall’University of California di San Francisco, sono state trovate tracce di bifenili policllorurati, pesticidi organoclorurati (come il Ddt) e Pfc, i composti perfluorinati presenti nel teflon che riveste le padelle antiaderenti; e poi ftalati che sono usati nella produzione di materie plastiche, perclorato e Ipa, gli idrocarburi policiclici aromatici.
Fra le sostanze identificate dai ricercatori ce ne sono anche alcune vietate, come gli eteri di difenile polibromurato (Pbde) che vengono usati come ritardanti di fiamma e come il Bpa, bisfenolo A, trovato nel 98% delle donne, che è usato per rivestire l’interno delle lattine di metallo per alimenti e per produrre la plastica, ed è risultato legato a problemi dello sviluppo cerebrale e a un aumento della predisposizione al cancro in caso di esposizione prima della nascita. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Environmental Health Perspectives.
Fonte: Sanità News ISS, 18 gennaio 2011 - ehp03.niehs.nih.gov
Oli essenziali contro la sindrome premestruale
Un gruppo di ricercatori dell’Università Federale di Pernambuco hanno messo a punto una pillola che può attenuare i disturbi provocati dalla sindrome premestruale.
A 120 donne affette dalla sindrome sono state somministrate pillole contenenti due grammi di acido gamma linoleico, acido oleico, acido linoleico, altri acidi grassi polinsaturi insieme alla vitamina E: a distanza di tre mesi dall’inizio del trattamento si sono cominciati a vedere i primi risultati.
Edilberto Rocha Filho, che ha coordinato la ricerca, ha spiegato: «Nelle pazienti con sindrome premestruale che hanno assunto uno o due grammi di acidi grassi essenziali abbiamo osservato una notevole riduzione dei punteggi dei sintomi senza alcuna modifica del colesterolo totale». La ricerca è stata pubblicata sulla rivista Reproductive Health.
Fonte: Sanità News ISS, 18 gennaio 2011
Le spezie interagiscono con i farmaci di sintesi
Secondo una ricerca condotta in Giappone, certe spezie, usate per insaporire gli alimenti o per usi medici, se assunte durante le terapie farmacologiche possono interagire con i farmaci di sintesi.
Gli studiosi giapponesi, coordinati da Yuka Kimura, hanno esaminato 55 spezie allo scopo di valutare come possono interagire con il sistema dei citocromi, le strutture che, fra l’altro, metabolizzano i farmaci a livello del fegato, concludendo che specialmente il pepe bianco e nero, la cannella e la noce moscata inibiscono l’attività di questo sistema enzimatico, in particolare il citocromo 3A4 e 2C9 che sono coinvolti nel metabolismo di due terzi dei farmaci.
La conseguenza di questo meccanismo può portare a un aumento di attività dei farmaci, se assunti insieme alle spezie, che può arrivare alla tossicità; fra questi farmaci ci sono anche gli antiinfiammatori.
Fonte: Sanità News ISS, 18 gennaio 2011
Malattie come morbillo, rosolia e tetano colpiscono ancora
Nel corso del convegno ‘La vaccinazione tra diritto e dovere: quale comunicazione per facilitare la scelta?’ è stato fatto il punto della situazione delle vaccinazioni in Italia: nonostante i vaccini a disposizione, tra il 2007 e il 2008 si sono registrati oltre 5mila casi di morbillo, alcuni dei quali hanno avuto complicanze mortali, soprattutto fra ragazzi di circa 17 anni; nel 2008, 58 donne in gravidanza che non erano mai state vaccinate hanno avuto la rosolia.
E decine di persone senza copertura vaccinale, in gran parte anziani, ogni anno sono colpite dal tetano, soprattutto a causa di incidenti banali: fra la popolazione di riferimento la percentuale di adesione al richiamo per tetano e difterite (da effettuare a 14 anni) è inferiore al 50%. Stefania Salmaso, direttore del Centro di Epidemiologia, sorveglianza e prevenzione della salute dell’Istituto Superiore di Sanità ha spiegato: «I risultati delle vaccinazioni attive in Italia non sono omogenei, soprattutto per fasce d’età: le coperture che superano il 95% nell’infanzia non sono paragonabili a quelle di altre età. La copertura vaccinale ha quasi azzerato sei patologie: poliomielite, difterite, tetano, pertosse, epatite B, Hib (Haemophilus influentiae di tipo B).
È necessario proseguire con le vaccinazioni, facendo breccia nella popolazione, che con la scomparsa delle malattie perde la cognizione del vantaggio e percepisce l’aumento dei rischi, comunque inferiori ai pericoli delle malattie».
Fonte: Adnkronos.it, 11 gennaio 2011
Il 60% delle dodicenni già vaccinato contro il Papillomavirus
Donneinrete ha organizzato presso l’Istituto Superiore di Sanità il convegno ‘La vaccinazione tra diritto e dovere: quale comunicazione per facilitare la scelta?’ durante il quale sono stati presentati i dati relativi alla copertura del ciclo completo di immunizzazione (tre dosi di siero) contro il Papillomavirus umano, aggiornati al primo semestre del 2010.
L’Hpv, il Papillomavirus, è considerato la principale causa di tumore dell’utero. Delle ragazze nate nel 1997, la prima coorte che ha potuto godere dell’offerta sistematica di vaccinazione in tutto il territorio nazionale, è stato vaccinato il 60% e l’obiettivo entro il 2013 è di arrivare a una copertura del 95% con le tre dosi di vaccino. L’attuale copertura del 59% è il risultato della media fra regioni come la Basilicata, dove è stata avviata la campagna nel 2007 e dove arriva all’80%, al 34% della Sicilia, al 27% della Provincia autonoma di Bolzano, al 78% di Puglia e Toscana.
Come ha spiegato il direttore del Centro di Epidemiologia, sorveglianza e prevenzione della salute dell’Iss (Istituto Superiore di Sanità) Stefania Salmaso: «Le forti differenze fra le regioni ci spiegano che l’attività locale, la parte organizzativa e la comunicazione fanno la differenza. È una nuova vaccinazione e non ci aspettiamo che raggiunga subito gli obiettivi; rappresenta un ‘banco di prova per la Sanità pubblica».
Fonte: Adnkronos.it, 11 gennaio 2011
Rischio di autismo per le gravidanze ravvicinate?
Un dato statistico da confermare con ulteriori approfondimenti è emerso da uno studio della Columbia University: il rischio di avere un bambino autistico è di tre volte maggiore per le donne che affrontano una gravidanza entro 12 mesi dalla precedente.
I ricercatori americani, studiando 663 bambini californiani nati nel decennio 1992-2002, hanno rilevato che quelli che erano nati a meno di 12 mesi di distanza dal fratello maggiore avevano un rischio di autismo di 3,4 volte più alto rispetto ai coetanei e che tanto più si allontanava il momento della nascita precedente, tanto più si abbassava il rischio: 1,9 volte se l’intervallo era tra uno e due anni, 1,2 volte se l’intervallo superava i due anni.
Le scarse scorte di sostanze nutrienti come acido folico e ferro potrebbero essere fra le probabili ragioni. Nella ricerca, pubblicata su Pediatrics, si raccomanda comunque di aspettare almeno un anno prima di affrontare una nuova gravidanza, anche per abbassare la probabilità di nascite pretermine.
Fonte: Salute.Agi.it, 10 gennaio 2011
Più sicura l’amniocentesi con gli antibiotici
Una cura a base di antibiotici prima dell’amniocentesi riduce della metà le possibili infezioni, abbassando il rischio di aborto allo 0,3-0,5% dall’1%.
Come ha spiegato Paolo Scollo, vice presidente della Sigo (Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia): «Si assumono antibiotici prima dell’esame per contrastare i batteri che normalmente colonizzano le vie genitali femminili, anche nel corso della gravidanza, e che possono provocare infezioni del liquido amniotico sfruttando il momento del prelievo del liquido stesso».
Fonte: Ansa.it, 7 gennaio 2011
Per il trattamento di emorroidi e stipsi, visite gratuite in 54 ospedali
Nel corso della III Settimana Nazionale per la diagnosi e la cura di emorroidi e stipsi promossa dalla Società Italiana Unitaria ColonProctologia (Siucp), che si svolgerà dal 24 al 28 gennaio con il patrocinio del Ministero della Salute e di Cittadinanzattiva, chiunque in tutta Italia potrà fare una visita gratuita presso 54 centri specializzati.
Per informazioni sull’iniziativa e per prenotare la visita nel centro più vicino è stato attivato il numero verde 800 776 662 oppure ci si può collegare al sito www.emorroidiestipsi.com.
Il Past President della Siucp, professor Antonio Longo, spiega: «Le visite sono rapide e indolori e servono a diagnosticare i disturbi che spesso le persone tengono nascosti per pudore e perché li ritengono ormai cronici e invece la guarigione è possibile».
Angelo Stuto, neo presidente della Siucp, aggiunge: «Il colonproctologo è lo specialista, ancora poco noto nel nostro Paese, in grado di diagnosticare i vari disturbi e di indicare le corrette terapie».
La stitichezza colpisce in Italia circa 4 milioni di persone, in maggioranza donne in rapporto di 3 a 1; le emorroidi colpiscono invece 3,7 milioni di persone, in maggioranza uomini (dati Siucp).
Durante la gravidanza il 65% delle donne soffre di stipsi a causa dell’aumento della diuresi provocata dall’aumento delle necessità metaboliche per nutrire il feto; il 60% delle donne gravide negli ultimi mesi e dopo il parto hanno disturbi emorroidari che per la metà di loro permangono anche dopo il parto.
Fonte: SanitaNews.it, 6 gennaio 2011
Il pesce fritto causa dell’ondata di ictus del Sud degli Usa
Negli Stati meridionali degli Stati Uniti, Alabama, Arkansas, Georgia, Louisiana, Mississippi, North e South Carolina, Tennessee, si è registrato un numero preoccupante di casi di ictus che secondo i ricercatori dell’Emory University di Atlanta in Georgia sarebbero provocati dall’abitudine di friggere il pesce anziché bollirlo o cuocerlo al forno o alla griglia.
Dall’osservazione delle abitudini alimentari di oltre 21.000 americani è emerso che gli abitanti della cosiddetta ‘cintura dell’ictus’ si alimentano correttamente due volte alla settimana con il pesce ma la probabilità di friggerlo è maggiore del 32% rispetto agli altri americani; con quel tipo di cottura, in cui spesso si usano oli scadenti, si distruggono i salutari omega-3, gli acidi grassi naturali contenuti nel pesce. La ricerca è stata pubblicata sulla rivista Neurology.
Fonte: SanitaNews.it, 6 gennaio 2011
In aumento le gravidanze di adolescenti
Nelle scorse settimane una ragazzina di tredici anni e un ragazzino di sedici hanno avuto un figlio. Secondo Giorgio Vittori, presidente della Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia (Sigo), la nascita del figlio di una madre tredicenne e di un padre sedicenne, è un problema sociale ed è dovuto alla mancanza di informazione, causa anche dell’alta incidenza di gravidanze da parte di adolescenti italiane, fra le più alte nell’Unione Europea insieme alle svedesi, inglesi e gallesi.
E nonostante l’abbondanza di occasioni di informazione fornite dai nuovi mezzi di comunicazione, fra i ragazzi sono in aumento anche le malattie sessualmente trasmissibili che spesso portano alla sterilità; a volte le informazioni inerenti la sfera sessuale arrivano dalla famiglia, a volte dal pediatra o dalla scuola ma per la maggior parte non ne arrivano.
Per fortuna, osserva Vittori, le adolescenti di oggi sono più robuste di un tempo, quindi i loro parti non sono più a rischio anche se a volte è necessario ricorrere al parto chirurgico e si possono verificare nascite pretermine, o i bambini possono essere piccoli in rapporto all’età gestazionale.
La gravidanza ha quasi sempre pesanti conseguenze sociali ma per una giovanissima è psicologicamente traumatica l’interruzione di gravidanza, più di quanto già lo sia per un’adulta; inoltre un’adolescente dopo il parto ha maggiori necessità del conforto della famiglia e bisogna verificare che la famiglia esista e sia in grado di occuparsi della ragazza.
Secondo Vittori il fenomeno delle madri adolescenti è un fatto e la società deve prenderne atto per evitare che le conseguenze sociali degli errori di una giovanissima si moltiplichino nel tempo.
Fonte: lastampa.it, 4 gennaio 2011
Presentate le Linee guida sulla gravidanza fisiologica
Sono state presentate le Linee guida sulla gravidanza fisiologica formulate per trasferire nella pratica quotidiana in modo semplice e rapido le conoscenze elaborate dalla scienza biomedica. Sulla base di un’analisi rigorosa e aggiornata della letteratura scientifica e delle opinioni di esperti, sono state messe a punto raccomandazioni di comportamento rivolte a medici e amministratori sanitari per migliorare la qualità dell’assistenza e razionalizzare l’uso delle risorse.
Fonte: salute.gov.it, dicembre 2010
Anche per i contraccettivi confermato l’anonimato dei minorenni
Anche per i contraccettivi confermato l’anonimato dei minorenni In merito al diritto all’anonimato dei minorenni in tema di documentazione sanitaria, il Garante della Privacy ha dato il suo parere alla Commissione per l’accesso ai documenti amministrativi istituita presso la Presidenza del Consiglio, confermando le osservazioni già espresse dalla stessa Commissione: i minori hanno diritto al riconoscimento di una sfera di riservatezza che garantisca effettivamente la loro libertà di autodeterminazione. Un genitore, per esempio, non può accedere alla documentazione sanitaria della figlia minorenne che si sia fatta prescrivere farmaci contraccettivi dal consultorio.
Grazie alla legge 194/78, non serve l’autorizzazione dei genitori per i minori che vogliano rivolgersi ai consultori o alle Aziende ospedaliere per tutelare l’anonimato dei minori che non abbiano la possibilità o la volontà di informare i propri genitori e soprattutto per invogliarli ad accedere alle strutture autorizzate e sicure e non a centri che non offrono garanzie di serietà, sicurezza e professionalità. Il parere si è reso necessario a causa della richiesta di un padre di accedere ai documenti sanitari della figlia perché aveva trovato nella sua stanza una scatola di contraccettivi e, così si è giustificato, voleva assicurarsi che le fossero stati prescritti da personale qualificato.
Fonte: garanteprivacy.it
Interazioni fra contraccettivi ormonali e terapia anticonvulsivante
La revisione sistematica di 43 studi sull’uso di contraccettivi ormonali in donne in terapia anticonvulsivante ha evidenziato che le interazioni fra i farmaci possono avere come conseguenza la riduzione dell’efficacia del contraccettivo o l’aumento dell’attività convulsivante. La revisione è stata condotta in PubMed e in The Cochrane Library dai ricercatori di Ginevra del Dipartimento di salute e ricerca riproduttiva dell’Oms (Organizzazione mondiale della Sanità) su articoli pubblicati fra il 1966 e il maggio 2010.
La conclusione dell’analisi degli studi evidenzia che le interazioni si verificano quando l’uso di Coc (Contraccettivi Orali Combinati), impianti a levonorgestrel o a etonogestrel sono contemporanei all’uso di farmaci come carbamazepina, fenobarbital, fenitoina, topiramato o lamotrigina.
Non sono invece state evidenziate interazioni con contraccettivi a base di progestinici e lamotrigina o durante il trattamento con sodio valproato e Coc. Per le donne in terapia per attacchi epilettici sono quindi necessari contraccettivi che non interagiscano con la terapia anticonvulsivante.
Fonte: The use of hormonal contraception among women taking anticonvulsant therapy.
Contraception. 2011 Jan;83(1):16-29
Fra le nullipare in gravidanza gemellare non conta l’età della madre
Fra le nullipare in gravidanza gemellare gli esiti materni e quelli neonatali non sono influenzati dall’età più avanzata della madre: questa la conclusione di uno studio condotto dall’Università di Miami in Florida.
Per valutare l’effetto dell’età della madre sull’esito delle gravidanze gemellari in donne che non avevano mai partorito, gli studiosi americani hanno identificato 2144 donne con le caratteristiche necessarie (nullipare con gravidanze gemellari) in un database di programma di sorveglianza infermieristica; in base all’età sono state suddivise in quattro gruppi: <20 anni, fra 20 e 34, fra 35 e 39, ≥40 anni. Analisi di Kruskal-Wallis, Mann-Whitney o quadro di Pearson sono stati usati per confrontare gli esiti materni e neonatali dei quattro gruppi con quelli dei controlli di 20-34 anni.
Rispetto ai controlli di 20-34 anni (71,2%) le donne di età ≥35 anni (34-39 anni: 78,5% o ≥45 anni: 85,9%) avevano una probabilità più alta di ricorrere al parto cesareo; quelle del gruppo 35-39 anni avevano meno probabilità di partorire prima di 37 settimane e quelle di età ≥40 anni di partorire prima delle 35 settimane con parto pre-termine spontaneo rispetto ai controlli. Sempre rispetto ai controlli, i bambini delle donne di 35-39 anni di età, al parto avevano un’età gestazionale maggiore e un più alto peso medio.
Fonte: The Influence of Maternal Age on Pregnancy Outcome in Nulliparous Women with Twin Gestation. Am J Perinatol. 2010 Dec [Epub ahead of print]
In Sicilia il record di maternità sotto i 19 anni
‘Adolescenti, sesso, internet e tv: comportamenti virtuali e rischi reali. – A 35 anni dalla nascita dei consultori le esigenze dei ragazzi di oggi’ è il titolo del convegno organizzato dalla Sigo (Società italiana di Ostetricia e Ginecologia), nel corso del quale sono stati resi noti i dati sulla sessualità giovanile. Secondo gli ultimi dati disponibili, del 2008, il maggior numero di maternità al di sotto dei 19 anni si registra al Sud (4.732), soprattutto in Sicilia, che ha il record nazionale con 780 casi, seguita dalla Campania con 644, dalla Puglia con 441 e dalla Calabria con 137.
Dividendo l’Italia in settori, in quello Nord-occidentale si registrano 1.047 madri adolescenti, in quello Nord-orientale 789, nel Centro 667, nelle Isole 886 e nel Meridione 1.343.
Il tasso di abortività italiano (7,2) è invece fra i più bassi in Europa: in Inghilterra è 24, in Francia 15,6, 13,5 in Spagna ma gli aborti eseguiti in Italia su ragazze al di sotto dei 19 anni sono stati 10.375 e di questi 296 su giovani con meno di 15 anni. Emilio Arisi, Consigliere nazionale Sigo ha dichiarato: «Proseguiremo nel nostro impegno su tutti i fronti perché l’educazione e la conoscenza sono gli unici strumenti che possono mettere gli adolescenti al sicuro da gravidanze indesiderate e da malattie sessualmente trasmissibili».
Fonte: Adnkronos, 15 dicembre 2010
Gli adolescenti in crisi per la paura di non piacere: l’inadeguatezza come malattia
Dismorfofobia è il nome della malattia per cui ci si sente sotto esame per il proprio aspetto, è la paura di non piacere. Dice l’antropologo Marino Niola: «È una malattia causata dalla società dei consumi e dell’immagine. I tentativi di migliorarsi sono giustificati per chi non nasce bello o in pace con il proprio narcisismo: un tempo ci si riusciva ad accettare attraverso un lungo e faticoso processo di crescita personale, ora, più brevemente, attraverso quella che si chiama ‘ricostruzione’, di cui sono artefici i chirurghi estetici. Secondo i dati della Società italiana di Chirurgia plastica, ricostruttiva ed estetica, nel 2009 sono stati eseguiti in Italia poco meno di trecentomila interventi, uno ogni quasi due minuti». Secondo la psicologa Anna Salvo: «La paura di essere sgradevoli e quindi di non essere accettati, è tipico dell’adolescenza ma oggi, il dovere di essere belli imposto dalla nostra società, costringe i giovani a tentare di somigliare a quella immagine ideale, prima rifacendosi i glutei, poi il seno o altro». La malattia della bruttezza colpisce gli adolescenti ma negli ultimi anni si è assistito al fenomeno della sindrome dell’adolescenza protratta che induce il chirurgo plastico Roy De Vita a non accettare l’omologazione estetica: «Molte donne rifatte sembrano sorelle: gli stessi labbroni a canotto e gli stessi zigomi, di cui si può quasi leggere la marca delle protesi, come quelli di Nina Senicar». Ragazze simbolo della bellezza contemporanea come la Senicar vengono proposte dalla tv e per conseguenza, come dice Oliviero Toscani: «Chi non è omologato ai canoni di bellezza dell’immaginario collettivo imposto dalla tv, come le veline o Corona, non si sente accettato dagli altri e si sente escluso dal successo che oggi è sempre più identificabile con l’idea di bellezza: sei brutto e quindi sei anche sfigato. Per raggiungere l’ideale di bellezza si fanno di tutto: tatuaggi, piercing, si rifanno seni e nasi, con l’approvazione delle madri che sperano così che i propri figli diventino quello che a loro non è riuscito di essere. La paura di non essere accettati spinge alla ricerca del consenso estetico ma questo porta alla mediocrità». Per i ragazzi essere sfigati significa essere emarginati; si possono accettare i brutti e simpatici ma i grassi, magari anche mal vestiti, sono tagliati fuori. L’aspetto fisico diventa ragione di aggregazione, l’aspetto curato dei gay o la prestanza fisica dei giovani di pelle nera sono le ragioni della loro ammirazione. Secondo il filosofo Umberto Galimberti: «Nelle generazioni passate si poteva essere brutti, oggi non si può essere brutti senza scompensi perché la cultura decide la modalità di socializzazione. I modelli culturali di bellezza determinano la possibilità che abbiamo di comunicare in termini di accettazione o di rifiuto. Il corpo è guardato come altro da sé, è un corpo alienato; ci induce a credere che la bellezza esteriore sia più importante del carattere. Siamo indotti a percepirci con gli occhi degli altri». Secondo l’Herald Tribune, oggi il corpo rappresenta il nuovo status symbol e questi ultimi anni sono stati all’insegna della mass-medicalizzazione della bellezza.
Fonte: corriere.it, 2 dicembre 2010
Depressione in gravidanza e dopo il parto per 90mila italiane
In Italia sono circa 90mila le donne che soffrono di depressione durante la gravidanza e dopo il parto; per loro l’Onda (Osservatorio Nazionale sulla salute della Donna) ha organizzato la campagna ‘A smile for moms’, patrocinata dalla Presidenza del Consiglio e del Ministero della Salute, testimonial Maria Grazia Cucinotta. La campagna durerà tre anni e si svilupperà utilizzando i principali strumenti di comunicazione oggi disponibili: un sito (www.depressionepostpartum.it), uno spot che andrà in onda sulle principali reti nazionali e locali ed è realizzato da Emanuele Pirella, sms e i principali social network.
Il Governo ha approvato una mozione, firmata dalla senatrice PD Emanuela Baio, in cui si impegna a mettere a disposizione di tutte le donne, delle future mamme e delle donne che hanno partorito, un’adeguata assistenza. Francesca Merzagora, presidente di Onda auspica: «Nei sei centri di eccellenza già funzionanti si stanno definendo le linee guida sulla prevenzione della depressione e si sta lavorando perché a questi primi se ne possano aggiungere altri». I centri si trovano a Milano (Centro Psiche Donna dell’Ospedale Fatebenefratelli, oftalmico e Melloni), a Torino (Dipartimento di Neuroscienze dell’Ospedale Molinette), a Pisa (Perinatal Depression, Research and Screening Unit dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria Pisana), ad Ancona (Clinica psichiatrica degli Ospedali Riuniti), a Napoli (Dipartimento di Psichiatria dell’Università, SUN), a Catania (Unità operativa di Psichiatria dell’Ospedale Vittorio Emanuele, Policlinico G. Rondolico).
È necessario un grande impegno nella prevenzione della depressione che colpisce circa il 16% delle donne, percentuale che arriva al 20% nel primo anno dopo il parto, in salita dal 13% delle prime settimane dopo il parto al 14,5% dei primi tre mesi. Un altro obiettivo sta nella possibilità di diagnosticarla, perché nella metà dei casi non è riconosciuta.
Claudio Mencacci, direttore del Dipartimento di Neuroscienze dell’Ospedale Fatebenefratelli di Milano spiega: «La conoscenza dei fattori di rischio e dei fattori di protezione ci consentono di agire sulla prevenzione ma è assolutamente prioritario riuscire a comunicarlo ai neo genitori per poter rendere felice questa fase della vita anche alle donne per cui la depressione è ‘un ladro che ruba la maternità’.
Solo il 45% delle 90mila donne che soffrono di un disturbo depressivo durante la gravidanza o nei primi mesi dopo il parto ricevono aiuti efficaci come l’ascolto, il sostegno e le cure adeguate. L’attività dei primi sei Centri nazionali sia presto affiancata da altri, per creare una rete che consenta interventi rapidi ed efficaci».
Fonte: city.corriere.it, 1 dicembre 2010
‘Abitudini e stili di vita degli adolescenti’: più Web, meno televisione
La Società italiana di Pediatria da quattordici anni conduce indagini su un campione di 1300 ragazzi dai 12 ai 14 anni che frequentano le scuole medie inferiori in Italia; l’edizione di quest’anno della ricerca ‘Abitudini e stili di vita degli adolescenti’ sarà presentata a Salsomaggiore il prossimo due dicembre, nel corso del convegno ‘La Società degli adolescenti’. Fra i giovanissimi per la prima volta Internet supera la televisione: sono il 17,2% quelli che viaggiano in Internet più di tre ore al giorno mentre sono il 15,3% quelli che stanno davanti alla tv più di tre ore al giorno (calati rispetto al 22% dell’anno precedente).
La parte di Internet che attrae maggiormente i giovani è Facebook che è aumentato del 35% in un anno ed è arrivato a coinvolgere il 67% dei ragazzi con il loro profilo sul social network (dal 50% del 2009 e da una percentuale minima dell’anno precedente).
Anche nell’uso del Web le femmine superano i maschi: 68,7 contro 65,8%. Diminuisce l’uso di messenger e la creazione di blog (dal 41,2% dell’anno scorso al 17% di quest’anno) ma aumenta l’accesso a You Tube e alle chat e diminuisce l’uso di Internet per motivi di studio: una forma di uso privato della rete e della tv confermato anche dalla presenza del computer e della tv in oltre la metà delle case degli adolescenti e dal 20% di loro che prima di dormire naviga sul Web. L’86% dei giovani guarda la tv mentre mangia e l’80%, apprezza i videogiochi, che però coinvolgono in maggioranza i maschi.
Con l’uso frequente e disinvolto della rete aumentano, soprattutto al Sud, i comportamenti che possono diventare rischiosi come mettere in rete le proprie foto o informazioni personali o la propria immagine ripresa con la Webcam, oppure accettare di incontrare sconosciuti: dall’anno precedente oltre il 16% ha dato a uno sconosciuto il proprio numero di telefono (dal 12,85) e il 24% ha inviato una foto (dal 20,7%). In genere chi riceve queste informazioni sono altri ragazzi ma spesso sono adulti e non sempre ben intenzionati. Gli adolescenti consumano invece meno alcol e fumano meno ma non diminuisce l’uso di droghe leggere; è in aumento l’uso di diete fai da te.
Secondo i ragazzi i genitori dovrebbero influenzare maggiormente le loro scelte e imporre più regole. Fra le figure istituzionali, l’unica categoria che mantiene la fiducia degli adolescenti è quella dei giornalisti, mentre altre come i preti, gli insegnanti, i politici, i medici, i magistrati, le forze dell’ordine, sono in calo.
Fonte: Apcom.net, 30 novembre 2010
Nel mondo si stanno sviluppando oltre mille farmaci per le donne
Nel corso della conferenza stampa di presentazione del libro ‘La salute della donna. Un approccio di genere’, curato dalla farmacologa Flavia Franconi, è stato annunciato che nel mondo sono disponibili oltre mille farmaci specifici per le donne e le malattie che le colpiscono: patologie ginecologiche, tumorali, muscolo-scheletriche, autoimmuni, diabete.
ONDa (Osservatorio Nazionale sulla salute della Donna) e Farmindustria collaborano da tempo per lo sviluppo di ricerche di ‘genere’ impegnando numerose aziende del settore nello studio e produzione di farmaci specifici per le patologie collegate al sesso dei pazienti. Il presidente di Farmindustria Sergio Dompé ha spiegato: «Nel dettaglio, dei mille farmaci mirati per le donne che sono in corso di sperimentazione nel mondo 131 sono per l’artrite e le malattie muscolo-scheletriche, 114 per le malattie autoimmuni, 163 per il cancro, 106 per le patologie neurologiche, 155 per il diabete, 34 per le malattie dell’apparato oculare, 17 per quelle gastrointestinali, 112 per le malattie respiratorie e i polmoni, 29 per quelle renali, 86 per quelle ginecologiche, 74 per i disturbi psichiatrici, 8 per la sepsi».
Francesca Merzagora, presidente di ONDa, ha sottolineato: «In media le donne vivono più a lungo degli uomini ma si ammalano di più e vivono per un maggior numero di anni in cattiva salute. Per questo è necessario incrementare l’approccio di genere alla medicina e alle logiche di intervento».
Fonte: Adnkronos.com,, 25 novembre 2010
La Giornata mondiale contro gli abusi sul mondo femminile
Si è celebrata oggi la Giornata mondiale contro gli abusi sul mondo femminile. L’obiettivo è raccogliere 8000 firme al giorno, tante quante sono le bambine sottoposte quotidianamente nel mondo alle mutilazioni genitali e portare il problema della violenza sulle donne sotto i riflettori. Un impegno che durerà fino al 10 dicembre, Giornata dei diritti umani. I numeri degli abusi sono da capogiro.
Nel mondo sono 130 milioni ad aver subito mutilazioni genitali. In aumento anche i “ femminicidi”: solo in Italia nel 2010 sono stati 115, i responsabili, in oltre la metà dei casi, sono i partner.
Fonte: Medici Oggi Online, 25 novembre 2010
Per saperne di più: medicioggi.springer.com
Scoperti i geni che influenzano lo sviluppo delle donne
Un consorzio di 175 scienziati di 104 istituti di ricerca di tutto il mondo, primo fra tutti l’islandese deCODE Genetics, e di cui fanno parte anche l’Istituto di Neurogenetica e Neurofarmacologia del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Cagliari, l’Istituto San Raffaele di Milano, ricercatori dell’Università di Trieste, dell’Unità Operativa Geriatria-Inrca (Istituto Nazionale Ricovero e Cura per Anziani) e dell’Irccs (Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico) di Roma, ha tracciato la mappa dei geni che regolano l’inizio della pubertà delle donne e il primo ciclo mestruale, il menarca. I ricercatori hanno esaminato il Dna di quasi 90mila donne europee e di un altro campione di confronto conposto da quasi 15mila donne, allo scopo di identificare i posti dei caratteri nella mappa genetica (i loci) nell’età della prima mestruazione: sono state individuate altre 30 regioni del Dna legate all’età dello sviluppo, oltre alla conferma del coinvolgimento dei geni LIN28B e 9q31.2.
L’età media del menarca può andare dagli 11 ai 16 anni ed è influenzata da molti fattori, alcuni esterni come lo stile di vita, l’alimentazione (un consumo eccessivo di carne può portare allo sviluppo precoce), l’attività fisica o il peso. Karl Stefansson del deCODE Genetics ha concluso: «11 dei geni scoperti sono legati all’obesità ed erano già noti ma la versione legata a un maggiore rischio di obesità è la stessa legata allo sviluppo precoce, dimostrando così il legame fra obesità e menarca precoce».
Questa ricerca e le altre precedenti hanno confermato che i geni che regolano l’età dello sviluppo potrebbero essere legati anche alla statura: le bambine più basse mediamente si sviluppano prima di quelle più alte. È importante conoscere i meccanismi della pubertà perché è possibile che sia legata al rischio di malattie come l’obesità, il diabete, il cancro alle ovaie, l’osteoporosi.
La ricerca è stata pubblicata dalla rivista scientifica britannica Nature Genetics.
Fonte: Sanità News, 23 novembre 2010
Succo di pomodoro contro l’osteoporosi
Secondo uno studio dell’Università di Toronto, pubblicato sulla rivista Osteoporosis International, il licopene potrebbe essere un nuovo alleato contro l’osteoporosi, la malattia delle ossa che colpisce le donne dopo la menopausa; questa molecola si è già mostrata efficace nella prevenzione del tumore alla prostata. La ricerca è stata condotta su 60 donne fra i 50 e i 60 anni, già in menopausa; per un periodo al gruppo è stato chiesto di evitare il pomodoro e tutti i suoi derivati, con la conseguenza di un aumento del livello di N-telopeptide nel sangue. Questa molecola è prodotta dall’organismo quando si fratturano le ossa.
Nei mesi successivi le donne sono state suddivise in quattro gruppi: al primo è stato fatto bere normale succo di pomodoro, al secondo succo addizionato con una quantità maggiore di licopene, al terzo gruppo è stata somministrata la molecola in pillole e all’ultimo un placebo.
I risultati hanno dimostrato che le donne che avevano preso il succo di pomodoro o le pillole avevano un livello di N-telopeptide più basso mentre nel gruppo di controllo non si sono registrati miglioramenti. Secondo la ricerca due bicchieri del succo di pomodoro che si trova in commercio contengono 15 milligrammi di licopene che è la dose giornaliera sufficiente a ottenere ottimi risultati.
Fonte: AGI Salute, 22 novembre 2010
Contro l’alcol insieme genitori e figli
Un gruppo di ricercatori olandesi dell’Università di Nijmegen ha condotto uno studio su circa 3mila adolescenti e sui loro genitori, sul consumo di alcolici arrivando a conclusioni che si possono adattare anche alla realtà italiana; in entrambi i Paesi, infatti, è sempre più bassa l’età nella quale si inizia a consumare alcol. Allo scopo di verificare l’efficacia delle strategie sperimentate, dei quattro gruppi in cui è stato suddiviso il campione sono stati sottoposti a trattamento i ragazzi da soli, i genitori da soli, ragazzi e genitori insieme, e un gruppo non è stato sottoposto a trattamento.
La maggiore consapevolezza dei rischi e la più efficace adesione alle regole sono state raggiunte dal gruppo misto in cui i giovani erano insieme ai genitori, a dimostrazione nella necessità per i primi di raggiungere l’autostima, per i secondi di recuperare autorevolezza e per tutti di dialogare, anche con l’aiuto di esperti per facilitare la comprensione reciproca.
Fonte: PubMed, novembre 2010
Nasce il Gruppo Donna, presentate le Linee Guida per il diabete gestazionale
Più attenzione al mondo femminile, sia tra i pazienti sia tra i medici: sembra essere questo il messaggio lanciato al V Congresso Nazionale Centro Studi e Ricerche della Fondazione AMD (Associazione Medici Diabetologi) tenutosi a Firenze. In occasione dell’evento è stato presentato infatti il “Gruppo Donna AMD”: donne diabetologhe per donne con diabete e, sul fronte clinico, sono state pubblicate le nuove Linee Guida sul diabete gestazionale. In Italia le donne affette da diabete sono ormai quasi 2 milioni, poco meno della metà rispetto al totale.
Eppure, secondo i recenti dati riportati sugli Annali AMD, queste risultano leggermente svantaggiate rispetto agli uomini. Se si guarda infatti all’I ndice Q, un parametro di valutazione sia dell’efficienza sia dell’efficacia delle cure, esso arriva a 24,6 punti per gli uomini contro i 23,8 punti per le donne “Un indice Q inferiore a 15 si associa a un eccesso di rischio di complicanze della malattia di circa l’80 per cento, mentre un punteggio fra 15 e 25 si associa ad un rischio più alto del 20 per cento; l’optimum è un indice Q da 25 a 40”, spiega Valeria Manicardi, membro del Direttivo AMD e uno dei fondatori del Gruppo Donna. “Esiste anche un problema di disagio sociale e culturale, poiché già tradizionalmente la donna si cura di meno, ha una soglia del dolore più elevata e tende a sottostimare la propria malattia in favore delle cure per i famigliari; inoltre non dobbiamo dimenticare che cresce il numero di assistite provenienti da Paesi in cui il diabete è un problema maggiore che da noi e nei quali il solo fatto di essere donna è già di per sé una bella sfida”. “In breve, vorremmo sottolineare come il modello organizzativo e l’assistenza che i Centri diabetologici italiani prestano sono di assoluto livello, ma evidentemente anche nel diabete esiste un lieve gap in sfavore della donna”, ha aggiunto Mariarosaria Cristofaro, Coordinatrice del gruppo. “Un altro obiettivo che ci poniamo è scientifico: vogliamo vedere se, come accade nelle malattie cardiovascolari, anche in quelle metaboliche come il diabete, esistono differenze nel come la malattia si manifesta tra uomo e donna. E vogliamo anche sollecitare il mondo dell’industria a promuovere studi scientifici nei quali i farmaci non siano testati solo o prevalentemente sugli uomini. È evidente a tutti che dal punto di vista della fisiologia, e quindi anche della risposta a un farmaco, uomini e donne siano molto diversi”.
Fonte: Medici Oggi Online, 23 novembre
Per saperne di più: medicioggi.springer.com
I figli di madri obese o diabetiche rischiano l’insufficienza renale cronica
Nel corso del 43° Meeting dell’American Society of Nephrology è stata presentata la ricerca condotta da un gruppo di studiosi dell’Università di Washington che dimostra come il rischio di insufficienza renale cronica nel bambino può essere indotto dall’obesità o dal diabete della madre durante la gravidanza. Dal confronto dei dati di oltre 4mila persone cui è stata diagnosticata l’insufficienza renale cronica infantile prima dei 21 anni con quelli di altrettanti soggetti sani, è emersa la relazione fra l’insufficienza renale dei figli e l’obesità o il diabete materni durante la gravidanza: i figli della madri che avevano avuto il diabete prima della gravidanza avevano un rischio del 69% più alto rispetto agli altri (0,26%, uno ogni 400 nati vivi), i bambini la cui madre aveva avuto il diabete gestazionale hanno avuto un aumento del rischio del 28%, il rischio di insufficienza renale cronica infantile è invece aumentato del 22% nei figli di madri obese. Il rischio di difetti renali alla nascita come aplasia o displasia renale, era maggiore del 700% nei bambini la cui madre aveva avuto il diabete prima della gravidanza; come ha spiegato la ricercatrice Christine W. Hsu «L’insufficienza renale cronica infantile è nella maggior parte dei casi provocata da anomalie dello sviluppo del rene e del tratto urinario; i figli di madri con diabete gestazionale avevano un rischio di blocco urinario (che può portare all’insufficienza renale cronica) più alto del 34%, per quelli nati da madri obese il rischio aumentava del 23% e aumentava del 21% se le madri erano solo in sovrappeso». La dottoressa Hsu ha concluso: «Con il controllo del peso e del diabete nelle donne incinte, già prima della nascita si può programmare lo sviluppo dell’insufficienza renale cronica».
Fonte: salute.agi.it, 22 novembre 2010
Rischio cardiaco maggiore del 40% per le donne con lavori stressanti
A Chicago, nel corso dell’American Heart Association’s Scientific Session 2010, è stata presentata una ricerca secondo la quale le donne che svolgono lavori psicologicamente stressanti ma con poche possibilità decisionali hanno un rischio di malattie cardiache maggiore del 40%. Gli studiosi del Brigham and Women’s Hospital di Boston hanno monitorato per dieci anni l’evoluzione delle malattie cardiovascolari di 17.415 donne sane con un’età media di 57 anni e ne hanno valutato lo stress lavorativo e la precarietà del lavoro attraverso un questionario standard. La conclusione di Michelle Albert, che ha coordinato i ricercatori, è che «Bisogna fare molta attenzione alle sollecitazioni del lavoro perché la salute può esserne influenzata positivamente ma anche negativamente».
Fonte: Sanità News, 16 novembre 2010
La pillola protegge la salute
Secondo una ricerca condotta in Gran Bretagna per quasi quarant’anni su oltre 40mila donne, la pillola ridurrebbe la mortalità generale del 12%, proteggendo in particolare da una serie di tumori (utero, ovaie, colon, retto) e dalle malattie cardivascolari. Dal 1968 al 2007 i medici del Servizio sanitario inglese hanno fornito due volte all’anno agli studiosi i dati di 46.112 donne di cui oltre 800mila assumevano contraccettivi ormonali e 378.000 non ne usavano. Il risultato è stato che le donne che avevano preso la pillola registravano, morte violenta esclusa, un tasso di mortalità per ogni causa più basso di circa il 12% (2.864 utilizzatrici e 1.747 non utilizzatrici); dividendo per fascia di età le donne che usano la pillola, è emerso che per quelle sotto i 30 anni il rischio di malattia è più alto ma si abbassa fra quelle sopra i 50 anni, dimostrando che nel lungo periodo diminuiscono le controindicazioni.
Nel corso del suo congresso, la Sigo (Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia) ha presentato nei giorni scorsi i risultati di un sondaggio realizzato fra 350 medici italiani; il 73% di loro concorda con lo studio inglese e constata uno stato di salute migliore fra le donne che prendono la pillola, l’82% ha verificato che chi assume contraccettivi ormonali segue un più sano stile di vita: l’89% fuma di meno, il 67% svolge più volentieri attività fisica, il 56% non è sovrappeso, il 44% non soffre di malattie sessualmente trasmissibili. Secondo il 70% dei medici intervistati, la pillola giova anche alla fertilità, per il 75% la prolunga nel tempo e secondo l’81% di loro l’introduzione dei progestinici di quarta generazione o l’estrogeno naturale migliorerà ancora i dati. La ricerca, condotta dall’Università di Aberdeen è stata pubblicata sul British Medical Journal.
Fonte: Sanità News, 16 novembre 2010
Un’italiana su cinque soffre di ansia da prestazione
Un sondaggio condotto su 600 donne fra i 18 e i 50 anni, un quarto delle quali single, a Milano, Roma e Napoli nell’agosto di quest’anno rivela che nel 20% delle italiane cresce l’ansia da prestazione, la paura di non essere all’altezza. Il 95% conosce quella maschile e solo il 38% è al corrente che anche le donne possono soffrirne. E questo concorre ad aumentare il rischio per le coppie, visto che entrano in gioco anche la routine (65%), lo stress (51%) e la paura di deludere il partner (48%). I risultati del sondaggio sono stati presentati nel corso del congresso nazionale che la Sic (Società Italiana di Contraccezione) ha organizzato a Firenze insieme alla Fiss (Federazione Italiana di Sessuologia Scientifica).
Il professor Salvatore Caruso, presidente della Fiss, ha spiegato «Le donne più a rischio sono quelle che soffrono di cicli abbondanti con l’anemia come possibile conseguenza e di forti sbalzi ormonali; un aiuto può venire dall’uso della pillola anticoncezionale e in particolare di una specifica per questo tipo di disturbi come Klaira, la prima ‘bio’, con estrogeno naturale, che migliora la qualità della vita permettendo una sessualità senza ansie grazie alla sua efficacia contraccettiva.
Nel quadro dell’ansia non bisogna però dimenticare le conseguenza dannose di stili di vita maschili come il superlavoro, il fumo e l’alcool che si riflettono negativamente anche sulla libido». Il sondaggio rivela inoltre che nell’ultimo anno il 59% delle intervistate ha mantenuto invariato il numero di rapporti e che il 61% ha avuto un solo partner forse anche perché oltre il 30% teme una gravidanza indesiderata e il 72% accetterebbe un’avventura occasionale solo se protetta anche contro le malattie sessualmente trasmissibili.
La professoressa Vincenzina Bruni, docente presso l’Università di Firenze, osserva: «Il boom registrato dalla pillola ‘bio’ da quando è stata introdotta in Italia un anno fa è un segnale positivo». Infatti, il 30% del consumo in Europa di questo tipo di pillola è coperto da italiane, in particolare toscane e, come osserva la professoressa Bruni «È segno di un buon dialogo con il proprio ginecologo, di una personalizzazione e quindi di un’adesione al trattamento, che si riflette positivamente sulla soddisfazione della donna e della coppia». Il professor Gianfranco Scarsella, direttore del Dipartimento Materno Infantile del ‘Careggi’ di Firenze, aggiunge che «La maggior parte delle pazienti in età fertile (il 70%) chiede maggiori informazioni sulla contraccezione che spesso viene interrotta appena si presentano difficoltà e questo rappresenta per il medico una sconfitta. Le pillole anticoncezionali sono molto cambiate negli ultimi 50 anni grazie alla progressiva riduzione dei dosaggi e all’impatto metabolico che è diventato praticamente nullo».
Fonte: Dati dal sondaggio 'Le italiane e il sesso', presentato a Firenze al Congresso della Federazione di Sessuologia Scientifica (FISS) congiunto con la Società della Contraccezione (SIC), 7-9 ottobre 2010
Rischio di carcinoma endometriale ridotto del 50% con la contraccezione orale
Secondo oltre 15 studi caso-controllo e quattro ampie ricerche di coorte realizzate in Germania dai ricercatori del Dipartimento di Endocrinologia e Menopausa del Centro per la Salute delle donne dell’Ospedale Universitario di Tubingen, le donne che utilizzano continuativamente Contraccettivi Orali Combinati (Coc) hanno un rischio più basso del 50% di carcinoma endometriale.
La revisione sistematica è stata pubblicata su Endocrine-Related Cancer, la rivista ufficiale della Società europea di Endocrinologia. Secondo la maggior parte degli studi, la protezione del contraccettivo orale proseguirebbe per oltre 10-15-20 anni dalla sospensione del trattamento e la crescita dell’effetto protettivo sarebbe in relazione con la durata di assunzione del contraccettivo, indipendentemente dalla composizione della pillola e dal dosaggio e dal tipo di progestinico usato in combinazione con etinilestradiolo in dose variabile da 3 a 50 mg al giorno.
Nella prevenzione dal tumore sembrano più efficaci le combinazioni orali che contengono progesterone ad azione superiore.
I dispositivi uterini non ormonali hanno una funzione protettiva dal carcinoma endometriale ma sono ancora rari i dati relativi alle preparazioni a base di solo progestinico o di tipo orale o iniettabili (POP), tra cui il sistema intrauterino a rilascio di Levonorgestrel (LNG-IUS); dai dati sembrerebbe comunque possibile un analogo effetto protettivo. COC, POP, LNG-IUS, i metodi contraccettivi considerati nella ricerca, possono ridurre l’iperplasia dell’endometrio ma nelle pazienti che siano colpite o sopravvissute al carcinoma dell’endometrio possono essere usate solo in casi eccezionali. Sono rari ma non esclusi effetti collaterali sistemici con l’uso di LNG-IUS a rilascio di levonorgestel rispetto al sistema intrauterino non ormonale, in quanto tale metodica per gli alti livelli tessutali endometriali di levonorgestrel riduce la risposta endoteliale estrogenica.
Fonte: Endocrine-Related Cancer, ottobre 2010
Le corrette informazioni per prevenire la Spina bifida
Si è svolta la Settimana nazionale della Spina bifida (2/10 ottobre) durante la quale, fra l’altro, l’Asbi (Associazione Spina Bifida Italia) con il patrocinio del Coordinamento nazionale delle Associazioni Spina bifida ha reso disponibili sul sito spinabifidaitalia.it il decalogo internazionale sulla promozione del diritto alla vita e alle cure dei nascituri e all’assistenza e ai supporti cui hanno diritto i loro familiari. Sono state pubblicate le linee guida, messe a punto dall’Ifsbh (International Federation for Spina Bifida and Hidrocefalus) e grazie a una petizione on line potranno essere sottoscritte le esigenze di chi è affetto da Spina bifida per una vita ‘all’altezza dei suoi sogni’.
Per garantire alle donne in età fertile una capillare informazione su come prevenire la Spina bifida, le Farmacie Comunali Riunite (Fcr) di Reggio Emilia mettono a disposizione l’opuscolo "Che sia maschio o femmina… l’importante è che sia sano!" realizzato dal Servizio di informazione e documentazione scientifica del Fcr, disponibile anche sul sito spinabifidaitalia.it.
Fonte: spinabifidaitalia.it
Per l’influenza in Europa le raccomandazione dell’Oms
Le raccomandazioni per la vaccinazione antinfluenzale per l’inverno 2010/2011 sono state rilasciate dall’Ufficio regionale per l’Europa dell’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità); nel documento sono elencati i gruppi a rischio che dovranno essere vaccinati, i virus influenzali da includere nella vaccinazione e la sicurezza del vaccino.
I gruppi a rischio dipendono dal ceppo virale dominante nella prossima stagione: dall’emisfero Sud (Australia, Nuova Zelanda, Sud America, Sud Africa) dove sta terminando la stagione invernale, arrivano dati che indicano che i virus dell’influenza stagionale A (H3N2) e l’influenza B circolano con il virus pandemico H1N1, quindi nell’emisfero Nord nei gruppi a rischio devono essere incluse persone che possono rischiare esiti gravi sia dall’influenza stagionale sia da quella pandemica.
Salvo possibili aggiornamenti, devono essere inclusi prioritariamente nella campagna di vaccinazioni i soggetti di oltre sei mesi con immunodeficienze, patologie croniche cardiache o polmonari, metaboliche o renali, epatopatie croniche, malattie neurologiche croniche. Hanno anche priorità gli anziani, le donne in gravidanza, gli operatori sanitari, i residenti in istituzioni per anziani o per disabili e altri gruppi la cui definizione dipende dai dati nazionali.
Per evitare iniezioni multiple e l’impatto sulla popolazione anziana la soluzione logistica è rappresentata dal vaccino trivalente con i tre virus raccomandati dall’Oms.
Fonte: fidest.wordpress.com, 1 ottobre 2010
È provato il legame fra stress e difficoltà di concepire
L’associazione fra un indicatore biologico dello stress e la probabilità di concepimento nelle donne è stata dimostrata per la prima volta e lo studio relativo è stato pubblicato sulla rivista Fertility and Sterility.
Le tecniche di rilassamento potrebbero favorire la gravidanza nelle donne che lo desiderano ma che incontrano difficoltà. 274 donne sane di età fra 18 e 40 anni sono state osservate dall’équipe della dottoressa Cecilia Pyper dell’Università di Oxford; a ogni donna è stato prelevato un campione di saliva nel sesto giorno del ciclo mestruale allo scopo di determinare in ognuna il livello di due ormoni associati allo stress: l’ormone cortisolo (che l’organismo produce in risposta a periodi prolungati di stress) e l’alfa-amilasi, (precursore dell’ormone adrenalina, che dà una risposta immediata a situazioni nocive).
È stato osservato che alti livelli di alfa-amilasi potevano ridurre del 12% la probabilità di concepire, mentre il cortisolo non ha mostrato di influire sulla fertilità.
Questo studio costituisce la prima dimostrazione sperimentale di quanto già si supponeva: che lo stress influisce negativamente sulla possibilità di concepire; saranno necessari ulteriori approfondimenti per mettere a punto rimedi efficaci.
Fonte: Mente & Cervello, ottobre 2010
Vita piena di impegni e stress fanno dimenticare la pillola
Non è facile ricordarsi tutti i giorni di assumere il contraccettivo orale perché la vita quotidiana delle donne è complicata e piena di impegni ma le conseguenze di questa dimenticanza sono molto pericolose: le gravidanze indesiderate sono in crescita fra le giovani e, secondo uno studio dell’Università di Chicago (Usa), in modo più marcato fra quelle che hanno una vita fitta di impegni lavorativi e che convivono con il partner, quindi non usano la contraccezione di barriera. 112 studentesse o neolaureate sono state esaminate da un gruppo di ricercatori coordinati dalla dottoressa Melissa Gilliam: quasi la metà (62) già dal primo trimestre di somministrazione ha segnalato di non assumere la pillola con regolarità; la maggior parte di queste giovani conviveva con il partner, conduceva una vita stressante o aveva un lavoro retribuito che superava le 10 ore settimanali.
Nello studio, che è stato pubblicato sull’American Journal of Obstetrics and Gynecology, i ricercatori americani raccomandano ai ginecologi, all’atto di prescrivere un sistema anticoncezionale, di valutare anche lo stile di vita della donna per aiutarla ad adottarne uno adatto.
Chi conduce una vita molto stressata può usare in alternativa alla pillola un cerotto contraccettivo, che va sostituito una volta alla settimana, o l’anello vaginale che ha una durata di 21 giorni o il profilattico che ha anche il vantaggio di proteggere dalle malattie sessualmente trasmissibili ed è raccomandato soprattutto a chi non ha un partner fisso.
Fonte: Hughey AB, et al. Daily context matters: predictors of missed oral contraceptive pills among college and graduate students, American Journal of Obstetrics and Gynecology, 2010
In aumento il ricorso alla procreazione assistita
Il ricorso alla Pma (Procreazione Medica Assistita) è in continua crescita in Italia: nel 2008 i nati vivi hanno superato per la prima volta i 10.000 (10.212 contro i 9.137 del 2007.
Questo è il dato più rilevante della relazione annuale sulla Legge 40 relativa al 2008 che è stata presentata in Parlamento. I parametri relativi alla fecondazione assistita sono in costante aumento: i cicli riguardanti le tecniche a fresco di II e III livello (Fivet 18,9%, Icsi 81,1%) sono arrivati a 44.065 da 40.026 del 2007 con 8.847 gravidanze contro le 7.854. I cicli iniziati per 100mila donne in età feconda (15-41 anni) sono saliti dai 265 del 2007 ai 315 del 2008 ed è anche salita l’età media (36,1 anni) delle donne che si sottopongono alla Pma, superando la media europea che è stata di 33,8 anni nel 2005.
Nel 2008 il 26,9% dei cicli è stato effettuato su donne di oltre 40 anni mentre nel 2007 era il 25,3%; anche le complicanze da iperstimolazione ovarica sono più basse rispetto ai dati europei: lo 0,45% dei cicli. L’incidenza di parti gemellari, 21%, è invece nella media europea mentre è superiore alla media europea l’incidenza di parti trigemini, 2,6%, anche se la percentuale varia molto a seconda dei centri: dallo 0 al 10%.
1,1% è la percentuale di nati vivi con malformazioni (nella popolazione generale è 0,6%) con le tecniche di II e III livello, mentre con le tecniche di I livello è 0,4%; il rischio di malformazioni fetali è maggiore con la tecnica Icsi, 1,2%. La percentuale di aborti spontanei nel 2008 è stata del 20,8%.
È rilevante la percentuale di donne che si spostano per sottoporsi alla Pma e la metà di loro, circa il 50%, sceglie di andare in Emilia Romagna, Lombardia e Toscana.
Fonte: Relazione annuale sulla legge 40, settembre 2010
Gli sms non aiutano a ricordare la pillola
Negli Stati Uniti è stato fatto un tentativo per ricordare alle donne di prendere la pillola contraccettiva, al fine di evitare quel 20% di gravidanze indesiderate che negli Usa sono dovute alla dimenticanza della pillola. Un sms da inviare tutti i giorni per ricordare di assumere l’anticoncezionale orale è stata l’idea della dottoressa Melody Hou e del suo team del Boston Medical Center. Il messaggio telefonico è già in uso, per esempio viene inviato ai bambini che devono ricordarsi l’antiasmatico. Purtroppo il tentativo non ha dato i risultati sperati. Infatti, 82 nuove e giovani (22 anni) utilizzatrici di anticoncezionali orali sono state randomizzate e divise in due gruppi: a uno venivano inviati i messaggi telefonici e all’altro è stato chiesto di usare sistemi personali per ricordarsi la pillola. Dopo cinque mesi di osservazione, in tutti e due i gruppi si sono verificate cinque dimenticanze ogni mese, senza differenza. Gli sms dunque non sono stati più utili dei metodi personali e anche loro hanno perso efficacia con il tempo.
Fonte: Farmcista33.it, 6 settembre 2010
Negli Stati Uniti approvata la pillola dei 5 giorni dopo
EllaOne, un contraccettivo d’emergenza a base di ulipristal acetato è stato approvato negli Stati Uniti dalla Food and Drug Administration (Fda); il farmaco, che non è un abortivo, è detto ‘dei cinque giorni dopo’ perché deve essere assunto non oltre 120 ore dal rapporto sessuale non protetto, due giorni in più rispetto alla ‘pillola del giorno dopo’. È prodotto dall’azienda francese HRA Pharma, è commercializzato negli Stati Uniti da Watson Pharma e in Europa è in vendita dal 2009 con il nome di EllaOne, solo dietro presentazione di ricetta medica. Non va usato come contraccettivo di routine. In una nota la Food and Drug Administration ha spiegato che due trial clinici di fase III hanno dimostrato l’efficacia e la sicurezza del farmaco e ha segnalato che i possibili effetti collaterali sono mal di testa, nausea, crampi mestruali, dolori addominali, stanchezza.
Fonte: fidest.wordpress.com, 30 agosto 2010
Scoperta la causa dell’allergia al nichel
L’allergia al nichel è molto diffusa, colpisce infatti circa sei milioni di italiani e oltre 65 milioni di europei; si scatena quando la pelle entra in contatto con i molti oggetti che contengono questo metallo: bigiotteria, cosmetici, monete, cerniere, occhiali. La British Association of Dermatologists segnala anche una forma di allergia localizzata ai lobi delle orecchie, provocata dai telefoni cellulari. Inoltre, il nichel entra in contatto con l’organismo attraverso alimenti come pomodori, spinaci, cacao, fagioli, lenticchie, nocciole e può provocare anche in questo modo reazioni allergiche o intolleranze. Per evitare gli arrossamenti, il prurito e le piccole vesciche si può solo smettere di entrare in contatto con ciò che contiene nichel oppure affidarsi a vaccini ancora sperimentali.
La rivista Nature Immunology ha pubblicato uno studio realizzato dall’Università tedesca di Glessen e coordinato da Matthias Goebeler che spiega l’origine dell’allergia aprendo così la via a possibili vaccini: l’organismo si difende dal nichel nello stesso modo con cui si difende dai batteri, legandosi a una proteina che provoca la risposta del sistema immunitario, il recettore TLR4 (Toll-like 4). Per ridurre le manifestazioni allergiche bisognerebbe disattivare il TLR4. Come ha dichiarato il Mathias Goebeler «Finora si riteneva che il recettore TLR4 fosse rilevante solo per i batteri ma questa ricerca dimostra che il recettore può essere colpito anche da un allergene e reagire come farebbe con microrganismi pericolosi per l’organismo». Il recettore ha due diverse parti, quindi si può bloccare quella che scatena le reazioni allergiche al nichel e mantenere l’altra libera di reagire alle infezioni.
Fonte: repubblica.it, 17 agosto 2010
Un decreto vieto le protesi al seno alle minorenni
Il Consiglio dei Ministri ha emanato un provvedimento che vieta le protesi mammarie alle minorenni e istituisce un registro delle protesi che consentirà di ricostruire la storia di ogni intervento grazie alla tracciabilità dei materiali e al follow up delle pazienti. Il provvedimento è stato deciso per limitare gli interventi estetici effettuati senza necessità.
Il Ministro della Salute, Ferruccio Fazio, ha spiegato che «Il decreto è volto a tutelare chi si sottopone agli interventi di chirurgia estetica sia per i materiali usati che per l’appropriatezza degli atti medici e ridurre così i rischi legati agli interventi di protesi mammarie. I dati contenuti nei registri renderanno disponibili i dati che consentiranno di predisporre le linee guida sull’uso delle tecniche diagnostiche più efficaci e sicure per le donne che si sono sottoposte all’intervento di protesi al seno».
Fonte: ilsole24ore.it, 30 luglio 2010
Un test potrà prevedere la menopausa
Un esame del sangue potrà indicare l’età in cui una donna andrà in menopausa con un margine di errore minimo, questo il risultato ottenuto dai ricercatori coordinati da Fahimeh Ramezani Tehrani e presentato durante il Meeting dell’Eshre (Società Europea di Riproduzione Umana ed Embriologia). Sono stati analizzati i campioni di sangue di 266 donne fra i 20 e i 49 anni per rilevare le concentrazioni di Amh, l’ormone antimulleriano prodotto dalle ovaie che controllando lo sviluppo dei follicoli controlla la funzionalità ovarica: in 63 donne si è potuta verificare una buona convergenza fra l’età della menopausa prevista e quella effettiva. Come ha spiegato Ramezani «Il margine di errore medio del nostro modello è di soli quattro mesi con un massimo di 3-4 anni. Se ulteriori studi confermeranno questi risultati, le donne saranno in grado di pianificare la loro vita riproduttiva con un semplice esame del sangue».
Fonte: Meeting dell’Eshre, 26-30 giugno 2010
Centenari grazie ai geni
Science ha pubblicato una ricerca secondo cui il segreto dei centenari risiederebbe nei geni; lo studio della Boston University ‘Genetic signatures of exceptional longevity in Humans’ è stato realizzato da un’équipe di ricercatori coordinati da Thomas Perls, Paola Sebastiani e Annibale Puca, genetista del Polo scientifico MultiMedica di Milano. Lo studio del profilo genetico di oltre 1.000 americani di un’età compresa fra 95 e 119 anni e di altrettanti controlli, ha permesso ai ricercatori di individuare 19 ‘firme’ genetiche che caratterizzano la longevità e che consentirebbero, con un’approssimazione del 77/80%, di identificare chi è predisposto a una lunga vita sana, chi si ammalerà in solo tarda età e chi sarà in grado di sopravvivere a malattie mortali per la maggioranza delle altre persone. Per esempio, possedere la firma genetica C16 consentirebbe di arrivare tra 99 e 106 anni, la C6 e la C9 oltre 100 mentre la C4 potrebbe far superare i 106. Non solo però chi possiede quei geni può diventare centenario, molti devono la loro longevità a fattori ambientali positivi e stili di vita sani oppure a ulteriori varianti genetiche. Nessuno studio genetico aveva mai coinvolto un numero così significativo di anziani; sono state individuate 300mila varianti genetiche (SNPs) e 150 possibili combinazioni che, grazie a un modello di calcolo del gruppo di Boston, consentirebbero di prevedere il raggiungimento della soglia dei 100 anni, con un’approssimazione di circa l’80%. 19 sono le firme genetiche ottenute, ognuna relativa all’età raggiungibile e alla disposizione a contrarre malattie tipiche dell’invecchiamento come demenza, ipertensione, tumori o malattie cardiovascolari. Per Perls «Ci stiamo avvicinando alla genomica personalizzata e alla medicina predittiva». Puca, rientrato in Italia sette anni fa dopo che nel 2001 al Children Hospital di Boston aveva aperto questo filone di ricerca, scoprendo sul cromosoma 4 dei geni coinvolti nei meccanismi che allungano la vita e che proteggono dalle malattie, ha concluso che «Questa ricerca consente di poter identificare i fattori genetici in grado di proteggerci da alcune malattie e quelli che invece aumentano il rischio di contrarle». Per ora solo in America è possibile conoscere i propri fattori genetici; in Italia Puca è al lavoro per poterlo consentire. Corriere della Sera, 2 luglio 2010.
Fonte: Corriere della Sera, 2 luglio 2010
La gravidanza migliora l'emicrania
L’emicrania durante la gravidanza e l’allattamento può migliorare, peggiorare o addirittura comparire in coincidenza con questo evento: in genere scompare per sei donne su dieci che ne soffrivano in precedenza ma rimane invariata per il 22% e peggiora nel 17% dei casi.
Questi dati sono stati resi noti da Giovanni Battista Allais, responsabile del Centro Cefalee dell’Ospedale Sant’Anna di Torino, durante il IV Congresso dell’Anircef (Associazione Neurologica Italiana per la Ricerca sulle Cefalee) che si è tenuto nei giorni scorsi a Genova.
Come spiega Allais «Nella maggior parte delle donne in gravidanza l’emicrania scompare perché i livelli di estrogeni che durante il ciclo mestruale fluttuano, in quel periodo si stabilizzano; nella metà dei casi la cefalea torna dopo il parto e in percentuale maggiore torna se la donna non allatta. Chi ancora soffra di mal di testa può trovare sollievo con l’agopuntura, efficace anche per il vomito gravidico, e con supplementazioni di vitamine, o con la profilassi con magnesio o coenzima Q10».
Fonte: IV Congresso dell'Associazione Neurologica Italiana per la Ricerca sulle Cefalee (Anircef)
Progetto pilota contro il papilloma virus con una nuova tecnologia molecolare
Test di screening Hpv basati sulla nuova tecnologia molecolare Hibrid Captare 2 consentono di trovare il Dna virale del Papilloma virus in grande anticipo rispetto al tradizionale Pap test e quindi di affrontare fin dall’inizio le eventuali anomalie cellulari che potrebbero evolvere in tumori.
Un Progetto pilota di prevenzione dei tumori del collo dell’utero è stato promosso dal Ministero della Salute e coinvolge oltre ottomila donne residenti nella provincia di Reggio Emilia che saranno sottoposte al test di screening Hpv; le donne reggiane si aggiungeranno a quelle di Trento e Torino, portando così a 130mila il numero totale di donne che finora sono state invitate ad aderire al Progetto. 8.125 signore fra i 35 e i 64 anni sono state invitate dall’Azienda Sanitaria di Reggio Emilia a sottoporsi, oltre al classico Pap test, anche al nuovo test Hpv; altrettante saranno sottoposte al solo Pap test per consentire il confronto anonimo dei risultati.
Come spiega la dottoressa Sonia Prandi, responsabile del Progetto di screening per l’Arcispedale S. Maria Nuova di Reggio Emilia «L’obiettivo della nuova tecnologia è di identificare la presenza del Papilloma virus in anticipo rispetto al Pap test, prima cioè che provochi lesioni al collo dell’utero, in modo di tenere sotto controllo i fattori di rischio. Il materiale prelevato viene prelevato senza dolore né fastidio e analizzato con la tecnologia molecolare Hc2 che è basata sull’amplificazione del segnale per il rilevamento del Dna e consente di individuare fino a 13 tipi di Hpv che sono responsabili del 93% dei casi di formazioni pre-cancerose».
Fonte: Ginecologia33, giugno 2010
Poca informazione, ansia e pregiudizi per i giovani maschi
Sono stati presentati i risultati di una vasta indagine sui maschi italiani dai 18 ai 22 anni, condotta su oltre 10.000 ragazzi delle scuole superiori in Veneto, Toscana, Marche, Lazio, Campania, Puglia. La ricerca fa parte della Campagna di informazione e prevenzione ‘Amico andrologo’ inserita nel Programma di Prevenzione andrologica del Ministero della Salute, in collaborazione con il Dipartimento di Fisiopatologia Medica dell’Università La Sapienza di Roma e con la Società Italiana di Andrologia e Medicina della Sessualità.
L’indagine mostra giovani sbrigativi in amore, ansiosi per la prestazione, disattenti verso la compagna e poco inclini all’uso del preservativo, usato solo dal 2,3% dei ragazzi e ai soli fini contraccettivi, non per prevenire le malattie sessualmente trasmissibili. Sono anche ignoranti dell’anatomia e trascurano anomalie che insieme ad altre possono portare un giovane su due (41,8%) all’infertilità: il 56,7% presenta anomalie dei genitali come il varicocele (dilatazione delle vene dei testicoli) presente nel 25% dei casi e come la fimosi (malformazione della pelle del pene che rende dolorosi i rapporti) che affligge l’8%. Cause di questa situazione sono anche gli inquinanti alimentari e la mancanza di controlli medici sistematici che in passato erano delegati alla visita di leva.
Andrea Lenzi, direttore del Dipartimento di Fisiopatologia Medica de La Sapienza e coordinatore della ricerca, spiega che «Ormoni femminili in eccesso, presenti in fitofarmaci e pesticidi vengono introdotti nell’organismo attraverso gli inquinanti che si trovano negli alimenti e nelle plastiche, producendo una ‘impregnazione genetica ambientale’ che causa testicoli piccoli, mammelle ipertrofiche, malformazione dell’uretra e scarsità di spermatozoi nel liquido seminale». La situazione secondo il professor Lenzi sta peggiorando con l’allargarsi e il diffondersi dei fenomeni anche se i dati finora raccolti, scarsi e poco omogenei, non consentono confronti scientificamente validi. Ulteriore e più grave motivo di allarme, oltre all’ignoranza, sono pregiudizi come la sottovalutazione da parte dei ragazzi dei gravi effetti nocivi che alcol e droghe hanno sulla sessualità, sottovalutandoli anche quando vengono loro spiegati, convinti invece che siano di aiuto. Il professor Lenzi aggiunge: «Li preoccupa la contraccezione ma non la prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili o quelle dei genitali, come i tumori del testicolo, la forma più diffusa nella loro fascia di età. È anche sorprendente che solo il 57% dichiari di avere rapporti sessuali. Ma l’insieme di distacco-ansia che manifestano i giovani segnala la loro grande paura di approfondimento».
Fonte: repubblica.it, 8 giugno 2010
Per una medicina di genere: le cellule delle donne sono più resistenti
Una ricerca realizzata dall’Istituto Superiore di Sanità e dall’Università di Sassari rivela che gli uomini e le donne sono diversi anche nelle cellule, non solo per i cromosomi ma anche per la diversa capacità di resistere ai fattori di stress esterni, ambientali o farmacologici: quelle delle donne sono più resistenti e si adattano meglio, rispetto a quelle degli uomini. Le cellule maschili sotto stress evolvono verso l’apoptosi (morte cellulare) mentre quelle femminili riescono ad adattarsi meglio grazie alla maggiore plasticità e questo spiegherebbe la maggiore longevità delle donne. Stefano Vella, direttore del Dipartimento del Farmaco dell’Iss, spiega che «Le cellule delle donne riescono a mutare forma e riorientarsi senza perdere vitalità ed energia grazie alla capacità di ricavare fonti energetiche mangiando alcuni loro componenti, in una specie di cannibalismo».
Questa scoperta rende necessario per la ricerca scientifica un approccio di genere per offrire cure più appropriate, in quanto i risultati ottenuti sugli uomini non possono essere validi anche per le donne, come ha sottolineato Monica Bettoni, direttore generale dell’Iss che ha aggiunto che «Le reazioni avverse ai farmaci concorrono al 6% delle ospedalizzazioni».
L’Iss dal 2009 ha in corso uno studio insieme a tre regioni, l’Istituto Superiore Prevenzione e Sicurezza sul Lavoro (Ispesi), l’Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali (Assr) di Roma, l’Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico (Irccs) San Gallicano e il San Raffaele Pisana di Roma, il Consorzio Interuniversitario e alcune università; lo studio coinvolge 500 ricercatori su cinque linee: malattie metaboliche e salute dalla donna, ormoni sessuali come determinanti di genere nella risposta immune, interferenti endocrini nei luoghi di lavoro, malattie iatrogene e reazioni avverse ai farmaci, le determinanti della salute della donna.
Fonte: sanitanews.it, 8 giugno 2010
Le donne in post-menopausa percepiscono di meno il dolce
Secondo uno studio indiano nelle donne in post-menopausa diminuisce la percezione del gusto del saccarosio con conseguenze negative sulla loro dieta. 30 donne in fase post-menopausa e 30 uomini della stessa età sono stati studiati da SB Dangore-Khasbage e dai suoi collaboratori del Dhatta Meghe Institute of Medical Sciences (DU) per quattro mesi; il confronto fra uomini e donne ha portato al risultato che le prime hanno segnato una significativa riduzione del gusto del saccarosio rispetto ai secondi. Per gli altri alimenti non si sono registrate differenze. La metà delle donne esaminate ha aumentato la quantità di alimenti dolci nella dieta a dimostrazione che la diminuzione della percezione del saccarosio può avere conseguenze negative sulle abitudini alimentari, favorendo l’aumento del consumi di zuccheri.
Fonte: Oral Dis, Ahead of Print, 19 aprile 2010
10mila i bimbi in provetta in Italia
Il congresso della Società di Endocrinologia Ginecologica (Isge - International Society of Gynecological Endocrinology), che si è svolto a Firenze nei giorni scorsi, ha evidenziato che in tutto il mondo nascono ogni anno circa tre milioni di bimbi in provetta di cui circa 10.000 in Italia. Questi bimbi sono le conferme viventi del buon funzionamento delle tecniche di Procreazione Medicalmente Assistita (Pma) a quasi cinquant’anni dalla scoperta delle gonadotropine, le sostanze utilizzate per stimolare ovaio e testicoli e indurre la gravidanza.
Nel 2007 oltre 55.000 coppie con difficoltà di concepimento sono state trattate con queste tecniche e dal 2005 al 2008 le gonadotropine sono state utilizzate in oltre 200.000 cicli di trattamento. Questi numeri sono dovuti all’innalzamento dell’età delle donne che vogliono concepire un figlio; in Italia infatti l'età media delle donne che si rivolgono ai centri per la Pma è di 36 anni e un parto su quattro ha protagoniste ultraquarantenni.
I traguardi illustrati durante il congresso sono stati raggiunti grazie ad anni di approfondite ricerche. Il professor Andrea Genazzani - ordinario di Medicina della Procreazione e dell'Età evolutiva dell'Università di Pisa, presidente del congresso – ha spiegato: «L'evoluzione delle tecniche ha reso possibile la produzione in vitro delle gonadotropine con procedure di ingegneria genetica. Negli anni poi sono stati affinati i processi di purificazione con effetti non indifferenti sull'efficacia e sulla sicurezza di tali sostanze». Ma le donne non dovrebbero ritardare troppo il momento di affrontare una gravidanza; su questo tema il professor Genazzani continua: «Nel nostro Paese è in vigore una legge sui congedi parentali tra le più avanzate d'Europa, tuttavia non è bastata per contrastare la tendenza a posticipare la prima gravidanza, un fenomeno in Italia più spiccato che altrove. È vero che le giovani coppie devono affrontare problemi economici non indifferenti ma sussiste anche una mentalità sulla quale occorre lavorare. La medicina ha compiuto enormi progressi, ma le leggi biologiche non si possono cambiare».
Fonte: vitadidonna.it, 17 marzo 2010
Epidurale per il parto: Italia ancora troppo indietro
‘Il dolore al femminile – Partorire senza dolore’ è il titolo significativo del convegno che si è tenuto nei giorni scorsi a Roma; ne è emerso un quadro fatto di luci e ombre. Il diritto al parto senza sofferenza, e quindi all’anestesia epidurale che consente di avere un parto naturale senza dolore, è stato inserito nei Lea (Livelli Essenziali di Assistenza) nel 2008.
Purtroppo però, questo è un miraggio in troppi ospedali d’Italia, infatti solo il 16% delle strutture pubbliche o convenzionate sono in grado di garantire questo diritto con continuità. Eppure il 90% delle partorienti ne fa richiesta dove questo servizio viene offerto.
Nonostante sia un diritto, sono grandi le differenze fra le Regioni: in testa la Lombardia con 5 milioni all’anno stanziati per la promozione dell’analgesia in travaglio, poi il Veneto con 1 milione di euro per la stessa finalità; l’Emilia Romagna ha emesso linee guida perché ogni Provincia sia in grado di offrire un punto nascita che consenta l’analgesia epidurale. Giorgio Capogna, presidente del Comitato scientifico per l’Anestesia Ostetrica ha dichiarato che «L’Italia
all'avanguardia in Europa per aver associato la nuova tecnica Pieb (Programmed Intermittent Epidural Boluses - Somministrazione a boli intermittenti programmati, ndr) alla Pcea (Analgesia epidurale controllata dalla partoriente). In questo modo assicuriamo alla partoriente un'analgesia costante e personalizziamo la somministrazione del farmaco in base alla specificità del caso». Guido Fanelli, coordinatore della Commissione ministeriale sulla terapia del dolore e cure palliative ha fatto il punto sul fronte legislativo: «Il decreto inserito nei Lea sancisce il diritto alla donna al parto in analgesia epidurale per riallineare l’Italia agli altri Paesi europei in tema di gestione del dolore nel parto e di riallineamento all’interno di corretti standard di ricorso al parto con taglio cesareo».
Francesca Merzagora è presidente dell’Osservatorio Nazionale sulla Salute della Donna (Onda) che si batte perché il diritto al parto senza dolore diventi una realtà: «Abbiamo sviluppato il progetto Ospedale Donna che prevede la ricerca, attraverso un’attenta valutazione delle strutture ospedaliere a misura di donna e assegna uno, due o tre bollini rosa ai centri di cura che mostrino un particolare interesse alla salute femminile. Il requisito fondamentale per il massimo, tre bollini, è proprio la presenza dell’offerta gratuita del parto in analgesia epidurale.
L’elenco di questi ospedali è pubblicato in una nostra guida ».
Una raccolta di firme è stata organizzata dall’Associazione Italiana Parto in Analgesia (Aipa) presieduta da Paola Banovaz «…per far sì che tutti gli enti ospedalieri siano indotti dal ministero della Salute ad accogliere la richiesta delle partorienti» e che «Tutti i centri nascita si dotino di una carta dei servizi rivolta alle gestanti, dove i servizi non siano solo nominati ma anche garantiti».
Fonte: vitadidonna, 16 marzo 2010
Dopo i 30 anni drastico calo della fertilità
La rivista PlosOne ha pubblicato lo studio effettuato dai ricercatori inglesi della St. Andrews University su 325 donne, da cui risulta che degli oltre due milioni di ovuli di cui ogni donna è dotata alla nascita già a 30 anni l’88% è perso per sempre e a 40 ne rimane appena il 3%.
Con la conseguente difficoltà di concepimento, considerato che in tutta la vita di quei due milioni di ovuli solo circa 450 arrivano a maturazione. Inoltre, bisogna considerare l’importanza dello stile di vita delle donne oltre i 25 anni, quando fattori di rischio come eventuali disordini alimentari, alcol o fumo fanno sentire maggiormente i loro effetti negativi sulla fertilità che, come si è visto, è già in calo.
La cura per il corpo assume quindi grande importanza per mantenere la fertilità.
Il dottor Tom Kelsey, ricercatore della St. Andrews University, ha sottolineato: «Ci sono donne che aspettano la prossima promozione o di incontrare ‘l’uomo giusto’ ma non sanno quanto drasticamente diminuisce la loro riserva ovarica dopo i trent’anni.
Che la produzione di ovuli declinasse rapidamente era già noto ma questo studio è il primo che ne segue l’intero percorso, da prima della nascita alla menopausa».
Fonte: 15 marzo 2010
Denunciano i ginecologi: 70mila isterectomie all'anno sono troppe
L’uso più diffuso di un dispositivo intrauterino a rilascio di levonorgestrel, chiamato Mirena, potrebbe evitare a molte donne l’intervento di isterectomia: fino al 60% di loro potrebbe ottenere una soluzione terapeutica senza ricorrere alla chirurgia. Questo è il risultato della ricerca che la professoressa Margit Dueholm del Dipartimento di Ginecologia e Ostetricia dell’Università danese di Aarhus, ha pubblicato sulla rivista ‘Acta Obstetricia et Gynaecologica, 2010’.
L’intervento di isterectomia è il più praticato al mondo dopo il taglio cesareo: lo ha subito una ultrasessantenne americana su tre e una su cinque nel Regno Unito. In Italia ogni anno 70.000 donne vengono sottoposte a isterectomia ma, come spiega la dottoressa Valeria Dubini, ginecologa presso l’Ospedale San Giovanni di Dio di Firenze e vicepresidente nazionale dell’Associazione Ostetrici Ginecologi Ospedalieri Italiani (AOGOI), «Sono troppe, anche perché spesso questi interventi sono praticati in modo improprio, soprattutto per risolvere patologie benigne come le mestruazioni abbondanti». Il 20% delle pazienti che si rivolge al ginecologo soffre di questo disturbo ma viene considerato dalla maggior parte di loro come un fatto fisiologico e sopportato con disagi spesso pesanti.
Il dottor Giampietro Gubbini, ginecologo responsabile di ‘MeStop: il progetto salva-utero’ afferma: «Le donne affette da mestruazioni abbondanti non possono uscire di casa, rinunciano a viaggiare, sono costrette a indossare assorbenti ingombranti con una significativa compromissione della sfera relazionale. Un problema socialmente rilevante, spesso non gestito nella maniera corretta. Infatti, la comunità scientifica è concorde: il trattamento più favorevole è il sistema intrauterino a lento rilascio di levonorgestrel, raccomandato come prima scelta, valida alternativa farmacologica agli interventi demolitivi»
Il dispositivo è già indicato dalle linee guida internazionali e dalla Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia (SIGO) come metodo di prima scelta per affrontare i flussi eccessivi.
Fonte: “Acta Obstetricia et Gynaecologica", marzo 2010
Conservare con crionizzazione lo sperma non altera la capacità di fertilizzazione
La conservazione dello sperma tramite crionizzazione consente di mantenerne inalterata la capacità di fertilizzazione per un periodo di 14 anni. Osservando la concentrazione di motilità progressiva degli spermatozoi i ricercatori non hanno in effetti riscontrato alcun effetto a lungo termine.
Questa scoperta è molto importante poiché nel caso di una gravidanza ottenuta con inseminazione intrauterina e seme di un donatore, la concentrazione e la percentuale di motilità progressiva sono considerati i migliori elementi per prevedere l’esito della gestazione.
L’unico effetto riscontrato dopo la crionizzazione dai ricercatori del Institute for the Study of Fertility di Tel Aviv, inIsraele, era legato ala quantità di liquido seminale congelato: se la provetta era riempita solo per metà una volta scongelato lo sperma risultava aver subito dei cambiamenti mentre se la provetta era riempita completamente non si osservava alcuna modifica. Sarà quindi indispensabile effettuare nuove ricerche per capire come mai il liquido contenuto in provette parzialmente riempite subisca conseguenze in seguito al congelamento.
Fonte: Human Reproduction, 1 marzo 2010; Advance online publication
Fecondazione assistita aumenta rischio di dare alla luce bambini nati morti
Concepire un figlio con la tecnica della riproduzione assistita (ART) aumenta di quattro volte il rischio di dare alla luce un bimbo già morto rispetto alle donne che lo concepiscono naturalmente.
Lo sostengono i ricercatori della Aarhus University Hospital in Danimarca dopo aver analizzato i risultati di uno studio che ha coinvolto 20.166 donne in gravidanza tra il 1989 e il 2006. I dati emersi hanno mostrato che il bambino nasceva già morto nel 16.2‰ nelle donne che avevano concepito grazie alla tecnica ART mentre accadeva solo nel 3.7‰ a quelle che avevano concepito naturalmente.
Inoltre il rischio di dare alla luce un bimbo morto era simile in donne fertili, poco fertili e in donne che hanno fatto ricorso a una tecnica di riproduzione assistita non con fertilizzazione in vitro, rispettivamente pari al 2.3, 5.4 e 3.7‰.
I ricercatori stessi hanno suggerito di utilizzare con cautela questi dati, poiché resta ancora da stabilire se il rischio maggiore sia dovuto a cause legate alla coppia che ricorre a tecniche di riproduzione assistita o se sia da imputare piuttosto alla tecnica stessa.
Fonte: Human Reproduction, 1 marzo 2010; Advance online publication
Crioconservare tessuto ovarico può restituire la fertilità dopo una chemioterapia
Il trattamento gonadotossico, una cura utilizzata per combattere il cancro, può rivelarsi estremamente dannoso per le donne rendendole sterili. Tuttavia la possibilità di trapiantare il tessuto ovarico crioconservato si è rivelata una soluzione efficace per restituire la fertilità alle giovani donne che desideravano avere un figlio.
I ricercatori dello University Hospital of Copenhagen, in Danimarca, hanno infatti riportato due gravidanze portate a termine con successo da una donna che aveva subito la cura per il cancro e successivamente il trapianto del tessuto ovarico congelato.
Prima di affrontare la chemioterapia alla donna è stato asportato un terzo del tessuto proveniente dall’ovaio destro e conservato grazie al metodo della crioconservazione. Un anno dopo le sono state reimpiantate sei strisce spesse di tessuto sempre nell’ovaio destro e la donna è stata sottoposta a una leggera stimolazione ovarica. A questo è seguita una gravidanza naturale senza bisogno di ulteriori stimolazioni.
Sebbene siano solo 9 in tutto il mondo i bambini nati da donne che hanno seguito questo iter, questi risultati lasciano ben sperare circa l’utilizzo della crioconservazione come metodo efficace per preservare la possibilità delle donne di essere ancora fertili dopo una chemioterapia.
Fonte: Human Reproduction, 1 marzo 2010; Advance online publication
Anticoncezionali femminili: maggiore utilizzo con il counseling
Attualmente il 15% delle donne tra i 35 e i 44 anni non utilizza alcun metodo contraccettivo. Una tendenza che potrebbe essere modificata nell’80% dei casi semplicemente con il counseling, un’attività volta a sostenere e orientare gli atteggiamenti del paziente.
Un gruppo di ricercatori dell’Università di Seattle ha utilizzato i dati provenienti dal National Survey of Family Growth per identificare i fattori associati al non utilizzo di contraccettivi.
Lo studio aveva coinvolto 563 donne tra i 35 e i 44 anni che non desideravano una gravidanza e ha mostrato che il 14.1 di loro non aveva comunque utilizzato alcuna precauzione nel corso dell’ultimo rapporto sessuale.
Il profilo della donna che più comunemente non utilizza anticoncezionali è di età compresa tra i 40 e i 44 anni, di etnia afro-americana e con un basso reddito. In aggiunta queste donne risultavano avere rapporti sessuali meno frequenti (da 1 a 3 volte nel mese precedente), un numero più elevato di partner nel corso della vita, nessun tipo di esame effettuato a livello pelvico nell’anno precedente e una discontinuità nell’assunzione di contraccettivi a causa dell’insoddisfazione nei confronti del metodo scelto.
Coloro che invece ricevevano sostegno da un counselor per le scelte relative alla contraccezione erano nell’80% dei casi più propense a utilizzare metodi anticoncezionali.
Fonte: Contraception, 22 febbraio 2010; Advance online publication
Emorragia post-parto: usare sacche di raccolta non aiuta a diminuire l’incidenza del problema
Raccogliere in apposite sacche il sangue perso durante un’emorragia post-parto per misurarne oggettivamente la quantità non aiuta a ridurre l’incidenza del fenomeno.
Molti reparti ospedalieri di maternità utilizzano abitualmente le sacche per la raccolta di sangue poiché stabilire quanto sangue ha perso una donna basandosi sulla semplice osservazione aumenterebbe il rischio di sottostimare il problema inducendo a ritardare la diagnosi e l’inizio delle cure.
I ricercatori dell’Università di Bruxelles, in Belgio, hanno quindi messo a confronto le i risultati ottenuti impiegando le due modalità di quantificazione. In 13 Paesi europei 25,381 donne che sono state suddivise in due gruppi: quello di studio, in cui veniva misurata la quantità di sangue con la raccolta in sacche e quello di controllo, in cui si quantificava la perdita attraverso la sola osservazione.
Dalla ricerca è emerso che l’emorragia post-parto grave si è presentata nell’1.71% delle 11,037 donne del gruppo di studio e nel 2.06% delle 14,344 donne appartenenti al gruppo di controllo.
Una differenza non significativa che dimostra come la semplice quantificazione visiva possa essere sufficiente per riconoscere i casi di emorragia grave aiutando però a risparmiare risorse preziose che potrebbero essere sfruttate meglio nella risoluzione di altre problematiche.
Fonte: British Medical Journal, 22 febbraio 2010
Terapia ormonale riduce il rischio di gotta durante la menopausa
Studi recenti suggeriscono che durante il periodo della menopausa la probabilità di sviluppare la gotta aumenti e che la terapia ormonale in post-menopausa possa rivelarsi utile nel ridurre questo rischio.
Utilizzando i dati provenienti dal Nurses’ Health Study i ricercatori della Boston University School of Medicine, USA, hanno esaminato l’associazione tra menopausa, età della menopausa, utilizzo di ormoni in post-menopausa e incidenza della gotta in 92,535 donne.
Al termine del periodo di osservazione, durato 16 anni, i ricercatori hanno registrato 1,703 casi di gotta, sottolineando che l’incidenza della malattia aumentava da o.6 casi su 1000 donne di età inferiore a 45 anni a 2.5 casi su 1000 donne di età pari o superiore a 75 anni. Anche coloro che erano andate in menopausa a 45 anni o prima risultavano maggiormente esposte al rischio gotta rispetto alle donne andate in menopausa tra i 50 e i 54 anni.
Dalla ricerca è emerso inoltre che la terapia ormonale in post-menopausa era in grado di ridurre del 18% rispetto a coloro che non assumevano ormoni.
Questi risultati confermano quindi l’ipotesi che l’ormone della terapia sostitutiva che viene somministrata in post-menopausa possa ridurre l’incidenza della gotta nella popolazione femminile in menopausa.
Fonte: Annals of the Rheumatic Diseases, 22 febbraio 2010; Advance online publication
HPV: dimostrata efficacia del vaccino bivalente anche per donne tra 18 e 25 anni
I risultati di uno studio condotto di recente in Inghilterra mostrano che le donne tra I 18 e I 25 anni di età non affette da Papilloma Virus Umano (HPV) ottengono dal vaccino bivalente gli stessi benefici delle ragazze tra i 15 e i 17 anni.
Allo studio hanno preso parte 18,644 donne tra 15 e 25 anni che sono state destinate, in modo casuale, a ricevere il vaccino bivalente (HPV-16/18) o il vaccino dell’epatite A.
Sono stati raccolti campioni di cervice uterina ogni 6 mesi per la tipizzazione dell’HPV e ogni 12 mesi per esami ginecologici e citopatologici.
Il vaccino contro la neoplasia intraepiteliale da HPV 16/18 della cervice è risultato efficace nel 39.4% dei casi indipendentemente dallo stato sierologico rilevato all’inizio della ricerca. Questi dati supportano l’idea che la vaccinazione bivalente sia da estendere anche alla popolazione femminile di età compresa tra i 15 e i 25 anni, che potrebbe così avere una protezione dall’infezione da HPV ed evitare quindi l’eventuale insorgenza di cancro al collo dell’utero.
Fonte: European Research Organization on Genital Infection and Neoplasia; Monte Carlo, Monaco: 17 – 20 febbraio 2010
Gravidanza: l'agopuntura contro la depressione
Uno studio effettuato negli Stati Uniti ha stabilito che le donne che in gravidanza soffrono di depressione potrebbero risolvere il loro problema con sessioni specifiche e regolari di agopuntura.
150 donne gravide e depresse sono state divise in tre gruppi: uno è stato trattato con massaggi, l'altro con agopuntura tradizionale e il terzo con agopuntura mirata alla depressione. Queste ultime avevano un tasso di risposta al trattamento del 63% mentre quelle trattate genericamente o slatuariamente solo del 37,5% e si sono ridotti i sintomi della malattia depressiva.
Rachel Manber, che ha coordinato lo studio, ha dichiarato che «Per risolvere i problemi della depressione gravidica - sempre più frequente - questo tipo di agopuntura può rappresentare una valida alternativa ai farmaci, se eseguita correttamente. I suoi effetti collaterali quando si presentano, sono lievi e transitori».
Fonte: Obstet Gynecol. 2010 Mar;115(3):511-20, 25 febbraio 2010
Il diritto al parto indolore un miraggio: epidurale in pochi ospedali
Il diritto al parto senza sofferenza, e quindi all'anestesia epidurale che consente di avere un parto naturale senza dolore, è stato inserito nei Lea (Livelli Essenziali di Assistenza) nel 2008. Purtroppo però, questo è un miraggio in troppi ospedali d'Italia, infatti solo il 16% delle strutture pubbliche o convenzionate sono in grado di garantire questo diritto con continuità. Eppure il 90% delle partorienti ne fa richiesta dove questo servizio viene offerto. Nonostante sia un diritto, sono grandi le differenze fra le Regioni: in testa la Lombardia con 5 milioni all'anno stanziati per la promozione dell'analgesia in travaglio, poi il Veneto con 1 milione di euro per la stessa finalità; l'Emilia Romagna ha emesso linee guida perché ogni Provincia sia in grado di offrire un punto nascita che consenta l'analgesia epidurale.
Questo è il quadro emerso dal convegno Il dolore al femminile - Partorire senza dolore - che si è tenuto nei giorni scorsi a Roma. Guido Fanelli, coordinatore della Commissione ministeriale sulla terapia del dolore e cure palliative ha fatto il punto sul fronte legislativo: «Il decreto inserito nei Lea sancisce il diritto alla donna al parto in analgesia epidurale per riallineare l'Italia agli altri Paesi europei in tema di gestione del dolore nel parto e di riallineamento all'interno di corretti standard di ricorso al parto con taglio cesareo». Giorgio Capogna, presidente del Comitato scientifico per l'Anestesia Ostetrica ha dichiarato che «L'Italia è all'avanguardia per le nuove tecniche di analagesia epidurale, che permettono alla donna di ottenere un effetto costante e di personalizzare la somministrazione dell'analgesico a seconda delle proprie esigenze, evitando così anche i brevi momenti di dolore che potevano insorgere con la tecnica epidurale tradizionale, quando la partoriente doveva attendere l'intervento del medico per ricalibrare la dose di analgesico».
Francesca Merzagora è presidente dell'Osservatorio Nazionale sulla Salute della Donna (Onda) che si batte perché il diritto al parto senza dolore diventi una realtà: «Abbiamo sviluppato il progetto Ospedale Donna che prevede la ricerca, attraverso un'attenta valutazione delle strutture ospedaliere a misura di donna e assegna uno, due o tre bollini rosa ai centri di cura che mostrino un particolare interesse alla salute femminile. Il requisito fondamentale per il massimo, tre bollini, è proprio la presenza dell'offerta gratuita del parto in analgesia epidurale. L'elenco di questi ospedali è pubblicato in una nostra guida ».
Una raccolta di firme è stata organizzata dall'Associazione Italiana Parto in Analgesia (Aipa) presieduta da Paola Banovaz «... per far sì che tutti gli enti ospedalieri siano indotti dal ministero della Salute ad accogliere la richiesta delle partorienti» e che «Tutti i centri nascita si dotino di una carta dei servizi rivolta alle gestanti, dove i servizi non siano solo nominati ma anche garantiti».
Fonte: Adnkronos Salute, 25 febbraio 2010
Terapia a base di nevirapina aumenta il rischio di contagiare il bebè con virus HIV-1
Le madri sieropositive che ricevono un trattamento a base di nevirapina hanno un rischio maggiore di trasmettere il virus HIV al figlio durante l’allattamento.
Secondo i ricercatori del Seattle Children’s Research Institute di Washington hanno analizzato i dati relativi a un gruppo di bambini del Mozambico che al momento della nascita risultavano negativi al test dell’HIV e positivi solo un mese dopo.
Dei 24 bambini presi in considerazione, 9 mostravano un’infezione da HIV- 1 resistente alla nevirapina e la presenza del virus è stata riconfermata in 7 bambini su 9 in esami successivi.
Considerando che l’età della madre e dei bebè era la stessa sia nel gruppo con virus resistente che nel gruppo con virus non resistente, i ricercatori hanno concluso che ciò che ha alterato il virus è stata la somministrazione del farmaco e il successivo allattamento al seno che ne ha permesso il passaggio dalla madre al neonato.
Fonte: Pediatricsupersite.com, 19 febbraio 2010
Mangiare e bere durante il travaglio, una scelta delle donne
Da alcuni anni, soprattutto in Gran Bretagna, non si impone più il digiuno alle donne durante il travaglio ma le si lascia libere di bere e mangiare.
Finora venivano posti limiti all’assunzione di bevande, o venivano proibite del tutto, nell’eventualità dei danni polmonari provocati dal rigurgito in caso di anestesia e dalla relativa aspirazione dei succhi gastrici (complicanza chiamata sindrome di Mendelson). Una nota dell’organizzazione scientifica no profit Cochrane Collaboration spiega che il pericolo si limita alle donne che rischiano un’eventuale anestesia, in caso per esempio di parto cesareo, quindi è inutile imporre il digiuno a tutte le partorienti.
Cinque studi, effettuati su oltre 3.000 donne, hanno dimostrato che non si corrono rischi maggiori se si mangia o beve durante il travaglio. La ricercatrice Mandita Singata dell’East London Hospital Complex ha spiegato che non c’è differenza fra mangiare e digiunare e quindi le future mamme possono decidere in merito senza preoccuparsi.
Sono invece necessari studi specifici sui rischi che corrono le donne che devono affrontare l’anestesia al momento del parto per prevenire il rigurgito che avviene molto spesso e le relative complicanze.
Fonte: Cochrane Database of Systematic Reviews 2010, 12 febbraio 2010
Autismo: bambini più a rischio se mamma "anziana"
Studiosi americani hanno scoperto che fra le donne che partoriscono a un’età superiore ai 40 anni è maggiore del 50% la probabilità di far nascere un bambino autistico rispetto a quelle che partoriscono fra i 25 e i 29 anni.
L’autismo è un disturbo che compromette gravemente le capacità di comunicazione ed è caratterizzato da chiusura in se stessi.
La causa sarebbe il progressivo degrado degli ovuli che aumenterebbe con il tempo e che provoca non solo difficoltà di concepire ma anche possibili anomalie sul nascituro; oltre a costituire un fattore di rischio per la salute delle madri.
Uno studio dell’Università della California ha rilevato che su 5 milioni di bambini nati dal 1990 al 1999 oltre 12.000 soffrivano di autismo.
Un’altra teoria epidemiologica mette invece in relazione l’età del padre con il rischio di autismo ma questo studio americano la mette gravemente in discussione.
Gli studi sulle cause di rischio di questa malattia continuano.
Fonte: newnotizie.it, 10 febbraio 2010
HPV: vaccino e diagnosi precoce per combatterlo. In Italia prevenzione lacunosa
Per combattere efficacemente il tumore al collo dell’utero è necessario sfruttare la vaccinazione e i test diagnostici contro il Papilloma virus, che è stato individuato come la causa certa di questo tipo cancro.
È questo l’argomento di cui si è discusso nel corso del convegno sulla prevenzione del tumore alla cervice uterina a Roma, oltre a mettere in evidenza la situazione dell’Italia, che non è risultata propriamente uniforme.
Le regioni del nord hanno in effetti mostrato un 60% di ragazze che hanno ricevuto la vaccinazione, mentre per il sud la percentuale è risultata nettamente più scarsa. Esistono mancanze di informazioni e le regioni hanno troppa autonomia nel decidere le fasce di età a cui fornire il vaccino gratuitamente (in alcune regioni l’età massima era di 12 anni, in altre è stata aumentata fino a 16 anni).
Le cause sono da imputare a un’organizzazione carente che oltre a provocare queste grosse differenze a livello regionale, rende difficile anche comunicare alle pazienti il periodo di richiamo della vaccinazione, ottenendo una copertura non efficace e di conseguenza un inutile spreco di denaro pubblico. Per far fronte a tutte queste problematiche si è attivato l’Osservatorio Nazionale Salute Donna (O.N.Da) che, in collaborazione con il Ministero dell'Istruzione, Università e Ricerca, farà partire un progetto dedicato a tutte le ragazze di circa 18 anni.
L’obiettivo non sarà solo quello di fornire maggiori informazioni sul vaccino per l’HPV ma anche e soprattutto sui metodi, quali pap-test e test DNA-HPV, che si sono rivelati efficaci per ottenere una diagnosi precoce dell’infezione da Papilloma virus.
Fonte: Convegno "Settimana Europea HPV", Roma, 27 gennaio 2010
Età del menarca e dismenorrea aiutano a prevedere rischio endometriosi
Prevedere il rischio di endometriosi si può, basta osservare le caratteristiche del ciclo mestruale.
Lo sostengono esperti australiani e americani che hanno pubblicato i risultati di una ricerca sull’American Journal of Obstetrics & Gynecology.
Per questo studio sono stati presi in considerazione due gruppi di soggetti: 268 donne di età media pari a 36.4 anni con presenza accertata di endometriosi e 244 donne della stessa età senza alcun sintomo o familiarità con la malattia.
Ai due gruppi è stato richiesto di compilare un questionario relativo a caratteristiche demografiche, ormonali, riproduttive, fisiche e dello stile di vita. In particolare i ricercatori formulavano domande sull’età del menarca, sulla durata e l’intensità del ciclo mestruale e sui dolori legati al mestruo.
Da questa ricerca è emerso che le donne che avevano dichiarato di aver avuto il menarca dai 14 anni in avanti avevano meno probabilità di sviluppare l’endometriosi.
Al contrario, coloro che riferivano di una dismenorrea (dolore provocato dal ciclo mestruale) piuttosto precoce erano maggiormente esposte al rischio di endometriosi. Altri fattori quali la durata e l’intensità del ciclo o il dolore provocato dall’ovulazione non risultavano essere associati a un’alterazione del rischio di sviluppare la malattia nell’endometrio. Questa scoperta potrebbe avere risvolti positivi nell’individuazione precoce di donne maggiormente esposte al rischio endometriosi.
Fonte: American Journal of Obstetrics & Gynecology, 21 gennaio 2010
Contraccezione: più consapevolezza per aumentare la compliance
Per una donna scegliere il contraccettivo è anche una questione di “linea”. Secondo un’indagine condotta in collaborazione dall’Università del Texas e dall’Università dell’Essex, in Gran Bretagna, a seconda del proprio indice di massa corporeo una donna sarà più propensa a scegliere un contraccettivo ormonale piuttosto che un metodo barriera.
In particolare, dopo una ricerca condotta su 4.757 donne sessualmente attive, è stato notato che un alto BMI coincideva con una bassa propensione all’utilizzo dei metodi ormonali come la pillola.
Quest’ultima risultava comunque maggiormente diffusa tra le donne comprese nella fascia di età dei 18-29 anni, mentre per le over 35 ad essere scelti con più frequenza erano i metodi procedurali.
I ricercatori hanno sottolineato l’importanza di informare meglio le donne sui pro e i contro di ciascun metodo. Un aspetto da approfondire sarebbe ad esempio l’infondatezza della credenza che vuole tutti i metodi ormonali “colpevoli” di un aumento di peso e di comparsa di cellulite.
Studi condotti sul cerotto transdermico a rilascio ormonale non hanno infatti rilevato alcuna variazione significativa di peso o della quantità di liquidi nel corpo delle donne che ne facevano uso.
Anche la Society of Family Planning si è espressa in tal senso pubblicando le linee guida sulla scelta contraccettiva sulla rivista Contraception, e ricordando che anche per le donne obese la contraccezione ormonale non è, salvo rari casi, controindicata.
Maggiori informazioni sui metodi contraccettivi a disposizione e sui loro reali effetti aiuterebbero le donne a scegliere con più consapevolezza il metodo più adatto alle proprie esigenze, facilitando di conseguenza un aumento della continuità nell’assunzione del farmaco e riducendo il fallimento contraccettivo che oggi è ancora a livelli molto alti.
Fonte: Schraudenbach A, McFall S. Contraceptive Use and Contraception Type in Women by Body Mass Index Category.Women’s Health Issues 2009; gennaio 2010
Donne: capelli biondi rendono più determinate e sicure di sé
Avere i capelli biondi, siano essi naturali o tinti, rende le donne più sicure di sé. Lo sostengono i ricercatori dell’Università della California, che hanno portato a termine uno studio per capire la relazione tra colore dei capelli e tratti caratteriali e per verificare se è vero che “gli uomini preferiscono le bionde”. I risultati dell’indagine mostrano che in effetti le donne bionde sono più decise, determinate e fiduciose nelle proprie capacità rispetto alle more e alle rosse, che per contro risultano invece essere più aggressive e manesche. La differenza caratteriale potrebbe essere data dal fatto che le bionde sono più abituate alle attenzioni e agli sguardi che gli uomini riservano loro, e questo le aiuta ad avere più autostima. Sarebbe proprio questa maggiore determinazione e sicurezza in sé stesse a renderle ancora più attraenti per l’universo maschile. Tuttavia i risultati della ricerca potrebbero essere stati sfalsati dal luogo in cui sono stati compilati i questionari: il sud della California, “patria” delle donne bionde. Chissà se conducendo la stessa indagine nei Paesi mediterranei il risultato sarebbe lo stesso?
Fonte: repubblica.it, 18 gennaio 2010
Migliore comunicazione medico-paziente riduce fallimento contraccettivo
Secondo una ricerca condotta dagli esperti del Dipartimento di Ostetricia e Ginecologia della St. Louis School of Medicine di Washington (USA) alla base del fallimento contraccettivo che conduce spesso a gravidanze indesiderate si possono individuare diversi fattori. Sul totale del campione studiato, composto da 298 donne tra i 18 e i 48 anni, il 37% ha confermato di utilizzare un sistema anticoncezionale prima di restare incinta. Di queste, il 44% ha attribuito alla mancanza di copertura del contraccettivo ragioni di natura individuale, il 28% ha indicato cause di natura istituzionale e il 24% ha indicato la scarsa aderenza alla contraccezione (bassa compliance). Per prevenire il numero di aborti volontari, conseguenza diretta delle gravidanze indesiderate, è indispensabile individuare i fattori che inducono le donne a non utilizzare metodi anticoncezionali o a utilizzarli in maniera scorretta e non continuativa e migliorare la comunicazione tra medico e paziente per far si che questi fattori non impediscano un corretto utilizzo dei contraccettivi. Il medico dovrebbe in effetti essere in grado di individuare la tipologia di paziente che ha di fronte per poterle consigliare il metodo anticoncezionale più idoneo, aumentando di conseguenza la probabilità che la donna segua le indicazioni di assunzione o di utilizzo con attenzione. Nel caso della contraccezione ormonale,ad esempio, sarà il medico a dover consigliare il cerotto piuttosto che la pillola qualora la donna si dimostri incoerente nell'assunzione quotidiana del farmaco o qualora si verifichino episodi di spotting o di mancanza di mestruo, segnale che bisogna trovare una valida alternativa contraccettiva che sia più adatta alle caratteristiche caratteriali o fisiche di ciascuna paziente.
Fonte: Contraception, dicembre 2009; 80: 569-74
Le cicogne "volano" meglio al freddo
Il 21 dicembre alle ore 17.49 cade il solstizio d'inverno, le giornate cominciano ad allungarsi e il fotoperiodo prolungato sblocca gli ormoni sessuali. Sembra infatti che si verificherà in questo periodo un picco di concepimenti, che in media in Italia raggiungerà ben il 22,3%, con punte del 30,6% al Sud (con la Sicilia in testa con un aumento del 34%), del 24,6% al Centro, del 20% al Nord-Est e del 18,6% al Nord-Ovest.
Ecco il periodo ideale per concepire un bambino, come spiega il Dott. Italo Farnetani, Pediatra di Milano: "Le ore di luce in aumento stimolano l'ipofisi, che inibisce la secrezione di melatonina, sostanza che "addormenta" l'organismo e blocca gli ormoni sessuali. Via via che le giornate si allungano gli ormoni alleati del concepimento si sbloccano". Continua Farnetani: "Inoltre, complici le basse temperature, si sta più volentieri a letto, le ferie natalizie aiutano a rilassarsi e il freddo rende più vitali gli spermatozoi."
Gli ingredienti per adoperarsi ci sono tutti, ma i vantaggi di questo periodo non sono finiti, infatti sembra che dal solstizio in poi "si cresce di più in altezza rispetto al resto dell'anno, e anche i bimbi che vengono alla luce in questi mesi sono, in media, più lunghi di qualche millimetro ", conclude il pediatra.
Fonte: AdnKronos Salute, 18 dicembre 2009
Sovrappeso in gravidanza aumenta il rischio futuro di diabete e ipertensione
Una donna in sovrappeso durante la gravidanza è maggiormente esposta al rischio di sviluppare, in futuro, diabete e ipertensione. In particolare i ricercatori dell’Università di Oulu, in Finlandia, hanno trovato che questo rischio è particolarmente elevato quando il sovrappeso in gravidanza è abbinato al diabete mellito gestazionale.
Gli studiosi sono giunti a questa conclusione in seguito a una ricerca che ha coinvolto un gruppo di donne con precedente esperienza di diabete gestazionale, 70 delle quali erano normopeso e 54 sovrappeso (BMI uguale o superiore a 25kg/m2 ) e un secondo gruppo di donne, 768 normopeso e 250 sovrappeso, che presentavano fattori di rischio per il diabete gestazionale, come ad esempio età superiore a 40 anni e glicosuria, ma risultati normali nel test di tolleranza orale al glucosio. Un terzo gruppo composto da 5341 donne senza fattori di rischio per il diabete gestazionale serviva infine da gruppo di controllo.
Dopo un periodo di monitoraggio durato 20 anni, i ricercatori hanno concluso che essere in sovrappeso durante la gravidanza, pur non sviluppando il diabete gestazionale, aumentava di 12.63 volte il rischio futuro di diventare diabetiche e di 2.86 di soffrire di ipertensione rispetto alle donne normopeso e senza diabete gestazionale. Se oltre al sovrappeso la donna sviluppava anche il diabete gestazionale, il rischio diventava rispettivamente di 47.24 e 9.16 volte superiore.
Infine le donne che, nonostante un peso nella norma, sviluppavano il diabete gestazionale, mostravano un rischio di 10.61 volte superiore di sviluppare successivamente il diabete ma nessun aumento nel rischio di diventare ipertese.
Alla luce di questi dati i ricercatori hanno confermato che una condizione di sovrappeso è un fattore di rischio essenziale per predire una possibile futura insorgenza di diabete o di ipertensione.
Fonte: Journal of Clinical Endocrinology and Metabolism, 4 dicembre 2009; Advance online publication
Sudorazione notturna in menopausa allunga la vita
Le donne in menopausa che sudano di notte hanno un rischio di mortalità nei successivi 20 anni inferiore rispetto a coloro che non soffrono di vampate notturne, indipendentemente dall'assunzione o meno di estrogeni con la terapia postmenopausale. Lo hanno dichiarato i ricercatori della University Hospital of North Norway in Tromsø dopo aver seguito un gruppo di 867 donne in postmenopausa che avevano fornito agli studiosi informazioni sullo stile di vita e lo stato della menopausa nel periodo compreso fra il 1984 e il 1987. A tutte queste donne è stato poi richiesto di compilare un questionario nel 1989 sulla menopausa e sui sintomi vasomotori. In totale il 73% delle donne ha riportato la presenza delle cosiddette “vampate” di calore e il 39% ha ammesso di soffrire anche di sudorazione notturna. Durante il periodo del follow-up, pari a circa 11 anni e mezzo, si sono verificate in totale 405 decessi, di cui 194 dovuti a malattie cardiovascolare e 71 a malattie coronariche. I ricercatori hanno osservato che le donne che avevano segnalato fra i sintomi della menopausa anche la sudorazione notturna mostravano un rischio inferiore di mortalità rispetto alle altre donne. Un beneficio tuttavia annullato per le donne che, pur sudando durante la notte, avevano uno stile di vita caratterizzato da fumo, indice di massa corporea superiore alla norma e poca o del tutto assente attività fisica.
Fonte: Menopause, 2 novembre 2009; 16: 888-91
Con diabete gravidico aumenta il rischio di allergie
Indipendentemente dall'indice di massa corporea della madre prima della gravidanza il diabete gestazionale aumenta nei nati a termine il rischio di dermatite atopica e di sensibilizzazione precoce agli allergeni. È quel che emerge da un'indagine condotta presso due centri americani (Chicago e Boston), su 1262 bambini della Boston Birth Cohort, una coorte multietnica ed eterogenea sotto il profilo socioeconomico reclutata a partire dal 1998 con l'obiettivo di studiare i determinanti di parti con esito sfavorevole. L'analisi finale è stata condotta su 680 di tali soggetti, seguiti dalla nascita per 3,2 ± 2,3 anni, dei quali 488 nati a termine e i restanti 192 pretermine. Il 4,9% delle madri è risultata affetta da diabete gestazionale. La presenza di questa patologia nei nati a termine ha condizionato una probabilità di 7,2 e 5,7 volte superiore rispettivamente di dermatite atopica e sensibilizzazione allergica (soprattutto ad alimenti). Non è stata invece osservata tale associazione nei nati pretermine.
Fonte: J Allergy Clin Immunol, 2009, in press
Baby rinoplastica
Un approccio conservativo viene spesso consigliato ai bambini con deformità del setto nasale, ma tale approccio, come dimostrato da questo studio condotto dall'Università di Palermo e un centro clinico indiano, potrebbe rivelarsi controproducente nei casi in cui sia presente ostruzione nasale. È stata studiata una casistica pediatrica con un follow-up di 10 anni di 46 pazienti con deformità settali post-traumatiche e naso-settali non trattate in maniera appropriata o con recidiva della deviazione nasale dopo correzione di frattura ossea. I bambini con deformità naso-settale trattati soltanto con settoplastica sono andati incontro a un'accentuazione dell'alterazione della piramide nasale, mentre i bambini sottoposti a rinosettoplastica hanno avuto un buon risultato dal punto di vista sia estetico sia funzionale a lungo termine. Pertanto ne risulta l'opportunità di una correzione tempestiva e completa delle alterazioni del setto e della piramide nasale. La sola correzione del setto, ossia separata da un eventuale intervento sulla piramide nasale, permette invece di ottenere risultati meno favorevoli.
Fonte: British Medical Journal, 5 ottobre 2009; 339: b3569
Un antidepressivo naturale, il massaggio in gravidanza
In gravidanza il massaggio è una vera e propria terapia, non soltanto un'opportunità di rilassamento, in grado di migliorare l'umore e di fornire vantaggi che si protraggono anche dopo il parto. È quanto dimostra uno studio americano condotto su 200 donne d'età compresa tra 18 e 30 anni (media 26,2), tra la 16° e la 20° settimana di gestazione affette da depressione maggiore, che sono state assegnate a un gruppo sottoposto a due sedute di massaggio settimanali per 12 settimane oppure a un gruppo di trattamento standard. La somministrazione di specifici questionari ha messo in evidenza un effetto significativo del massaggio nel produrre una diminuzione del livello di ansia e perfino nel ridurre la depressione e il livello di cortisolo nel periodo post-partum. Le donne sottoposte a massaggio hanno altresì registrato una minore possibilità di parto pretermine e di dare alla luce un neonato di basso peso. I benefici hanno tra l'altro toccato anche i neonati, che hanno presentato valori di cortisolo più bassi e migliori performance in alcuni test di valutazione dello sviluppo neuropsicomotorio, come la scala di Brazelton.
Fonte: Infant Behavior & Development2009; 32:454-460
I gesti favoriscono l'interattività del lattante
E' risaputo che un bambino, o un lattante, attiri, con il proprio modo di essere istintivo, l'attenzione di chi sta intorno. Ma cosa si può dire riguardo ai comportamenti intenzionali, caratterizzati, per esempio, dall'uso delle mani per indicare gli oggetti o per mimare, se pure in modo rudimentale, delle azioni o per esprimere dei propositi? A questa domanda ha cercato di rispondere uno studio americano condotto su 10 lattanti d'età compresa tra 4 e 19 mesi seguiti da 18 caregiver studenti in un college. Sono stati effettuati alcuni video di 5 minuti che hanno consentito di esaminare secondo opportune classificazioni i comportamenti dei bambini e la reattività degli adulti. L'indagine ha dimostrato che i bambini che assumevano gestualità e atteggiamenti più comunicativi stimolavano nei caregiver un livello di attenzione maggiore. Da qui quindi l'opportunità di approfondire tali osservazioni soprattutto per mettere i caregiver nella condizione di ottimizzare le proprie capacità di interazione con i bambini, già a partire dai loro primi mesi di vita.
Fonte: Infant Behavior & Development 2009; 32:351-365
Le donne in menopausa devono stare attente ai livelli di testosterone
Le donne in menopausa con alti livelli di testosterone sono tre volte di pù' a rischio di malattie cardiache, diabete e sindrome metabolica rispetto alle donne con bassi livelli dell'ormone. È quanto emerge da uno studio condotto dai ricercatori della University of Pennsylvania School of Medicine di Filadelfia (Stati Uniti) e pubblicato sul The Endocrine Society's Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism (JCEM).
I ricercatori sono giunti ai risultati misurando i livelli di testosterone in 344 donne di età compresa tra i 65 e i 98 anni. Gli autori dello studio hanno spiegato che per molti anni si pensava che gli androgeni come il testosterone svolgessero un ruolo significativo solo negli uomini, e che nelle donne fossero in gran parte irrilevanti. È ormai ampiamente accettato che le donne in premenopausa con sindrome dell'ovaio policistico, condizione in cui gli androgeni sono elevati, hanno aumentato i rischi di salute.
Fonte: SanitaNew.it, 4 ottobre 2009
Donne in menopausa: rischio osteoporosi maggiore per chi ha vampate di calore
Le donne che nel periodo della perimenopausa sperimentano le cosiddette vampate di calore sono tantissime (tra il 40 e il 70%). Un gruppo di ricercatori della Marmara University School of Medicine di Istanbul, in Turchia, ha deciso di indagare il rapporto tra le presenza di queste vampate e l'incidenza di osteopenia e osteoporosi.
Lo studio si è basato su un campione di 79 donne tra i 45 e i 55 anni, alle quali è stata misurata la densità minerale ossea (BMD) tramite assorbiometria a doppia-energia a raggi X. Il campione è stato quindi suddiviso in due gruppi: del primo gruppo facevano parte 46 donne che avevano di recente (nel corso della settimana precedente lo studio) provato vampate di calore, del secondo gruppo facevano parte le restanti 33 donne che non soffrivano di vampate di calore.
I ricercatori hanno osservato che sebbene l'età media, l'indice di massa corporea e i livelli di estradiolo fossero simili nei due gruppi, il livello medio dell'ormone FSH era invece molto maggiore nelle donne che soffrivano di vampate di calore.
L'incidenza di osteopenia e osteoporosi (valutate utilizzando il metodo di misurazione basato sulla BMD come da indicazioni dell'OMS) era significativamente maggiore nel gruppo di soggetti che soffriva di vampate, con una percentuale di 41,3% contro il 21,2% delle donne senza vampate. Emergeva inoltre dalle analisi che le donne affette da vampate di calore presentavano una densità minerale ossea inferiore nell'area lombare, alla testa del femore e nella zona del triangolo di Ward.
I risultati ottenuti dallo studio hanno indotto i ricercatori a concludere che le donne con sintomi vasomotori sono maggiormente predisposte a sviluppare osteopenia o osteoporosi e per tale ragione un utilizzo più frequente del controllo della densità minerale ossea in questi soggetti potrebbe essere utile per una diagnosi precoce di problemi ossei.
Fonte: International Journal of Gynecology and Obstetrics, 12 ottobre 2009;107:114-6, Issue 20
Depressione durante la gravidanza: come curarla?
Una donna incinta che soffre di depressione è costretta ad affrontare una scelta difficile: sia che decida di farsi curare o meno i rischi sono molti, per la sua salute e per quella del nascituro. Un recente rapporto stilato dall'American College of Obstetricians and Gynecologists (ACOG) e dall'American Psychiatric Association (APA) fornisce utili suggerimenti sui trattamenti più idonei per le donne affette da depressione durante la gravidanza.
Spesso è perfino difficile capire se si tratti realmente di depressione, poiché alcuni sintomi, come l'inappetenza, gli sbalzi di umore e le scarse energie possono essere associati anche alla condizione normale di una donna incinta. Tuttavia se non curata una donna in depressione durante la gravidanza può andare incontro a cambiamenti nella crescita del feto e a una riduzione del periodo gestazionale.
Secondo il documento redatto da ACOG e APA alcune pazienti con depressione leggera o moderata possono essere curate con la psicoterapia (associata o meno all'uso di farmaci) e questo rende necessario un continuo dialogo tra l'ostetrica o il ginecologo della paziente e il suo psicoterapeuta.
Le due associazioni hanno inoltre prodotto una lista dei casi più comuni legati alla gestione di gravidanza e depressione e delle soluzioni possibili per ciascun caso.
Ad esempio qualsiasi donna incinta che mostri tendenze suicide o sintomi psicotici dovrebbe essere indirizzata immediatamente da uno psichiatra; per coloro che invece sono già in cura per la depressione e vorrebbero avere un figlio è il medico a dover valutare la possibilità di una sospensione dei farmaci antidepressivi, cosa comunque non consigliabile se la donna soffre di depressione grave.
È comunque evidente che nel caso in cui la donna sia incinta si rende indispensabile discutere con lei dei possibili rischi ed effetti collaterali causati dai farmaci antidepressivi, proponendole quando la gravità della depressione lo consenta, di ricorrere solo al sostegno psicologico evitando i medicinali.
Fonte: American College of Obstetricians and Gynecologists and the American Psychiatric Association
Diabete gestazionale: l'auto-monitoraggio dei livelli glicemici riduce rischio macrosomia
Lasciare che le donne affette da diabete gestazionale effettuino il monitoraggio glicemico quotidianamente a casa propria invece che in ambulatorio una volta a settimana sembra dare risultati migliori sia per quanto riguarda la riduzione della macrosomia neonatale(l'eccessiva grandezza del bebè) sia nella diminuzione dell'aumento di peso della donna.
E' senza dubbio il maggior coinvolgimento della paziente nel tenere sotto controllo i propri livelli glicemici il fattore che influenza maggiormente l'efficacia del monitoraggio,permettendo alla paziente di capire i feedback ottenuti dalle diverse scelte alimentari e insegnandole così a fare le scelte migliori per la propria salute.
Fonte: Obstetrics and Gynecology 2009; 113: 1307-12
Spagna: sì alla contraccezione d'emergenza libera anche per le minorenni
Entro pochi mesi in spagna le ragazze ancora minorenni avranno accesso ai contraccettivi di emergenza senza l'obbligo di presentare al farmacista la ricetta medica.
Lo hanno deciso Trinidad Jimenez e Bibiana Ado, a capo rispettivamente del Ministero della Sanità e delle Pari Opportunità spagnole, a fronte della più ampia mobilitazione del governo guidato da Josè Luis Rodriguez Zapatero per fronteggiare una situazione che in spagna sta assumendo proporzioni allarmanti: quella della contraccezione e delle gravidanze indesiderate.
Solo nel 2007 infatti sono state effettuate 112 mila IVG (interruzioni volontarie di gravidanza), di cui più di 6 mila su ragazze con meno di 18 anni, 500 delle quali addirittura under 15.
Fonte: Ansa 28-09-2009
Cesareo o naturale: il tipo di parto non influenza il rischio incontinenza
Secondo uno studio recente le donne in dolce attesa che soffrono di incontinenza durante la gestazione non dovrebbero per forza scegliere di partorire con taglio cesareo perché questo non influenza la probabilità che l'incontinenza urinaria persista anche una volta nato il bebè.
I ricercatori, utilizzando il modello clinico di pelvi continente nullipara (ovvero che non ha mai affrontato un parto) hanno riscontrato che tra le donne che soffrono di incontinenza post parto risultano più esposte a questo disturbo coloro che ne hanno sofferto anche durante le gravidanza, ma la modalità del parto non sembra essere un fattore rilevante nella presenza o meno del problema.
Fonte: BJOG 2009; 116: 700-7
Donne obese meno attente alla contraccezione dopo il parto
Le donne obese usano contraccettivi efficaci dopo il parto meno di quanto facciano le donne in sovrappeso, rischiando così di incorrere con maggiori probabilità in una gravidanza indesiderata.
A dirlo sono stati i risultati di uno studio condotto dai ricercatori delle università di Singapore e del North Carolina, negli USA, dopo aver esaminato i dati relativi a 361 donne che avevano preso parte al AMP (Active Mother Postpartum), uno studio per il controllo della riduzione del peso.
Del campione di donne preso in considerazione, 154 erano state classificate come persone sovrappeso, 112 come donne con obesità lieve (di primo grado) e 95 con obesità media o grave (di secondo o terzo grado).
I ricercatori hanno evidenziato che solo il 45% delle donne nel campione esaminato utilizzava contraccettivi efficaci (erano considerati tali i metodi ormonali, i dispositivi intrauterini e la sterilizzazione) nei 12 mesi successivi al parto, sottolineando inoltre il fatto che le donne obese utilizzassero in modo significativamente inferiore gli anticoncezionali rispetto alle donne sovrappeso.
Gli esperti hanno ipotizzato come causa di questo fenomeno il fatto che, dovendo già prestare attenzione alle proprie condizioni di salute e affrontare disturbi come ipertensione e diabete, le donne obese dedicano poco tempo e attenzione all'ambito della contraccezione.
Fonte: Contraception, giugno 2009
Per curare la dispareunia è fondamentale individuare la causa
Con il termine dispareunia gli specialisti indicano un disturbo sessuale caratterizzato da dolore nella zona genitale o pelvica durante un rapporto sessuale. Si tratta di un problema di cui non si conosce l'esatta diffusione poiché molte donne, pur essendone affette, non chiedono aiuto ai medici, tuttavia i dati raccolti a riguardo parlano del 46% di donne sessualmente attive che soffrono di dispareunia.
In una recente rassegna specialistica curata da esperti della Norfolk & Norwich University Hospital
NHS Foundation Trust, nel Regno Unito, sono state discusse tutte le possibili cause del disturbo relativamente al grado con cui questo si manifesta.
A seconda della sede in cui si individua il dolore in effetti si parla di diversi tipi di dispareunia: superficiale (introitale o mediovaginale)e profonda. Nel primo caso il dolore è localizzato nel tratto iniziale della vagina e avvertito per lo più all'inizio del rapporto sessuale; le cause scatenanti possono essere in questo caso associate a vulvodinia, vaginismo,trauma perineale dovuto al parto e fattori pscicologici. Nel secondo caso invece il dolore interessa la zona pelvica e viene associata a dolore pelvico cronico, endometriosi o malattia infiammatoria pelvica.
Un altro fattore che può aiutare i medici a scoprire la causa scatenante della dispareunia è la manifestazione del dolore: se si verifica in seguito al primo rapporto sessuale (manifestazione primaria) spesso nasconde una causa di tipo psicosociale; se invece compare secondariamente, dopo che la paziente ha avuto funzioni sessuali normali, è più probabile che la causa sia da ricondursi a problemi fisici.
È quindi importante che i medici facciano domande alle pazienti per tentare di scoprire le cause della dispareunia e che al tempo stesso si accertino che il disturbo non nasconda altre patologie con adeguati esami fisici.
Fonte: Obstetrics, Gynaecology and Reproductive Medicine 2009;19:215-20
Moderata attività fisica in gravidanza non aumenta rischio di parto cesareo
Fare una leggera attività fisica per migliorare resistenza e tonicità durante il secondo e terzo trimestre di gravidanza non altera in alcun modo la dilatazione media, l'espulsione e il momento della nascita né aumenta il rischio di ricorrere a un parto cesareo.
Lo affermano i ricercatori della Universidad Politécnica de Madrid, in Spagna, dopo aver osservato che nelle donne incinte i benefici apportati da un costante esercizio fisico non sono accompagnati da ripercussioni negative al momento del parto.
Lo studio grazie al quale gli esperti sono giunti a questa conclusione prevedeva che un gruppo di donne sedentarie partecipasse durante la gravidanza a 3 sedute settimanali di attività fisica da 35 minuti ciascuna per 26 settimane consecutive, mentre un altro gruppo di donne mantenesse la propria vita sedentaria.
La percentuale di parti naturali, strumentali e cesarei nel gruppo di donne sedentarie è stata rispettivamente del 71.4%, 12.9% e 15.7%, mentre nel gruppo di donne sottoposte all'allenamento costante è stata rispettivamente del 70.8%, 13.9% e 15.3%. Anche la quantità di nascite pretermine è stata simile nei due gruppi: due fra le donne allenate e tre fra le donne sedentarie.
Lo studio conferma quindi che non esistono controindicazioni a una costante attività fisica durante la gravidanza, a patto che sia non troppo faticosa e che sia effettuata dietro approvazione del medico.
Fonte: American Journal of Obstetrics and Gynecology 2009; Advance online publication
Bebè a rischio asma se la mamma in gravidanza respira fumo passivo
E' risaputo ormai da tempo che fumare durante la gravidanza mette in pericolo lo sviluppo polmonare del feto, quello che ancora non si conosce con esattezza sono le conseguenze sulla salute del nascituro a causa del fumo che la madre potrebbe respirare passivamente durante la gestazione.
Una ricerca condotta da studiosi dell'Università di Atene, in Grecia, ha messo in evidenza il fatto che le donne in dolce attesa, se esposte a fumo passivo durante il terzo mese di gravidanza, avevano una probabilità molto maggiore di dare alla luce un bambino con problemi di asma e sintomi allergici correlati.
In particolare i ricercatori hanno analizzato i dati relativi a 2374 bambini tra 1 e 6 anni di età provenienti da diverse parti della Grecia, e hanno così scoperto che i figli di donne non fumatrici costantemente esposte a fumo passivo durante il terzo mese di gravidanza erano 1.46 volte più a rischio di una diagnosi medica di asma, 1.45 volte più esposti a eruzioni cutanee pruriginose e 1.42 volte più soggetti ad avere difficoltà respiratorie rispetto a bambini nati da donne non fumatrici e non esposte a fumo passivo.
Gli esperti greci hanno perciò concluso che non è sufficiente convincere le donne a smettere di fumare durante la gravidanza, ma è altrettanto importante tutelare tutte le donne incinte dal fumo passivo, a cominciare dai luoghi pubblici in cui dovrebbe essere vietato fumare.
Fonte: Pediatric Allergy and Immunology 2009; 20: 423-9

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