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Conservare con crionizzazione lo sperma non altera la capacità di fertilizzazione

La conservazione dello sperma tramite crionizzazione consente di mantenerne inalterata la capacità di fertilizzazione per un periodo di 14 anni. Osservando la concentrazione di motilità progressiva degli spermatozoi i ricercatori non hanno in effetti riscontrato alcun effetto a lungo termine.
Questa scoperta è molto importante poiché nel caso di una gravidanza ottenuta con inseminazione intrauterina e seme di un donatore, la concentrazione e la percentuale di motilità progressiva sono considerati i migliori elementi per prevedere l’esito della gestazione.
L’unico effetto riscontrato dopo la crionizzazione dai ricercatori del Institute for the Study of Fertility di Tel Aviv, inIsraele, era legato ala quantità di liquido seminale congelato: se la provetta era riempita solo per metà una volta scongelato lo sperma risultava aver subito dei cambiamenti mentre se la provetta era riempita completamente non si osservava alcuna modifica. Sarà quindi indispensabile effettuare nuove ricerche per capire come mai il liquido contenuto in provette parzialmente riempite subisca conseguenze in seguito al congelamento.

Fonte: Human Reproduction, 1 marzo 2010; Advance online publication

Fecondazione assistita aumenta rischio di dare alla luce bambini nati morti

Concepire un figlio con la tecnica della riproduzione assistita (ART) aumenta di quattro volte il rischio di dare alla luce un bimbo già morto rispetto alle donne che lo concepiscono naturalmente.
Lo sostengono i ricercatori della Aarhus University Hospital in Danimarca dopo aver analizzato i risultati di uno studio che ha coinvolto 20.166 donne in gravidanza tra il 1989 e il 2006. I dati emersi hanno mostrato che il bambino nasceva già morto nel 16.2‰ nelle donne che avevano concepito grazie alla tecnica ART mentre accadeva solo nel 3.7‰ a quelle che avevano concepito naturalmente.
Inoltre il rischio di dare alla luce un bimbo morto era simile in donne fertili, poco fertili e in donne che hanno fatto ricorso a una tecnica di riproduzione assistita non con fertilizzazione in vitro, rispettivamente pari al 2.3, 5.4 e 3.7‰.
I ricercatori stessi hanno suggerito di utilizzare con cautela questi dati, poiché resta ancora da stabilire se il rischio maggiore sia dovuto a cause legate alla coppia che ricorre a tecniche di riproduzione assistita o se sia da imputare piuttosto alla tecnica stessa.

Fonte: Human Reproduction, 1 marzo 2010; Advance online publication

Crioconservare tessuto ovarico può restituire la fertilità dopo una chemioterapia

Il trattamento gonadotossico, una cura utilizzata per combattere il cancro, può rivelarsi estremamente dannoso per le donne rendendole sterili. Tuttavia la possibilità di trapiantare il tessuto ovarico crioconservato si è rivelata una soluzione efficace per restituire la fertilità alle giovani donne che desideravano avere un figlio.
I ricercatori dello University Hospital of Copenhagen, in Danimarca, hanno infatti riportato due gravidanze portate a termine con successo da una donna che aveva subito la cura per il cancro e successivamente il trapianto del tessuto ovarico congelato.
Prima di affrontare la chemioterapia alla donna è stato asportato un terzo del tessuto proveniente dall’ovaio destro e conservato grazie al metodo della crioconservazione. Un anno dopo le sono state reimpiantate sei strisce spesse di tessuto sempre nell’ovaio destro e la donna è stata sottoposta a una leggera stimolazione ovarica. A questo è seguita una gravidanza naturale senza bisogno di ulteriori stimolazioni.
Sebbene siano solo 9 in tutto il mondo i bambini nati da donne che hanno seguito questo iter, questi risultati lasciano ben sperare circa l’utilizzo della crioconservazione come metodo efficace per preservare la possibilità delle donne di essere ancora fertili dopo una chemioterapia.

Fonte: Human Reproduction, 1 marzo 2010; Advance online publication

Anticoncezionali femminili: maggiore utilizzo con il counseling

Attualmente il 15% delle donne tra i 35 e i 44 anni non utilizza alcun metodo contraccettivo. Una tendenza che potrebbe essere modificata nell’80% dei casi semplicemente con il counseling, un’attività volta a sostenere e orientare gli atteggiamenti del paziente.
Un gruppo di ricercatori dell’Università di Seattle ha utilizzato i dati provenienti dal National Survey of Family Growth per identificare i fattori associati al non utilizzo di contraccettivi.
Lo studio aveva coinvolto 563 donne tra i 35 e i 44 anni che non desideravano una gravidanza e ha mostrato che il 14.1 di loro non aveva comunque utilizzato alcuna precauzione nel corso dell’ultimo rapporto sessuale.
Il profilo della donna che più comunemente non utilizza anticoncezionali è di età compresa tra i 40 e i 44 anni, di etnia afro-americana e con un basso reddito. In aggiunta queste donne risultavano avere rapporti sessuali meno frequenti (da 1 a 3 volte nel mese precedente), un numero più elevato di partner nel corso della vita, nessun tipo di esame effettuato a livello pelvico nell’anno precedente e una discontinuità nell’assunzione di contraccettivi a causa dell’insoddisfazione nei confronti del metodo scelto.
Coloro che invece ricevevano sostegno da un counselor per le scelte relative alla contraccezione erano nell’80% dei casi più propense a utilizzare metodi anticoncezionali.

Fonte: Contraception, 22 febbraio 2010; Advance online publication

Emorragia post-parto: usare sacche di raccolta non aiuta a diminuire l’incidenza del problema

Raccogliere in apposite sacche il sangue perso durante un’emorragia post-parto per misurarne oggettivamente la quantità non aiuta a ridurre l’incidenza del fenomeno.
Molti reparti ospedalieri di maternità utilizzano abitualmente le sacche per la raccolta di sangue poiché stabilire quanto sangue ha perso una donna basandosi sulla semplice osservazione aumenterebbe il rischio di sottostimare il problema inducendo a ritardare la diagnosi e l’inizio delle cure.
I ricercatori dell’Università di Bruxelles, in Belgio, hanno quindi messo a confronto le i risultati ottenuti impiegando le due modalità di quantificazione. In 13 Paesi europei 25,381 donne che sono state suddivise in due gruppi: quello di studio, in cui veniva misurata la quantità di sangue con la raccolta in sacche e quello di controllo, in cui si quantificava la perdita attraverso la sola osservazione.
Dalla ricerca è emerso che l’emorragia post-parto grave si è presentata nell’1.71% delle 11,037 donne del gruppo di studio e nel 2.06% delle 14,344 donne appartenenti al gruppo di controllo.
Una differenza non significativa che dimostra come la semplice quantificazione visiva possa essere sufficiente per riconoscere i casi di emorragia grave aiutando però a risparmiare risorse preziose che potrebbero essere sfruttate meglio nella risoluzione di altre problematiche.

Fonte: British Medical Journal, 22 febbraio 2010

Terapia ormonale riduce il rischio di gotta durante la menopausa

Studi recenti suggeriscono che durante il periodo della menopausa la probabilità di sviluppare la gotta aumenti e che la terapia ormonale in post-menopausa possa rivelarsi utile nel ridurre questo rischio.
Utilizzando i dati provenienti dal Nurses’ Health Study i ricercatori della Boston University School of Medicine, USA, hanno esaminato l’associazione tra menopausa, età della menopausa, utilizzo di ormoni in post-menopausa e incidenza della gotta in 92,535 donne.
Al termine del periodo di osservazione, durato 16 anni, i ricercatori hanno registrato 1,703 casi di gotta, sottolineando che l’incidenza della malattia aumentava da o.6 casi su 1000 donne di età inferiore a 45 anni a 2.5 casi su 1000 donne di età pari o superiore a 75 anni. Anche coloro che erano andate in menopausa a 45 anni o prima risultavano maggiormente esposte al rischio gotta rispetto alle donne andate in menopausa tra i 50 e i 54 anni.
Dalla ricerca è emerso inoltre che la terapia ormonale in post-menopausa era in grado di ridurre del 18% rispetto a coloro che non assumevano ormoni.
Questi risultati confermano quindi l’ipotesi che l’ormone della terapia sostitutiva che viene somministrata in post-menopausa possa ridurre l’incidenza della gotta nella popolazione femminile in menopausa.

Fonte: Annals of the Rheumatic Diseases, 22 febbraio 2010; Advance online publication

HPV: dimostrata efficacia del vaccino bivalente anche per donne tra 18 e 25 anni

I risultati di uno studio condotto di recente in Inghilterra mostrano che le donne tra I 18 e I 25 anni di età non affette da Papilloma Virus Umano (HPV) ottengono dal vaccino bivalente gli stessi benefici delle ragazze tra i 15 e i 17 anni.
Allo studio hanno preso parte 18,644 donne tra 15 e 25 anni che sono state destinate, in modo casuale, a ricevere il vaccino bivalente (HPV-16/18) o il vaccino dell’epatite A.
Sono stati raccolti campioni di cervice uterina ogni 6 mesi per la tipizzazione dell’HPV e ogni 12 mesi per esami ginecologici e citopatologici.
Il vaccino contro la neoplasia intraepiteliale da HPV 16/18 della cervice è risultato efficace nel 39.4% dei casi indipendentemente dallo stato sierologico rilevato all’inizio della ricerca. Questi dati supportano l’idea che la vaccinazione bivalente sia da estendere anche alla popolazione femminile di età compresa tra i 15 e i 25 anni, che potrebbe così avere una protezione dall’infezione da HPV ed evitare quindi l’eventuale insorgenza di cancro al collo dell’utero.

Fonte: European Research Organization on Genital Infection and Neoplasia; Monte Carlo, Monaco: 17 – 20 febbraio 2010

Gravidanza: l'agopuntura contro la depressione

Uno studio effettuato negli Stati Uniti ha stabilito che le donne che in gravidanza soffrono di depressione potrebbero risolvere il loro problema con sessioni specifiche e regolari di agopuntura.
150 donne gravide e depresse sono state divise in tre gruppi: uno è stato trattato con massaggi, l'altro con agopuntura tradizionale e il terzo con agopuntura mirata alla depressione. Queste ultime avevano un tasso di risposta al trattamento del 63% mentre quelle trattate genericamente o slatuariamente solo del 37,5% e si sono ridotti i sintomi della malattia depressiva.
Rachel Manber, che ha coordinato lo studio, ha dichiarato che «Per risolvere i problemi della depressione gravidica - sempre più frequente - questo tipo di agopuntura può rappresentare una valida alternativa ai farmaci, se eseguita correttamente. I suoi effetti collaterali quando si presentano, sono lievi e transitori».

Fonte: Obstet Gynecol. 2010 Mar;115(3):511-20, 25 febbraio 2010

Il diritto al parto indolore un miraggio: epidurale in pochi ospedali

Il diritto al parto senza sofferenza, e quindi all'anestesia epidurale che consente di avere un parto naturale senza dolore, è stato inserito nei Lea (Livelli Essenziali di Assistenza) nel 2008. Purtroppo però, questo è un miraggio in troppi ospedali d'Italia, infatti solo il 16% delle strutture pubbliche o convenzionate sono in grado di garantire questo diritto con continuità. Eppure il 90% delle partorienti ne fa richiesta dove questo servizio viene offerto. Nonostante sia un diritto, sono grandi le differenze fra le Regioni: in testa la Lombardia con 5 milioni all'anno stanziati per la promozione dell'analgesia in travaglio, poi il Veneto con 1 milione di euro per la stessa finalità; l'Emilia Romagna ha emesso linee guida perché ogni Provincia sia in grado di offrire un punto nascita che consenta l'analgesia epidurale.
Questo è il quadro emerso dal convegno Il dolore al femminile - Partorire senza dolore - che si è tenuto nei giorni scorsi a Roma. Guido Fanelli, coordinatore della Commissione ministeriale sulla terapia del dolore e cure palliative ha fatto il punto sul fronte legislativo: «Il decreto inserito nei Lea sancisce il diritto alla donna al parto in analgesia epidurale per riallineare l'Italia agli altri Paesi europei in tema di gestione del dolore nel parto e di riallineamento all'interno di corretti standard di ricorso al parto con taglio cesareo». Giorgio Capogna, presidente del Comitato scientifico per l'Anestesia Ostetrica ha dichiarato che «L'Italia è all'avanguardia per le nuove tecniche di analagesia epidurale, che permettono alla donna di ottenere un effetto costante e di personalizzare la somministrazione dell'analgesico a seconda delle proprie esigenze, evitando così anche i brevi momenti di dolore che potevano insorgere con la tecnica epidurale tradizionale, quando la partoriente doveva attendere l'intervento del medico per ricalibrare la dose di analgesico».
Francesca Merzagora è presidente dell'Osservatorio Nazionale sulla Salute della Donna (Onda) che si batte perché il diritto al parto senza dolore diventi una realtà: «Abbiamo sviluppato il progetto Ospedale Donna che prevede la ricerca, attraverso un'attenta valutazione delle strutture ospedaliere a misura di donna e assegna uno, due o tre bollini rosa ai centri di cura che mostrino un particolare interesse alla salute femminile. Il requisito fondamentale per il massimo, tre bollini, è proprio la presenza dell'offerta gratuita del parto in analgesia epidurale. L'elenco di questi ospedali è pubblicato in una nostra guida ».
Una raccolta di firme è stata organizzata dall'Associazione Italiana Parto in Analgesia (Aipa) presieduta da Paola Banovaz «... per far sì che tutti gli enti ospedalieri siano indotti dal ministero della Salute ad accogliere la richiesta delle partorienti» e che «Tutti i centri nascita si dotino di una carta dei servizi rivolta alle gestanti, dove i servizi non siano solo nominati ma anche garantiti».

Fonte: Adnkronos Salute, 25 febbraio 2010

Terapia a base di nevirapina aumenta il rischio di contagiare il bebè con virus HIV-1

Le madri sieropositive che ricevono un trattamento a base di nevirapina hanno un rischio maggiore di trasmettere il virus HIV al figlio durante l’allattamento.
Secondo i ricercatori del Seattle Children’s Research Institute di Washington hanno analizzato i dati relativi a un gruppo di bambini del Mozambico che al momento della nascita risultavano negativi al test dell’HIV e positivi solo un mese dopo.
Dei 24 bambini presi in considerazione, 9 mostravano un’infezione da HIV- 1 resistente alla nevirapina e la presenza del virus è stata riconfermata in 7 bambini su 9 in esami successivi.
Considerando che l’età della madre e dei bebè era la stessa sia nel gruppo con virus resistente che nel gruppo con virus non resistente, i ricercatori hanno concluso che ciò che ha alterato il virus è stata la somministrazione del farmaco e il successivo allattamento al seno che ne ha permesso il passaggio dalla madre al neonato.

Fonte: Pediatricsupersite.com, 19 febbraio 2010

Mangiare e bere durante il travaglio, una scelta delle donne

Da alcuni anni, soprattutto in Gran Bretagna, non si impone più il digiuno alle donne durante il travaglio ma le si lascia libere di bere e mangiare.
Finora venivano posti limiti all’assunzione di bevande, o venivano proibite del tutto, nell’eventualità dei danni polmonari provocati dal rigurgito in caso di anestesia e dalla relativa aspirazione dei succhi gastrici (complicanza chiamata sindrome di Mendelson). Una nota dell’organizzazione scientifica no profit Cochrane Collaboration spiega che il pericolo si limita alle donne che rischiano un’eventuale anestesia, in caso per esempio di parto cesareo, quindi è inutile imporre il digiuno a tutte le partorienti.
Cinque studi, effettuati su oltre 3.000 donne, hanno dimostrato che non si corrono rischi maggiori se si mangia o beve durante il travaglio. La ricercatrice Mandita Singata dell’East London Hospital Complex ha spiegato che non c’è differenza fra mangiare e digiunare e quindi le future mamme possono decidere in merito senza preoccuparsi.
Sono invece necessari studi specifici sui rischi che corrono le donne che devono affrontare l’anestesia al momento del parto per prevenire il rigurgito che avviene molto spesso e le relative complicanze.

Fonte: Cochrane Database of Systematic Reviews 2010, 12 febbraio 2010

Autismo: bambini più a rischio se mamma "anziana"

Studiosi americani hanno scoperto che fra le donne che partoriscono a un’età superiore ai 40 anni è maggiore del 50% la probabilità di far nascere un bambino autistico rispetto a quelle che partoriscono fra i 25 e i 29 anni.
L’autismo è un disturbo che compromette gravemente le capacità di comunicazione ed è caratterizzato da chiusura in se stessi.
La causa sarebbe il progressivo degrado degli ovuli che aumenterebbe con il tempo e che provoca non solo difficoltà di concepire ma anche possibili anomalie sul nascituro; oltre a costituire un fattore di rischio per la salute delle madri.
Uno studio dell’Università della California ha rilevato che su 5 milioni di bambini nati dal 1990 al 1999 oltre 12.000 soffrivano di autismo.
Un’altra teoria epidemiologica mette invece in relazione l’età del padre con il rischio di autismo ma questo studio americano la mette gravemente in discussione.
Gli studi sulle cause di rischio di questa malattia continuano.

Fonte: newnotizie.it, 10 febbraio 2010

HPV: vaccino e diagnosi precoce per combatterlo. In Italia prevenzione lacunosa

Per combattere efficacemente il tumore al collo dell’utero è necessario sfruttare la vaccinazione e i test diagnostici contro il Papilloma virus, che è stato individuato come la causa certa di questo tipo cancro.
È questo l’argomento di cui si è discusso nel corso del convegno sulla prevenzione del tumore alla cervice uterina a Roma, oltre a mettere in evidenza la situazione dell’Italia, che non è risultata propriamente uniforme.
Le regioni del nord hanno in effetti mostrato un 60% di ragazze che hanno ricevuto la vaccinazione, mentre per il sud la percentuale è risultata nettamente più scarsa. Esistono mancanze di informazioni e le regioni hanno troppa autonomia nel decidere le fasce di età a cui fornire il vaccino gratuitamente (in alcune regioni l’età massima era di 12 anni, in altre è stata aumentata fino a 16 anni).
Le cause sono da imputare a un’organizzazione carente che oltre a provocare queste grosse differenze a livello regionale, rende difficile anche comunicare alle pazienti il periodo di richiamo della vaccinazione, ottenendo una copertura non efficace e di conseguenza un inutile spreco di denaro pubblico. Per far fronte a tutte queste problematiche si è attivato l’Osservatorio Nazionale Salute Donna (O.N.Da) che, in collaborazione con il Ministero dell'Istruzione, Università e Ricerca, farà partire un progetto dedicato a tutte le ragazze di circa 18 anni.
L’obiettivo non sarà solo quello di fornire maggiori informazioni sul vaccino per l’HPV ma anche e soprattutto sui metodi, quali pap-test e test DNA-HPV, che si sono rivelati efficaci per ottenere una diagnosi precoce dell’infezione da Papilloma virus.

Fonte: Convegno "Settimana Europea HPV", Roma, 27 gennaio 2010

Età del menarca e dismenorrea aiutano a prevedere rischio endometriosi

Prevedere il rischio di endometriosi si può, basta osservare le caratteristiche del ciclo mestruale.
Lo sostengono esperti australiani e americani che hanno pubblicato i risultati di una ricerca sull’American Journal of Obstetrics & Gynecology.
Per questo studio sono stati presi in considerazione due gruppi di soggetti: 268 donne di età media pari a 36.4 anni con presenza accertata di endometriosi e 244 donne della stessa età senza alcun sintomo o familiarità con la malattia.
Ai due gruppi è stato richiesto di compilare un questionario relativo a caratteristiche demografiche, ormonali, riproduttive, fisiche e dello stile di vita. In particolare i ricercatori formulavano domande sull’età del menarca, sulla durata e l’intensità del ciclo mestruale e sui dolori legati al mestruo.
Da questa ricerca è emerso che le donne che avevano dichiarato di aver avuto il menarca dai 14 anni in avanti avevano meno probabilità di sviluppare l’endometriosi.
Al contrario, coloro che riferivano di una dismenorrea (dolore provocato dal ciclo mestruale) piuttosto precoce erano maggiormente esposte al rischio di endometriosi. Altri fattori quali la durata e l’intensità del ciclo o il dolore provocato dall’ovulazione non risultavano essere associati a un’alterazione del rischio di sviluppare la malattia nell’endometrio. Questa scoperta potrebbe avere risvolti positivi nell’individuazione precoce di donne maggiormente esposte al rischio endometriosi.

Fonte: American Journal of Obstetrics & Gynecology, 21 gennaio 2010

Contraccezione: più consapevolezza per aumentare la compliance

Per una donna scegliere il contraccettivo è anche una questione di “linea”. Secondo un’indagine condotta in collaborazione dall’Università del Texas e dall’Università dell’Essex, in Gran Bretagna, a seconda del proprio indice di massa corporeo una donna sarà più propensa a scegliere un contraccettivo ormonale piuttosto che un metodo barriera.
In particolare, dopo una ricerca condotta su 4.757 donne sessualmente attive, è stato notato che un alto BMI coincideva con una bassa propensione all’utilizzo dei metodi ormonali come la pillola.
Quest’ultima risultava comunque maggiormente diffusa tra le donne comprese nella fascia di età dei 18-29 anni, mentre per le over 35 ad essere scelti con più frequenza erano i metodi procedurali.
I ricercatori hanno sottolineato l’importanza di informare meglio le donne sui pro e i contro di ciascun metodo. Un aspetto da approfondire sarebbe ad esempio l’infondatezza della credenza che vuole tutti i metodi ormonali “colpevoli” di un aumento di peso e di comparsa di cellulite.
Studi condotti sul cerotto transdermico a rilascio ormonale non hanno infatti rilevato alcuna variazione significativa di peso o della quantità di liquidi nel corpo delle donne che ne facevano uso.
Anche la Society of Family Planning si è espressa in tal senso pubblicando le linee guida sulla scelta contraccettiva sulla rivista Contraception, e ricordando che anche per le donne obese la contraccezione ormonale non è, salvo rari casi, controindicata.
Maggiori informazioni sui metodi contraccettivi a disposizione e sui loro reali effetti aiuterebbero le donne a scegliere con più consapevolezza il metodo più adatto alle proprie esigenze, facilitando di conseguenza un aumento della continuità nell’assunzione del farmaco e riducendo il fallimento contraccettivo che oggi è ancora a livelli molto alti.

Fonte: Schraudenbach A, McFall S. Contraceptive Use and Contraception Type in Women by Body Mass Index Category.Women’s Health Issues 2009; gennaio 2010

Donne: capelli biondi rendono più determinate e sicure di sé

Avere i capelli biondi, siano essi naturali o tinti, rende le donne più sicure di sé. Lo sostengono i ricercatori dell’Università della California, che hanno portato a termine uno studio per capire la relazione tra colore dei capelli e tratti caratteriali e per verificare se è vero che “gli uomini preferiscono le bionde”. I risultati dell’indagine mostrano che in effetti le donne bionde sono più decise, determinate e fiduciose nelle proprie capacità rispetto alle more e alle rosse, che per contro risultano invece essere più aggressive e manesche. La differenza caratteriale potrebbe essere data dal fatto che le bionde sono più abituate alle attenzioni e agli sguardi che gli uomini riservano loro, e questo le aiuta ad avere più autostima. Sarebbe proprio questa maggiore determinazione e sicurezza in sé stesse a renderle ancora più attraenti per l’universo maschile. Tuttavia i risultati della ricerca potrebbero essere stati sfalsati dal luogo in cui sono stati compilati i questionari: il sud della California, “patria” delle donne bionde. Chissà se conducendo la stessa indagine nei Paesi mediterranei il risultato sarebbe lo stesso?

Fonte: repubblica.it, 18 gennaio 2010

Migliore comunicazione medico-paziente riduce fallimento contraccettivo

Secondo una ricerca condotta dagli esperti del Dipartimento di Ostetricia e Ginecologia della St. Louis School of Medicine di Washington (USA) alla base del fallimento contraccettivo che conduce spesso a gravidanze indesiderate si possono individuare diversi fattori. Sul totale del campione studiato, composto da 298 donne tra i 18 e i 48 anni, il 37% ha confermato di utilizzare un sistema anticoncezionale prima di restare incinta. Di queste, il 44% ha attribuito alla mancanza di copertura del contraccettivo ragioni di natura individuale, il 28% ha indicato cause di natura istituzionale e il 24% ha indicato la scarsa aderenza alla contraccezione (bassa compliance). Per prevenire il numero di aborti volontari, conseguenza diretta delle gravidanze indesiderate, è indispensabile individuare i fattori che inducono le donne a non utilizzare metodi anticoncezionali o a utilizzarli in maniera scorretta e non continuativa e migliorare la comunicazione tra medico e paziente per far si che questi fattori non impediscano un corretto utilizzo dei contraccettivi. Il medico dovrebbe in effetti essere in grado di individuare la tipologia di paziente che ha di fronte per poterle consigliare il metodo anticoncezionale più idoneo, aumentando di conseguenza la probabilità che la donna segua le indicazioni di assunzione o di utilizzo con attenzione. Nel caso della contraccezione ormonale,ad esempio, sarà il medico a dover consigliare il cerotto piuttosto che la pillola qualora la donna si dimostri incoerente nell'assunzione quotidiana del farmaco o qualora si verifichino episodi di spotting o di mancanza di mestruo, segnale che bisogna trovare una valida alternativa contraccettiva che sia più adatta alle caratteristiche caratteriali o fisiche di ciascuna paziente.

Fonte: Contraception, dicembre 2009; 80: 569-74

Le cicogne "volano" meglio al freddo

Il 21 dicembre alle ore 17.49 cade il solstizio d'inverno, le giornate cominciano ad allungarsi e il fotoperiodo prolungato sblocca gli ormoni sessuali. Sembra infatti che si verificherà in questo periodo un picco di concepimenti, che in media in Italia raggiungerà ben il 22,3%, con punte del 30,6% al Sud (con la Sicilia in testa con un aumento del 34%), del 24,6% al Centro, del 20% al Nord-Est e del 18,6% al Nord-Ovest.
Ecco il periodo ideale per concepire un bambino, come spiega il Dott. Italo Farnetani, Pediatra di Milano: "Le ore di luce in aumento stimolano l'ipofisi, che inibisce la secrezione di melatonina, sostanza che "addormenta" l'organismo e blocca gli ormoni sessuali. Via via che le giornate si allungano gli ormoni alleati del concepimento si sbloccano". Continua Farnetani: "Inoltre, complici le basse temperature, si sta più volentieri a letto, le ferie natalizie aiutano a rilassarsi e il freddo rende più vitali gli spermatozoi."
Gli ingredienti per adoperarsi ci sono tutti, ma i vantaggi di questo periodo non sono finiti, infatti sembra che dal solstizio in poi "si cresce di più in altezza rispetto al resto dell'anno, e anche i bimbi che vengono alla luce in questi mesi sono, in media, più lunghi di qualche millimetro ", conclude il pediatra.

Fonte: AdnKronos Salute, 18 dicembre 2009

Sovrappeso in gravidanza aumenta il rischio futuro di diabete e ipertensione

Una donna in sovrappeso durante la gravidanza è maggiormente esposta al rischio di sviluppare, in futuro, diabete e ipertensione. In particolare i ricercatori dell’Università di Oulu, in Finlandia, hanno trovato che questo rischio è particolarmente elevato quando il sovrappeso in gravidanza è abbinato al diabete mellito gestazionale.
Gli studiosi sono giunti a questa conclusione in seguito a una ricerca che ha coinvolto un gruppo di donne con precedente esperienza di diabete gestazionale, 70 delle quali erano normopeso e 54 sovrappeso (BMI uguale o superiore a 25kg/m2 ) e un secondo gruppo di donne, 768 normopeso e 250 sovrappeso, che presentavano fattori di rischio per il diabete gestazionale, come ad esempio età superiore a 40 anni e glicosuria, ma risultati normali nel test di tolleranza orale al glucosio. Un terzo gruppo composto da 5341 donne senza fattori di rischio per il diabete gestazionale serviva infine da gruppo di controllo.
Dopo un periodo di monitoraggio durato 20 anni, i ricercatori hanno concluso che essere in sovrappeso durante la gravidanza, pur non sviluppando il diabete gestazionale, aumentava di 12.63 volte il rischio futuro di diventare diabetiche e di 2.86 di soffrire di ipertensione rispetto alle donne normopeso e senza diabete gestazionale. Se oltre al sovrappeso la donna sviluppava anche il diabete gestazionale, il rischio diventava rispettivamente di 47.24 e 9.16 volte superiore.
Infine le donne che, nonostante un peso nella norma, sviluppavano il diabete gestazionale, mostravano un rischio di 10.61 volte superiore di sviluppare successivamente il diabete ma nessun aumento nel rischio di diventare ipertese.
Alla luce di questi dati i ricercatori hanno confermato che una condizione di sovrappeso è un fattore di rischio essenziale per predire una possibile futura insorgenza di diabete o di ipertensione.

Fonte: Journal of Clinical Endocrinology and Metabolism, 4 dicembre 2009; Advance online publication

Sudorazione notturna in menopausa allunga la vita

Le donne in menopausa che sudano di notte hanno un rischio di mortalità nei successivi 20 anni inferiore rispetto a coloro che non soffrono di vampate notturne, indipendentemente dall'assunzione o meno di estrogeni con la terapia postmenopausale. Lo hanno dichiarato i ricercatori della University Hospital of North Norway in Tromsø dopo aver seguito un gruppo di 867 donne in postmenopausa che avevano fornito agli studiosi informazioni sullo stile di vita e lo stato della menopausa nel periodo compreso fra il 1984 e il 1987. A tutte queste donne è stato poi richiesto di compilare un questionario nel 1989 sulla menopausa e sui sintomi vasomotori. In totale il 73% delle donne ha riportato la presenza delle cosiddette “vampate” di calore e il 39% ha ammesso di soffrire anche di sudorazione notturna. Durante il periodo del follow-up, pari a circa 11 anni e mezzo, si sono verificate in totale 405 decessi, di cui 194 dovuti a malattie cardiovascolare e 71 a malattie coronariche. I ricercatori hanno osservato che le donne che avevano segnalato fra i sintomi della menopausa anche la sudorazione notturna mostravano un rischio inferiore di mortalità rispetto alle altre donne. Un beneficio tuttavia annullato per le donne che, pur sudando durante la notte, avevano uno stile di vita caratterizzato da fumo, indice di massa corporea superiore alla norma e poca o del tutto assente attività fisica.

Fonte: Menopause, 2 novembre 2009; 16: 888-91

Con diabete gravidico aumenta il rischio di allergie

Indipendentemente dall'indice di massa corporea della madre prima della gravidanza il diabete gestazionale aumenta nei nati a termine il rischio di dermatite atopica e di sensibilizzazione precoce agli allergeni. È quel che emerge da un'indagine condotta presso due centri americani (Chicago e Boston), su 1262 bambini della Boston Birth Cohort, una coorte multietnica ed eterogenea sotto il profilo socioeconomico reclutata a partire dal 1998 con l'obiettivo di studiare i determinanti di parti con esito sfavorevole. L'analisi finale è stata condotta su 680 di tali soggetti, seguiti dalla nascita per 3,2 ± 2,3 anni, dei quali 488 nati a termine e i restanti 192 pretermine. Il 4,9% delle madri è risultata affetta da diabete gestazionale. La presenza di questa patologia nei nati a termine ha condizionato una probabilità di 7,2 e 5,7 volte superiore rispettivamente di dermatite atopica e sensibilizzazione allergica (soprattutto ad alimenti). Non è stata invece osservata tale associazione nei nati pretermine.

Fonte: J Allergy Clin Immunol, 2009, in press

Baby rinoplastica

Un approccio conservativo viene spesso consigliato ai bambini con deformità del setto nasale, ma tale approccio, come dimostrato da questo studio condotto dall'Università di Palermo e un centro clinico indiano, potrebbe rivelarsi controproducente nei casi in cui sia presente ostruzione nasale. È stata studiata una casistica pediatrica con un follow-up di 10 anni di 46 pazienti con deformità settali post-traumatiche e naso-settali non trattate in maniera appropriata o con recidiva della deviazione nasale dopo correzione di frattura ossea. I bambini con deformità naso-settale trattati soltanto con settoplastica sono andati incontro a un'accentuazione dell'alterazione della piramide nasale, mentre i bambini sottoposti a rinosettoplastica hanno avuto un buon risultato dal punto di vista sia estetico sia funzionale a lungo termine. Pertanto ne risulta l'opportunità di una correzione tempestiva e completa delle alterazioni del setto e della piramide nasale. La sola correzione del setto, ossia separata da un eventuale intervento sulla piramide nasale, permette invece di ottenere risultati meno favorevoli.

Fonte: British Medical Journal, 5 ottobre 2009; 339: b3569

Un antidepressivo naturale, il massaggio in gravidanza

In gravidanza il massaggio è una vera e propria terapia, non soltanto un'opportunità di rilassamento, in grado di migliorare l'umore e di fornire vantaggi che si protraggono anche dopo il parto. È quanto dimostra uno studio americano condotto su 200 donne d'età compresa tra 18 e 30 anni (media 26,2), tra la 16° e la 20° settimana di gestazione affette da depressione maggiore, che sono state assegnate a un gruppo sottoposto a due sedute di massaggio settimanali per 12 settimane oppure a un gruppo di trattamento standard. La somministrazione di specifici questionari ha messo in evidenza un effetto significativo del massaggio nel produrre una diminuzione del livello di ansia e perfino nel ridurre la depressione e il livello di cortisolo nel periodo post-partum. Le donne sottoposte a massaggio hanno altresì registrato una minore possibilità di parto pretermine e di dare alla luce un neonato di basso peso. I benefici hanno tra l'altro toccato anche i neonati, che hanno presentato valori di cortisolo più bassi e migliori performance in alcuni test di valutazione dello sviluppo neuropsicomotorio, come la scala di Brazelton.

Fonte: Infant Behavior & Development2009; 32:454-460

I gesti favoriscono l'interattività del lattante

E' risaputo che un bambino, o un lattante, attiri, con il proprio modo di essere istintivo, l'attenzione di chi sta intorno. Ma cosa si può dire riguardo ai comportamenti intenzionali, caratterizzati, per esempio, dall'uso delle mani per indicare gli oggetti o per mimare, se pure in modo rudimentale, delle azioni o per esprimere dei propositi? A questa domanda ha cercato di rispondere uno studio americano condotto su 10 lattanti d'età compresa tra 4 e 19 mesi seguiti da 18 caregiver studenti in un college. Sono stati effettuati alcuni video di 5 minuti che hanno consentito di esaminare secondo opportune classificazioni i comportamenti dei bambini e la reattività degli adulti. L'indagine ha dimostrato che i bambini che assumevano gestualità e atteggiamenti più comunicativi stimolavano nei caregiver un livello di attenzione maggiore. Da qui quindi l'opportunità di approfondire tali osservazioni soprattutto per mettere i caregiver nella condizione di ottimizzare le proprie capacità di interazione con i bambini, già a partire dai loro primi mesi di vita.

Fonte: Infant Behavior & Development 2009; 32:351-365

Le donne in menopausa devono stare attente ai livelli di testosterone

Le donne in menopausa con alti livelli di testosterone sono tre volte di pù' a rischio di malattie cardiache, diabete e sindrome metabolica rispetto alle donne con bassi livelli dell'ormone. È quanto emerge da uno studio condotto dai ricercatori della University of Pennsylvania School of Medicine di Filadelfia (Stati Uniti) e pubblicato sul The Endocrine Society's Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism (JCEM).
I ricercatori sono giunti ai risultati misurando i livelli di testosterone in 344 donne di età compresa tra i 65 e i 98 anni. Gli autori dello studio hanno spiegato che per molti anni si pensava che gli androgeni come il testosterone svolgessero un ruolo significativo solo negli uomini, e che nelle donne fossero in gran parte irrilevanti. È ormai ampiamente accettato che le donne in premenopausa con sindrome dell'ovaio policistico, condizione in cui gli androgeni sono elevati, hanno aumentato i rischi di salute.

Fonte: SanitaNew.it, 4 ottobre 2009

Donne in menopausa: rischio osteoporosi maggiore per chi ha vampate di calore

Le donne che nel periodo della perimenopausa sperimentano le cosiddette vampate di calore sono tantissime (tra il 40 e il 70%). Un gruppo di ricercatori della Marmara University School of Medicine di Istanbul, in Turchia, ha deciso di indagare il rapporto tra le presenza di queste vampate e l'incidenza di osteopenia e osteoporosi.
Lo studio si è basato su un campione di 79 donne tra i 45 e i 55 anni, alle quali è stata misurata la densità minerale ossea (BMD) tramite assorbiometria a doppia-energia a raggi X. Il campione è stato quindi suddiviso in due gruppi: del primo gruppo facevano parte 46 donne che avevano di recente (nel corso della settimana precedente lo studio) provato vampate di calore, del secondo gruppo facevano parte le restanti 33 donne che non soffrivano di vampate di calore.
I ricercatori hanno osservato che sebbene l'età media, l'indice di massa corporea e i livelli di estradiolo fossero simili nei due gruppi, il livello medio dell'ormone FSH era invece molto maggiore nelle donne che soffrivano di vampate di calore.
L'incidenza di osteopenia e osteoporosi (valutate utilizzando il metodo di misurazione basato sulla BMD come da indicazioni dell'OMS) era significativamente maggiore nel gruppo di soggetti che soffriva di vampate, con una percentuale di 41,3% contro il 21,2% delle donne senza vampate. Emergeva inoltre dalle analisi che le donne affette da vampate di calore presentavano una densità minerale ossea inferiore nell'area lombare, alla testa del femore e nella zona del triangolo di Ward.
I risultati ottenuti dallo studio hanno indotto i ricercatori a concludere che le donne con sintomi vasomotori sono maggiormente predisposte a sviluppare osteopenia o osteoporosi e per tale ragione un utilizzo più frequente del controllo della densità minerale ossea in questi soggetti potrebbe essere utile per una diagnosi precoce di problemi ossei.

Fonte: International Journal of Gynecology and Obstetrics, 12 ottobre 2009;107:114-6, Issue 20

Depressione durante la gravidanza: come curarla?

Una donna incinta che soffre di depressione è costretta ad affrontare una scelta difficile: sia che  decida di farsi curare o meno i rischi sono molti, per la sua salute e per quella del nascituro. Un recente rapporto stilato dall'American College of Obstetricians and Gynecologists (ACOG) e dall'American Psychiatric Association (APA) fornisce utili suggerimenti sui trattamenti più idonei per le donne affette da depressione durante la gravidanza.
Spesso è perfino difficile capire se si tratti realmente di depressione, poiché alcuni sintomi, come l'inappetenza, gli sbalzi di umore e le scarse energie possono essere associati anche alla condizione normale di una donna incinta. Tuttavia se non curata una donna in depressione durante la gravidanza può andare incontro a cambiamenti nella crescita del feto e a una riduzione del periodo gestazionale.
Secondo il documento redatto da ACOG e APA alcune pazienti con depressione leggera o moderata possono essere curate con la psicoterapia (associata o meno all'uso di farmaci) e questo rende necessario un continuo dialogo tra l'ostetrica o il ginecologo della paziente e il suo psicoterapeuta.
Le due associazioni hanno inoltre prodotto una lista dei casi più comuni legati alla gestione di gravidanza e depressione e delle soluzioni possibili per ciascun caso.
Ad esempio qualsiasi donna incinta che mostri tendenze suicide o sintomi psicotici dovrebbe essere indirizzata immediatamente da uno psichiatra; per coloro che invece sono già in cura per la depressione e vorrebbero avere un figlio è il medico a dover valutare la possibilità di una sospensione dei farmaci antidepressivi, cosa comunque non consigliabile se la donna soffre di depressione grave.
È comunque evidente che nel caso in cui la donna sia incinta si rende indispensabile discutere con lei dei possibili rischi ed effetti collaterali causati dai farmaci antidepressivi, proponendole quando la gravità della depressione lo consenta, di ricorrere solo al sostegno psicologico evitando i medicinali.

Fonte: American College of Obstetricians and Gynecologists and the American Psychiatric Association

Diabete gestazionale: l'auto-monitoraggio dei livelli glicemici riduce rischio macrosomia

Lasciare che le donne affette da diabete gestazionale effettuino il monitoraggio glicemico quotidianamente a casa propria invece che in ambulatorio una volta a settimana sembra dare risultati migliori sia per quanto riguarda la riduzione della macrosomia neonatale(l'eccessiva grandezza del bebè) sia nella diminuzione dell'aumento di peso della donna.
E' senza dubbio il maggior coinvolgimento della paziente nel tenere sotto controllo i propri livelli glicemici il fattore che influenza maggiormente l'efficacia del monitoraggio,permettendo alla paziente di capire i feedback ottenuti dalle diverse scelte alimentari e insegnandole così a fare le scelte migliori per la propria salute.

Fonte: Obstetrics and Gynecology 2009; 113: 1307-12

Spagna: sì alla contraccezione d'emergenza libera anche per le minorenni

Entro pochi mesi in spagna le ragazze ancora minorenni avranno accesso ai contraccettivi di emergenza senza l'obbligo di presentare al farmacista la ricetta medica.
Lo hanno deciso Trinidad Jimenez e Bibiana Ado, a capo rispettivamente del Ministero della Sanità e delle Pari Opportunità spagnole, a fronte della più ampia mobilitazione del governo guidato da Josè Luis Rodriguez Zapatero per fronteggiare una situazione che in spagna sta assumendo proporzioni allarmanti: quella della contraccezione e delle gravidanze indesiderate. Solo nel 2007 infatti sono state effettuate 112 mila IVG (interruzioni volontarie di gravidanza), di cui più di 6 mila su ragazze con meno di 18 anni, 500 delle quali addirittura under 15.

Fonte: Ansa 28-09-2009

Cesareo o naturale: il tipo di parto non influenza il rischio incontinenza

Secondo uno studio recente le donne in dolce attesa che soffrono di incontinenza durante la gestazione non dovrebbero per forza scegliere di partorire con taglio cesareo perché questo non influenza la probabilità che l'incontinenza urinaria persista anche una volta nato il bebè. I ricercatori, utilizzando il modello clinico di pelvi continente nullipara (ovvero che non ha mai affrontato un parto) hanno riscontrato che tra le donne che soffrono di incontinenza post parto risultano più esposte a questo disturbo coloro che ne hanno sofferto anche durante le gravidanza, ma la modalità del parto non sembra essere un fattore rilevante nella presenza o meno del problema.

Fonte: BJOG 2009; 116: 700-7

Donne obese meno attente alla contraccezione dopo il parto

Le donne obese usano contraccettivi efficaci dopo il parto meno di quanto facciano le donne in sovrappeso, rischiando così di incorrere con maggiori probabilità in una gravidanza indesiderata. A dirlo sono stati i risultati di uno studio condotto dai ricercatori delle università di Singapore e del North Carolina, negli USA, dopo aver esaminato i dati relativi a 361 donne che avevano preso parte al AMP (Active Mother Postpartum), uno studio per il controllo della riduzione del peso. Del campione di donne preso in considerazione, 154 erano state classificate come persone sovrappeso, 112 come donne con obesità lieve (di primo grado) e 95 con obesità media o grave (di secondo o terzo grado). I ricercatori hanno evidenziato che solo il 45% delle donne nel campione esaminato utilizzava contraccettivi efficaci (erano considerati tali i metodi ormonali, i dispositivi intrauterini e la sterilizzazione) nei 12 mesi successivi al parto, sottolineando inoltre il fatto che le donne obese utilizzassero in modo significativamente inferiore gli anticoncezionali rispetto alle donne sovrappeso. Gli esperti hanno ipotizzato come causa di questo fenomeno il fatto che, dovendo già prestare attenzione alle proprie condizioni di salute e affrontare disturbi come ipertensione e diabete, le donne obese dedicano poco tempo e attenzione all'ambito della contraccezione.

Fonte: Contraception, giugno 2009

Per curare la dispareunia è fondamentale individuare la causa

Con il termine dispareunia gli specialisti indicano un disturbo sessuale caratterizzato da dolore nella zona genitale o pelvica durante un rapporto sessuale. Si tratta di un problema di cui non si conosce l'esatta diffusione poiché molte donne, pur essendone affette, non chiedono aiuto ai medici, tuttavia i dati raccolti a riguardo parlano del 46% di donne sessualmente attive che soffrono di dispareunia. In una recente rassegna specialistica curata da esperti della Norfolk & Norwich University Hospital NHS Foundation Trust, nel Regno Unito, sono state discusse tutte le possibili cause del disturbo relativamente al grado con cui questo si manifesta. A seconda della sede in cui si individua il dolore in effetti si parla di diversi tipi di dispareunia: superficiale (introitale o mediovaginale)e profonda. Nel primo caso il dolore è localizzato nel tratto iniziale della vagina e avvertito per lo più all'inizio del rapporto sessuale; le cause scatenanti possono essere in questo caso associate a vulvodinia, vaginismo,trauma perineale dovuto al parto e fattori pscicologici. Nel secondo caso invece il dolore interessa la zona pelvica e viene associata a dolore pelvico cronico, endometriosi o malattia infiammatoria pelvica. Un altro fattore che può aiutare i medici a scoprire la causa scatenante della dispareunia è la manifestazione del dolore: se si verifica in seguito al primo rapporto sessuale (manifestazione primaria) spesso nasconde una causa di tipo psicosociale; se invece compare secondariamente, dopo che la paziente ha avuto funzioni sessuali normali, è più probabile che la causa sia da ricondursi a problemi fisici. È quindi importante che i medici facciano domande alle pazienti per tentare di scoprire le cause della dispareunia e che al tempo stesso si accertino che il disturbo non nasconda altre patologie con adeguati esami fisici.

Fonte: Obstetrics, Gynaecology and Reproductive Medicine 2009;19:215-20

Moderata attività fisica in gravidanza non aumenta rischio di parto cesareo

Fare una leggera attività fisica per migliorare resistenza e tonicità durante il secondo e terzo trimestre di gravidanza non altera in alcun modo la dilatazione media, l'espulsione e il momento della nascita né aumenta il rischio di ricorrere a un parto cesareo. Lo affermano i ricercatori della Universidad Politécnica de Madrid, in Spagna, dopo aver osservato che nelle donne incinte i benefici apportati da un costante esercizio fisico non sono accompagnati da ripercussioni negative al momento del parto. Lo studio grazie al quale gli esperti sono giunti a questa conclusione prevedeva che un gruppo di donne sedentarie partecipasse durante la gravidanza a 3 sedute settimanali di attività fisica da 35 minuti ciascuna per 26 settimane consecutive, mentre un altro gruppo di donne mantenesse la propria vita sedentaria. La percentuale di parti naturali, strumentali e cesarei nel gruppo di donne sedentarie è stata rispettivamente del 71.4%, 12.9% e 15.7%, mentre nel gruppo di donne sottoposte all'allenamento costante è stata rispettivamente del 70.8%, 13.9% e 15.3%. Anche la quantità di nascite pretermine è stata simile nei due gruppi: due fra le donne allenate e tre fra le donne sedentarie. Lo studio conferma quindi che non esistono controindicazioni a una costante attività fisica durante la gravidanza, a patto che sia non troppo faticosa e che sia effettuata dietro approvazione del medico.

Fonte: American Journal of Obstetrics and Gynecology 2009; Advance online publication

Bebè a rischio asma se la mamma in gravidanza respira fumo passivo

E' risaputo ormai da tempo che fumare durante la gravidanza mette in pericolo lo sviluppo polmonare del feto, quello che ancora non si conosce con esattezza sono le conseguenze sulla salute del nascituro a causa del fumo che la madre potrebbe respirare passivamente durante la gestazione. Una ricerca condotta da studiosi dell'Università di Atene, in Grecia, ha messo in evidenza il fatto che le donne in dolce attesa, se esposte a fumo passivo durante il terzo mese di gravidanza, avevano una probabilità molto maggiore di dare alla luce un bambino con problemi di asma e sintomi allergici correlati. In particolare i ricercatori hanno analizzato i dati relativi a 2374 bambini tra 1 e 6 anni di età provenienti da diverse parti della Grecia, e hanno così scoperto che i figli di donne non fumatrici costantemente esposte a fumo passivo durante il terzo mese di gravidanza erano 1.46 volte più a rischio di una diagnosi medica di asma, 1.45 volte più esposti a eruzioni cutanee pruriginose e 1.42 volte più soggetti ad avere difficoltà respiratorie rispetto a bambini nati da donne non fumatrici e non esposte a fumo passivo. Gli esperti greci hanno perciò concluso che non è sufficiente convincere le donne a smettere di fumare durante la gravidanza, ma è altrettanto importante tutelare tutte le donne incinte dal fumo passivo, a cominciare dai luoghi pubblici in cui dovrebbe essere vietato fumare.

Fonte: Pediatric Allergy and Immunology 2009; 20: 423-9

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Copyright | Credits Ultimo aggiornamento: 11/03/2010 Tutti i diritti riservati