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Le donne anziane possono ancora essere soddisfatte dal sesso

Una ricerca statunitense dimostra che nelle donne anziane cala il desiderio sessuale, ma, se capita, riescono a goderne fino all’orgasmo: la metà delle ottantenni intervistate sono infatti risultate in grado di eccitarsi e arrivare all’orgasmo.
La soddisfazione non deriva però tutte le volte da un atto sessuale vero e proprio, come spiega Susan Trompeter, clinico dell’Ucsd (University of California, San Diego) School of Medicine: «Per le persone coinvolte nello studio, l’attività sessuale, intesa in senso stretto, non era sempre indispensabile per ottenere soddisfazione; le persone non sessualmente attive si sentivano gratificate dalla vicinanza fisica con il partner o dalle carezze o da altre situazioni di intimità che avevano sperimentato nel corso di lunghe relazioni».
La ricerca è stata coordinata dalla responsabile della Divisione di Epidemiologia del Dipartimento per la Famiglia dell’University of California, Elizabeth Barrett-Connor, che osserva: «In contrasto con il modello tradizionale, secondo il quale il desiderio precede il sesso, i nostri risultati suggeriscono che le donne sono disponibili all’attività sessuale per molte ragioni, compresa l’autoaffermazione o il desiderio di mantenere una relazione».
Il Rancho Bernardo Study dal 1972 tiene sotto osservazione la salute della popolazione della zona di San Diego, in California; osservando le abitudini di un gruppo di oltre 800 donne di oltre 40 anni, di cui il 63% in menopausa e un’età media di 67 anni, i ricercatori americani hanno scoperto che per queste donne il sesso rimane soddisfacente, nonostante il calo del desiderio denunciato dal 60% di loro.
Delle donne che avevano un partner, oltre la metà avevano avuto rapporti sessuali nel mese precedente e il 67% di queste erano arrivate all’orgasmo sempre o quasi sempre.
La ricerca è stata pubblicata dal Jama, Journal of American Medical Association.


Fonte: corriere.it, 3 gennaio 2012

Le donne soffrono di più, per questo si lamentano di più

Una ricerca spagnola condotta su quasi 30mila volontari ha spiegato la maggiore propensione delle donne a lamentarsi della propria salute con la loro maggiore vulnerabilità alle malattie croniche; le donne infatti, in tutto il corso della vita e soprattutto con l’avanzare dell’età, sono maggiormente soggette, rispetto agli uomini, a patologie che procurano dolori.
Allo scopo di valutare la percezione della popolazione maschile e femminile del proprio stato di salute, l’Agència de Salut Pública di Barcellona ha incrociato i dati sul Rapporto nazionale sulla salute del 2006 con le interviste effettuate ai volontari, la cui età era per la metà fra i 16 e i 24 anni e per l’altra metà molto più alta; veniva chiesta una valutazione del proprio stato di salute, attribuendo un giudizio che poteva andare da ‘molto scarso’ a ‘molto buono’.
Hanno valutato il proprio stato ‘molto scarso’ il 38,8% delle donne contro il 27% degli uomini; l’abitudine al dolore cronico è stata dichiarata dal 25,7% delle donne contro il 19,3% degli uomini.
Questa maggiore cagionevolezza potrebbe essere attribuita ai farmaci che sono studiati non in base alle differenze di genere ma per gli uomini; un’altra ragione starebbe nella maggiore durata della vita delle donne con i conseguenti disturbi legati all’età, anche se negli ultimi anni in molti paesi del mondo l’avanzare dell’età delle donne si sta fermando, mentre sale quella degli uomini (forse anche grazie all’assenza di guerre).
La sociologa Ellen Annandale, dell’University of Leicester, in Gran Bretagna, ritiene che le ragioni della maggiore propensione a lamentarsi delle donne siano dovute alla cronicità dei disturbi più frequenti fra le donne: artrite, dolori cervicali, mal di schiena, mal di testa, disordini mentali; anche la peggiore qualità della vita contribuisce ad aggravare il quadro.


Fonte: corriere.it, 2 gennaio 2012

Danni all’udito: i più gravi dai lettori Mp3

L’Università del Michigan e quella della California hanno condotto un’indagine che rivela che la musica ascoltata con i lettori Mp3 provoca più danni all’udito dell’inquinamento acustico provocato da rumori forti come quelli del traffico stradale o quelli delle fabbriche.
Secondo una precedente ricerca dell’Università di Yale, i danni provocati all’udito dall’iPod sono pari a quelli provocati da un aereo al momento del decollo. Per arrivare a questa conclusione, i ricercatori statunitensi hanno intervistato 4.500 abitanti di New York che normalmente usano i mezzi pubblici, e ne hanno testato la capacità uditiva; dalle risposte date dai cittadini è emerso che il livello di fastidio per i rumori del traffico era considerato alto per il 10% di loro ma per il 90% il livello di fastidio provocato dall’ascolto della musica con i lettori Mp3 è risultato altissimo.
Rick Neitzel, dell’University of Michigan School of Public Health, autore della ricerca, ha spiegato al Telegraph: «È sorprendente che due persone su tre siano maggiormente esposte al rumore causato dall’ascolto della musica tramite apparecchi portatili, perché finora si era pensato che il posto di lavoro fosse la causa principale di pericolo. Ma le implicazioni delle nostre conclusioni sono altrettanto incredibili, perché confermano quanto serio sia diventato il problema: infatti, se questa situazione di rischio fosse causata da altri fattori non sarebbe mai tollerata, mentre lo facciamo con il rumore, anche se numerosi studi hanno dimostrato come questo problema sia fonte di svariati disturbi fisici, come stress, perdita di sonno e malattie cardiache».
La Commissione Europea già dal 2006 ha imposto nuove regole per la produzione di dispositivi audio, in seguito all’allarme lanciato dai medici americani sull’aumento impressionante dei casi di calo dell’udito che si sta verificando soprattutto fra i giovani e giovanissimi.


Fonte: corriere.it, 23 dicembre 2011

Dislessia: troppe le diagnosi

Nelle scuole materne ed elementari di Roma, è stata condotta un’indagine, da cui è emerso che venivano ritenuti a rischio di Dsa (Disturbi Specifici dell’Apprendimento, uno dei quali è la dislessia) circa il 23% dei bambini, quelli cioè che presentavano significative difficoltà nel leggere, scrivere e nel ragionamento matematico; facendo però ulteriori approfondimenti ed escludendo i bambini che presentavano difficoltà minori, o secondarie, la percentuale scendeva ad appena il 4% circa.
Su un totale di 1.175 bambini oggetto dell’indagine, solo 41 sono stati ritenuti a rischio di Dsa e avviati a una terapia specifica. Federico Bianchi di Castelbianco, direttore dell’Istituto Italiano di Ortofonologia, spiega: «Troppi bambini in Italia sono considerati dislessici, ma in realtà hanno solo disturbi comuni: un bambino su cinque presenta disturbi dell’apprendimento ma questo non vuol dire che sia dislessico, eppure viene ritenuto tale e inserito in un percorso specifico che rischia di procurargli danni notevoli, avendo in realtà solo disturbi comuni.
Segnalare come dislessici bambini che in realtà non lo sono, comporta due gravi rischi, perché sono dirottati su percorsi alternativi come portatori di una disabilità che non hanno, con oneri economici non sostenibili o totalmente inutili, mentre il loro problema non solo non verrà affrontato, ma lascerà un vuoto di conoscenze che si ripercuoterà pesantemente sul loro percorso di studi».
L’indagine è stata condotta dall’associazione di scuole ‘Una Rete per la qualità’, nell’ambito del progetto ‘Ora sì’.


Fonte: corriere.it, 16 dicembre 2011

Una molecola contro l’invecchiamento cerebrale

La rivista scientifica Proceedings of the National Academy of Sciences Usa (Pnas) ha pubblicato la ricerca di un gruppo di ricercatori italiani dell’Università Cattolica di Roma, che hanno scoperto una molecola, chiamata Creb1, che si attiva in seguito a diete a basso contenuto calorico e che contribuisce al buon funzionamento del cervello.
Perché si attivi la capacità della molecola di proteggere i neuroni bisogna diminuire del 30% le calorie che si assumono ogni giorno. La ricerca è stata condotta dal gruppo di Giovambattista Pani, dell’Istituto di Patologia Generale della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’università romana, in collaborazione con il gruppo di studio di Claudio Grassi dell’Istituto di Fisiologia Umana.
La funzione regolatrice di Creb1 viene spiegata da Grassi: «I neuroni comunicano fra loro mediante giunzioni specializzate, le sinapsi, la cui funzione è essenziale non solo per la trasmissione delle informazioni nelle reti neurali, ma anche per il loro immagazzinamento, cioè la formazione dei ricordi. La corretta funzione delle sinapsi è quindi determinante per l’apprendimento e la memoria, mentre le alterazioni delle sinapsi sono alla base del declino cognitivo che si osserva nella malattia di Alzheimer e in altre forme di demenza.
La restrizione calorica, come abbiamo visto e dimostrato, potenzia le capacità delle sinapsi di memorizzare le informazioni, e tale azione benefica è mediata proprio da Creb1».
Che la ‘restrizione calorica’ mantenesse attivo e giovane il cervello era già stato ipotizzato da vari studi pubblicati su Science e su Nature, osservando che l’obesità provoca l’invecchiamento precoce delle funzioni del cervello. Osserva Pani: «L’obiettivo, ora, è di trovare il modo di attivare Creb1, per esempio attraverso nuovi farmaci, anche senza doverci sottoporre a una dieta ferrea.
La restrizione calorica è stata per noi più che altro un espediente sperimentale per scoprire e accendere un circuito protettivo del cervello che coinvolge Creb1 e altri geni responsabili della longevità, le sirtuine (Sirt)».


Fonte: corriere.it, 20 dicembre 2011

Con il vaccino anti-Hpv due terzi in meno di casi: un appello da Pavia

Il direttore della Struttura complessa di Ostetricia e Ginecologia del Policlinico San Matteo di Pavia, Arsenio Spinillo, raccomanda alle famiglie di accogliere l’invito dell’Asl a far vaccinare le ragazze che abbiano compiuto i 12 anni contro il papilloma virus, per prevenire il cancro all’utero: «Il valore della vaccinazione contro l’Hpv è indiscusso, sia dal punto di vista scientifico che di esperienza concreta. Si tratta certamente di una scoperta epocale, a maggior ragione se si pensa che a essere vaccinate sono ragazzine, prima dell’esordio dell’attività sessuale, proprio per proteggerle da adulte da un tumore che colpisce l’area riproduttiva. Meno della metà dei casi di neoplasia invasiva viene diagnosticata precocemente, più spesso il tumore del collo dell’utero viene scoperto quando ormai è già troppo tardi.
È la prima volta che oltre al Pap test abbiamo a disposizione un vaccino in grado di prevenire il cancro, e questa opportunità andrebbe sfruttata al meglio; per questo, forse mai come stavolta, è fondamentale una comunicazione capillare e corretta, che prima di tutto deve essere condivisa con i medici di famiglia e i pediatri, che rappresentano il primo interlocutore, e il cui rapporto privilegiato con le famiglie è in grado di fare la differenza. Secondo uno studio italiano se almeno il 70% delle giovani fra i 12 e i 25 anni facesse il vaccino, i casi si ridurrebbero di due terzi».
Le Aziende Sanitarie della Lombardia stanno inviando la lettera con l’invito a vaccinarsi a oltre 42.500 ragazze di 12 anni; il vaccino è gratuito fino ai 15 anni, ma quelle fra i 16 e i 25 potranno richiederlo a prezzo scontato. Attualmente la copertura della vaccinazione è del 50-60% ma l’obiettivo della nuova campagna vaccinale è di aumentarla.


Fonte: Pharmakronos, 7 dicembre 2011

Cancro alla pelle: gli uomini più esposti mancanza di antiossidanti

Secondo una ricerca condotta dal Comprehensive Cancer Center dell’Ohio State University di Columbus, gli uomini sarebbero più predisposti al carcinoma a cellule squamose, un tumore della pelle fra i più frequenti, a causa dei bassi livelli di un antiossidante, la catalasi.
La catalasi è un enzima antiossidante, che catalizza la scissione dell’acqua ossigenata in acqua e ossigeno molecolare all’interno delle cellule ed è presente in tutti gli organismi viventi; i ricercatori statunitensi hanno scoperto che i topi maschi che si ammalano di questo tipo di cancro hanno livelli più bassi di questo enzima rispetto alle femmine, e inoltre accumulano il 55% in più di un tipo di globuli bianchi che sono coinvolti nel processo infiammatorio; l’accumulo di questi globuli può essere ridotto somministrando catalasi per via epidermica.
Uno degli autori della ricerca, l’oncologo Gregory Lesinski, osserva: «È probabile che gli uomini siano più sensibili allo stress ossidativo nella pelle e quindi siano più esposti al rischio di questo tipo di cancro».
Lo studio è stato pubblicato sul Journal of Investigative Epidemiology. 


Fonte: Sanità News, 6 dicembre 2011

Sterilità maschile: un nuovo integratore alimentare per combatterla

La Società Italiana di Andrologia Medica e di Medicina della Sessualità (Siams) ha organizzato a Lecce un convegno nel corso del quale è stato annunciato un nuovo integratore alimentare messo a punto per combattere la sterilità maschile;  l’integratore contiene Acido D-Aspartico, Coenzima Q10 e Zinco. Il seme maschile può essere danneggiato a livello cellulare dalla presenza di radicali liberi che non siano equilibrati dalle naturali difese antiossidanti; lo stress ossidativo provoca una riduzione della qualità del liquido seminale, ed è quindi causa di subfertilità in una percentuale che va dal 30% all’80% del casi. Il 30% circa dell’infertilità delle coppie è provocata dall’infertilità maschile e in un ulteriore 15-25% dei casi è una delle concause.
L’Acido D-Aspartico è presente nei tessuti neuroendocrini dell’uomo e stimola fra l’altro, la produzione di testosterone; è contenuto nelle proteine della carne bovina e suina e del pesce, e in alimenti come legumi e latticini. Il Coenzima Q10 è coinvolto nella produzione di energia degli organismi e ha effetti antiossidanti; è presente nella carne, nel pesce e nella frutta secca.
Lo Zinco è indispensabile per il funzionamento di molti ormoni ed è contenuto nelle ostriche, nei cereali, nella carne rossa, nel cioccolato fondente. Gli ultimi due elementi, Coenzima Q10 e Zinco, hanno la funzione di proteggere dai danni dei radicali liberi i costituenti cellulari, particolarmente quelli del Dna.
Il nuovo integratore è stato creato per supplire alle carenze di questi elementi.


Fonte: Sanità News, 1 dicembre 2011

Farmaci acquistati online: sostanze pericolose e imbrogli

Un allarme è stato lanciato da Altroconsumo, riguarda l’acquisto online di farmaci: non è sicuro né economicamente conveniente, a quanto risulta dall’inchiesta che l’associazione per l’informazione e la tutela dei consumatori ha affidato al Q-tech Research and Study Centre dell’Università degli Studi di Brescia.
Il 96% dei siti internet specializzati vendono infatti farmaci contraffatti, che contengono dosaggi sbagliati ed elementi potenzialmente tossici. L’indagine è stata realizzata cercando su internet farmaci che contenessero fluoxetina, il principio attivo di un antidepressivo che può essere venduto solo su presentazione della ricetta del medico: il Prozac.
Riguardo alle ricette mediche, sulla rete si registrano diversi atteggiamenti: i siti in versione inglese richiedono la ricetta, ma gli stessi siti, se hanno anche la versione italiana, in questa versione non la richiedono; su un altro sito la ricetta viene richiesta ma per farsi inviare il farmaco è sufficiente impegnarsi a inviarla e poi non farlo.
Quanto all’aspetto economico e alla qualità, la situazione è ancora peggiore: dei 98 siti che promettevano la vendita di farmaci contenenti fluoxetina, 34 erano doppioni o dopo pochi giorni non erano più attivi; i restanti 64 avrebbero consentito l’acquisto senza la prescrizione ma solo con 19 di loro l’acquisto è stato concluso. Ben sei, cioè il 31% dei 19 prodotti pagati, non sono mai stati consegnati, con la conseguente perdita del denaro, perché non è previsto il rimborso.
Il costo dei 13 prodotti arrivati a destinazione è risultato più alto rispetto a quello delle farmacie: mediamente 1,70 euro, cifra che comprende le spese di spedizione, contro 30 centesimi.
La qualità dei prodotti è scadente.
Analizzati in atmosfera sterile per evitare possibili contaminazioni, in otto casi sono state trovate tracce di solventi potenzialmente cancerogeni come stirene o cloroformio, in sette sono stati trovati metalli pesanti e impurezze che la farmacopea esclude, in due la quantità di principio attivo era inferiore del 10% a quanto riportato sulla confezione.
Nello stesso ambiente sterile la stessa équipe di ricercatori ha esaminato il farmaco generico in vendita regolarmente nelle farmacie, trovandolo perfettamente in regola.
Persino i foglietti illustrativi mancavano o, in un caso, era scritto in turco, e l’attesa per ricevere il farmaco è arrivata in un caso a 83 giorni. Secondo Altroconsumo, “Comprare online senza ricetta è un espediente che costa caro alla salute e al portafogli”. Inoltre, ormai sono in vendita online non più solo anabolizzanti o anoressizzanti o viagra, ora ci sono anche farmaci salvavita per il cuore e contro il cancro.
L’Unione Europea aveva già condotto un’indagine sui medicinali contraffatti: Fake medicines: a global issue (Medicine false: un problema globale), da cui è emerso che in rete nel 94% dei casi il farmacista non è verificabile, che il 90% di questi siti vende medicinali senza la necessaria prescrizione, e che il 62% dei farmaci venduti in rete è falso.


Fonte: repubblica.it, 24 novembre 2011

Il rischio di fratture da fragilità ossea predetto da un test online

La SIR, Società Italiana di Reumatologia, e la Siommms, Società Italiana dell’Osteoporosi, del Metabolismo Minerale e delle Malattie dello Scheletro, hanno elaborato un test di autodiagnosi per scoprire il proprio rischio di fratture ossee; rispondendo a semplici domande, le donne, che dopo i 50 anni sono più soggette al rischio di fratture da fragilità ossea provocata dall’osteoporosi, potranno conoscere il loro livello di rischio di incorrere in una frattura nei successivi 10 anni e potranno conoscere alcune regole di prevenzione.
Silvano Adami che ha curato l’ideazione del test, è Ordinario di Reumatologia presso l’Università degli Studi di Verona e spiega: «Lo strumento si basa su un algoritmo che consente di documentare in maniera oggettiva la gravità e il potenziale impatto dell’osteoporosi nella singola utente, stimando il rischio che entro dieci anni ha di fratturarsi il femore o incorrere in qualsiasi frattura clinica.
Certamente, aver effettuato una Moc (Mineralometria Ossea Computerizzata), che è uno degli esami di routine per porre una diagnosi di osteoporosi, consente di definire questo rischio ancora più precisamente, ma è molto importante anche la valutazione di abitudini personali, prima di tutto la propensione al fumo.
Anche la considerazione dello stato fisico generale della donna, cioè se è molto magra, se è andata in menopausa precoce, se c’è una storia familiare di fratture o se ha patologie correlabili all’osteoporosi, quali quelle reumatiche, sono variabili importanti che condizionano il risultato finale. Mettendo a disposizione dell’intera popolazione femminile over 50 anni questo test, vogliamo contribuire a migliorare la gestione dell’osteoporosi severa, aumentando la percezione del rischio sia da parte delle pazienti che degli altri operatori sanitari, soprattutto per arrivare a una più tempestiva, e certa, diagnosi del problema».
L’indrizzo del sito è: www.stopallefratture.it


Fonte: Sanità News, 24 novembre 2011

In farmacia consulenze psicologiche

Nelle farmacie di molte città, come Milano, Varese, Trieste, Perugia, si stanno riservando spazi appositi per consulenze psicologiche gratuite ai cittadini che sentono di avere problemi.
Lo Psicologo in Farmacia è l’iniziativa che mette a disposizione dei cittadini di Roma e Viterbo, e delle relative Provincie, giovani medici specializzati, volontari, per un numero massimo di tre colloqui individuali di 45 minuti, completamente gratuiti, in uno spazio riservato all’interno delle farmacie che aderiscono all’iniziativa.
La coordinatrice del progetto, Roberta Fuga, precisa: «Se verifichiamo che esiste la necessità di una terapia, indirizziamo la persona alle strutture del territorio». (www.lospicologoinfarmacia.com ).


Fonte: La Repubblica Salute, 22 novembre 2011

Per le donne, farmaci studiati per donne, non per uomini

Si è recentemente svolto a Bruxelles, nella sede del Parlamento europeo, il primo Summit europeo di genere; la scelta della sede dimostra l’evidenza che si vuole dare allo studio delle differenze legate al genere di appartenenza, avviato ormai più di vent’anni fa: fisiologia, diagnosi, farmaci e terapie sviluppati in modo diverso per maschi e femmine.
Finora le donne negli studi clinici sono state considerate una ‘mera variabile’ degli uomini, sostiene Falvia Franconi, docente di Farmacia all’Università di Sassari e fondatrice del primo Dottorato di Farmacologia di Genere in Europa; un ‘Manifesto per un’azione integrata sulla dimensione di genere nella scienza’, con le linee guida da adottare in Europa è la sua proposta a Bruxelles; spiega Franconi: «I dosaggi dei farmaci vengono stabiliti e prescritti secondo un modello di maschio caucasico, dunque bianco, di 70 chili. Ma ci sono molti pregiudizi anche a danno del maschio: per esempio, l’osteoporosi è studiata solo sulle donne in quanto ne soffrono in quattro milioni, ma gli uomini con osteoporosi sono ben 800mila e gli studi su di loro sono nulli. Così per il tumore alla mammella, che colpisce gli uomini, anche se pochi.
Quella che si vuole perseguire è una medicina equa e basata sull’evidenza, sui maschi, sulle femmine ed evidenza anche sui bambini, divisi per genere. Una volta che si adottano gli occhiali di genere, si vedono pregiudizi da tutte le parti: le cinture per le auto sono calcolate sugli uomini, così i gradini per salire sui treni; e se le donne soffrono di più dell’altro sesso di dolori osteoarticolari, non è legittimo chiedersi se, almeno in parte, questo non dipenda dal fatto che tutti gli strumenti di lavoro sono disegnati per gli uomini?».
La statunitense Food and Drug Administration lamenta che sia ancora troppo scarsa la sperimentazione dei farmaci sulle donne, per quanto sia in crescita negli ultimi anni. Salvo, naturalmente, quella sui farmaci per la riproduzione, cosa che ha spinto alcuni a coniare il termine di ‘medicina del bikini’ per indicare come unica medicina riconosciuta specifica per le donne quella che riguarda seno e apparato genitale.
Umberto Veronesi è favorevole a questi studi e, sulla personalizzazione di diagnosi e cure, osserva: «Siamo ormai in era post-genomica e all’orizzonte si profila una terapia disegnata su misura del profilo genetico del singolo. Nei grandi trials, cioè nei grandi studi clinici che ho condiviso o diretto, una delle sfide scientifiche è stata proprio quella di adeguare il dosaggio dei farmaci, quasi sempre concepito ‘al maschile’, non solo diminuendolo, il che è tutto sommato semplice, ma operando una sorta di concertazione tra le caratteristiche del farmaco e le caratteristiche specifiche di un tumore che si instaura in un organismo di donna e che risponde a dinamiche (ormonali, ma non solo) che sono proprie del sesso femminile».
In Italia, il Comitato Nazionale di Bioetica raccomanda per i farmaci ´´di attuare la sperimentazione distinta per sesso, anche se poco redditizia´´.


Fonte: fondazioneveronesi.it

Sarà in vendita la ‘pillola dei 5 giorni dopo’ ma dopo il test di gravidanza

EllaOne (acetato di ulipristal) è un contraccettivo di emergenza che si può assumere fino a 120 ore dopo un rapporto sessuale a rischio, e solo dopo aver escluso che sia già in corso la gravidanza. Dopo anni di attesa, a breve sarà dunque in vendita la cosiddetta ‘pillola dei cinque giorni dopo’.
L’associazione Scienza & Vita è critica sull’approvazione del farmaco, come sottolinea il suo presidente, Lucio Romano: «Con il definitivo via libera alla pillola dei cinque giorni dopo, assistiamo all’ultimo atto di una progressiva banalizzazione dell’aborto».
Nei 21 paesi europei dove ellaOne è in commercio da anni, a un prezzo inferiore a quello che sarà praticato in Italia (circa 35 euro, contro i 24 della Francia), non è necessario fare il test di gravidanza; osserva Gianni Fattorini, dell’Associazione Ginecologi Territoriali (Agite): «Si tratta di un modo per scoraggiare le donne: le persone che vengono nei nostri ambulatori sono in uno stato emotivo particolare, hanno fretta e non hanno voglia di fare esami».
Anche la Hra Pharma, che produce ellaOne, ritiene poco chiara la necessità dell’esame di sangue prima di assumere la pillola, che allungherà i tempi prima dell’assunzione perché andrà eseguito in laboratorio, e per questo probabilmente farà ricorso al tribunale; spiega il responsabile di Hra Pharma Italia, Alberto Aiuto: «Nel testo si prevede un accertamento con ´´dosaggio delle Beta Hcg„ ma in quel modo funzionano anche i test sull’urina che si acquistano in farmacia; abbiamo chiesto a medici legali e ginecologi e ci hanno detto che per come è scritto il parere potrebbe andare bene anche questo».
Anche Fattorini si esprime contro la necessità del test: «Per le associazioni scientifiche dei ginecologi è una proposta irrazionale: per quanto riguarda il sangue, se questa contraccezione è di emergenza, non ha senso aspettare l’esito degli esami. E poi non ci sono prove che il farmaco faccia male se si prende a fecondazione avvenuta».


Fonte: repubblica.it , 11 novembre 2011

Danni dell’alcol: tre volte più veloci per le donne

Un team di studiosi dell’Università di Göteborg ha verificato che i danni che l’alcol provoca al sistema nervoso delle donne sono tre volte più rapidi che negli uomini. Nel corso dello studio, sono stati osservati due gruppi di persone: un gruppo di donne che ha bevuto 12 bottiglie di vino alla settimana per quattro anni e un gruppo di uomini che ha bevuto la stessa quantità di alcol ma nel corso di 12 anni. Il risultato è stato che il livello di serotonina (chiamato anche ‘ormone del buonumore’, è un neurotrasmettitore coinvolto nella regolazione dell’umore, nel controllo degli impulsi e in molti processi fisiologici) in quattro anni si era ridotto alla metà, nel cervello delle donne, mentre negli uomini lo stesso calo si è riscontrato dopo un tempo triplo: 12 anni. Lo studio svedese è stato coordinato da Kristina Berglund che osserva: «Abbiamo scoperto che il danno alle funzioni della serotonina era esattamente uguale tra uomini e donne; verificare che le funzioni della serotonina erano compromesse in individui con dipendenza dall’alcol non ci ha sorpreso. Ci ha stupiti invece constatare quanto le donne siano più vulnerabili degli uomini». La ricerca è stata condotta dal dipartimento di Psicologia dell’Università svedese con la collaborazione di due ricercatori della Facoltà di Scienza della Salute.


Fonte: Sanità News, 9 novembre 2011

Le ossa hanno anche funzioni biologiche: producono ormoni

Lo scheletro, secondo una recente scoperta, funziona come una ghiandola endocrina, che produce ormoni e interagisce con gli altri sistemi dell’organismo, come spiega l’endocrinologo della Sapienza, Università di Roma, Andrea Lenzi: «L’osso comunica con un meccanismo di feedback e assistiamo a molte correlazioni, una volta impensabili, fra lo scheletro e altri organi del corpo.
Si sapeva che gli osteoblasti, cellule che compongono le ossa, attraverso dei ricettori specifici ricevevano da parte di alcuni ormoni degli input a produrre l’osso stesso. Adesso, invece, sappiamo che avviene anche il contrario e che gli osteoblasti si comportano anche come cellule endocrine, producendo ormoni e inviando messaggi al pancreas, ai testicoli, all’ovaio e alle cellule adipose, oltre che rimandando segnali allo stesso osso per la sua neoformazione.
Lo scheletro non è quindi solo un apparato di sostegno che riceve ordini dal corpo, ma contribuisce attivamente al metabolismo energetico del corpo, producendo esso stesso ormoni importantissimi». Roberto Civitelli, che lavora alla divisione Patologie ossee e minerali della Washington University School of Medicine di St. Louis nel Missouri, osserva: «L’osso regola la produzione di insulina.
L’osteocalcina in particolare, prodotta dagli osteoblasti presenti nella matrice ossea, aumenta la sensibilità, la secrezione e il consumo di insulina e, contemporaneamente, l’insulina stimola l’attività degli osteoblasti. Si innesca in loop di numerose interazioni positive fra gli osteoblasti e l’osteocalcina dell’osso con le cellule beta del pancreas, oltre che con la leptina prodotta dal tessuto adiposo. L’osso è coinvolto nella riduzione del peso corporeo e nella massa grassa, così come nella regolazione della produzione del FGF23 (Fibroblast Growth Factor 23) in grado di ridurre il riassorbimento del fosfato nelle cellule dei tubuli prossimali del rene. La produzione anormale del gene FGF23 causa una forma di rachitismo. Gli osteoblasti, dunque, sono delle autentiche cellule endocrine».
L’importanza delle ossa in termini endocrini è stata recentemente provata dal fatto che attraverso l’esame della circonferenza del polso di un bambino è possibile stabilire se è a rischio di insulino-resistenza. Sia l’osteocalcina che l’insulina sono coinvolte nella concentrazione di glucosio nel sangue e l’osteocalcina sembrerebbe favorire la produzione di insulina ma è influenzata negativamente dal tessuto adiposo addominale, infatti tanto più il grasso è abbondante, tanto minori sono la quantità di osteocalcina e la densità minerale ossea.
Conclude Lenzi: «Ipotizziamo quindi che se l’osso è fragile può alterarsi il metabolismo e aumentare il rischio diabetico e cardiovascolare». Conseguenza di queste scoperte saranno nuove terapie farmacologiche che stimoleranno la secrezione pancreatica e ridurranno l’insulino-resistenza grazie all’uso di osteocalcina.
Patricia Ducy, del Columbia University Medical Center di New York, spiega il rapporto fra osteocalcina e ormoni sessuali: «Si sa che gli ormoni steroidei hanno un profondo effetto sul rimodellamento osseo ma, secondo il meccanismo di feedback appena scoperto, ora si sa anche che lo stesso osso influenza la produzione di steroidi da parte del testicolo e delle ovaie, quindi la fertilità negli uomini e nelle donne. Le analisi genetiche confermano che è l’osteocalcina prodotta dagli osteoblasti dell’osso ad agire come un ormone. Noi abbiamo dimostrato che l’osteocalcina interviene nell’espressione di alcuni geni necessari per la sintesi del testosterone e che, inoltre, previene l’apoptosi (autodistruzione) delle cellule germinali, cioè la morte degli spermatozoi, e favorisce la sterilità. Lo scheletro è quindi un importante regolatore endocrino nella produzione di steroidi sessuali e nella sterilità».
Anche gli osteoclasti, altre cellule che compongono le ossa, hanno capacità ormonali, come spiega Simone Cenci, ricercatore sulle malattie dell’invecchiamento del San Raffaele di Milano: «La biologia degli osteoclasti è ancora oggi in parte sconosciuta; abbiamo osservato che anch’essi possiedono una sorprendente capacità secretoria. Inoltre, liberando calcio, gli osteoclasti regolano anche l’attività della ghiandole paratiroidi; il calcio è a tutti gli effetti, un ormone attivato dagli osteoclasti e, fra le altre funzioni, serve alle cellule staminali del sangue per localizzarsi nell’osso e creare nuove cellule. È lecito ora attendersi importanti novità in questo campo».
Questi e altri lavori scientifici sono stati presentati nel corso di un convegno che si è tenuto recentemente a Roma.


Fonte: corriere.it, 7 novembre 2011

Italiani: le 12 dimensioni del loro benessere

L’Istat ha posto a un campione di 45mila cittadini italiani una serie di domande sull’importanza che attribuiscono alle 15 condizioni che corrispondono ad altrettante dimensioni del benessere, assegnando punteggi da zero a dieci; per i cittadini la scelta è stata difficile, infatti i giudizi sono stati omogenei fra le persone diverse per età, sesso e luogo di residenza e i punteggi hanno segnato differenze minime. L’essere in buona salute è la condizione che il 79,9% degli Italiani di oltre 14 anni di età ritiene più importante, assegnandole dieci come punteggio; segue la possibilità di dare un futuro ai figli, assicurando loro un benessere pari a quello attuale, con un punteggio medio di 9,3 e il 66,1% di dieci; un lavoro dignitoso ha ottenuto un voto medio di 9,2 e un reddito adeguato il 9,1 (con, rispettivamente, il 59,5% e il 56% di dieci) e 8,9 è stato il voto medio ottenuto dalla preoccupazione per l’ambiente.
Cnel e Istat hanno avviato (come avviene, fra gli altri, in Germania, Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti, Messico) la costituzione di un ‘Gruppo di indirizzo sulla misura del progresso della società italiana’ per sviluppare una definizione condivisa del progresso e del benessere della società italiana e integrare il Pil (indicatore dell’attività economica) con altri indicatori, compresi quelli relativi alle disuguaglianze e alla sostenibilità economica, sociale e ambientale.
Antonio Marzano, presidente del Cnel, ed Enrico Giovannini, presidente dell’Istat, hanno presentato le 12 dimensioni del benessere che sono state suddivise in 12 àmbiti, o domìni, di maggiore rilievo: Ambiente, Salute, Benessere economico, Istruzione e formazione, Lavoro e conciliazione dei tempi di vita, Relazioni sociali, Sicurezza, Benessere soggettivo, Paesaggio e patrimonio culturale, Ricerca e innovazione, Qualità dei servizi, Politica e istituzioni.
Tutti i cittadini sono invitati a esprimere la loro opinione sul sito www.misuredelbenessere.it, creato per raccogliere contributi sulla natura e sull’importanza delle dimensioni del benessere; sul sito è possibile rispondere alle domande di un questionario sulle 12 dimensioni del benessere proposte, e collaborare a un blog per approfondire la problematica delle misure del benessere.


Fonte: istat.it, 4 novembre 2011


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Copyright | Credits Ultimo aggiornamento: 13/01/2012 Tutti i diritti riservati